Martedì, 14 ottobre 2008Frigoriferi agli esquimesi...
Quando facevo il venditore di prodotti farmaceutici - perchè di vendita si tratta - mi portavano sempre come esempio supremo colui che riusciva a vendere frigoriferi agli esquimesi. Questo concetto che allora, all'età di 24 anni mi sembrava paradossale oggi mi sembra fin troppo familiare.
E Bauman, in questo illuminante articolo, definisce così la filosofia imprenditoriale vigente: "il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni" buona lettura. -------------------- Il mondo drogato della vita a credito di ZYGMUNT BAUMAN da La Repubblica 8 ottobre 2008 Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi. Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia. C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?". Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere. Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà. Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali. Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie. L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare... Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile. La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza. Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga.. Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza. (Traduzione di Emilia Benghi) Domenica, 15 giugno 2008Il movimento rigeneratore di Itsuo Tsuda
Questa è la trascrizione di sei trasmissioni di «France Culture» (canale radiofonico), all'inizio degli anni '80.
L'intervista è stata da me scansionata ed è tratta da "cuore di cielo puro" libro quasi introvabile di Luni Editrice, casa editrice putroppo non più attiva. ------ La gente dice: «Non siamo più nel medio evo». Ebbene, che differenza c'è tra il medio evo e adesso? La gravidanza dura nove mesi, proprio come allora. Nel medio evo, certo, non esistevano né radio né televisione. Solo i mezzi sono cambiati. L'organismo, al contrario, si è indebolito. Ci sono tantissime persone che non sono né del tutto vive né del tutto morte. Sono nel chiaro-scuro senza sensazioni. Quello che facciamo non è aggiungere qualcosa in più, ma il «ritorno alla sorgente», che ci permette di sentire davvero ciò che accade ogni giorno, in ogni momento. E questo che è stato completamente trascurato. Non si fa altro che programmare, pianificare, in previsione di ciò che potrà accadere tra un anno, tra tre anni ecc. Ma cosa si fa adesso, cosa si sente? Non lo si sa. <<< leggi tutta l'intervista Sabato, 14 giugno 2008Stiglitz per un economia più lungimirante
Perchè i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero dovuto curare tutti i mali dell´economia?
Perchè i prodotti finanziari di nuova creazione sono sfuggiti di mano? Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? Perchè i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale? Questi ed altri punti sono trattati con molta lungimiranza in quest'interessante articolo di Joseph Stiglitz (premio Nobel dell'economia 2001) apprso su La Repubblica dell'11/06/2008 ------------- L'età dell'abbondanza ci ha reso più poveri di Joseph Stiglitz - 11/06/2008 In tutto il mondo, sta montando la protesta contro i prezzi in rapida crescita dei generi alimentari e dei carburanti. Con l´entrata dell´economia globale in una fase di rallentamento, i poveri, e persino le classi medie, assistono a una contrazione dei propri redditi. Gli uomini politici vorrebbero rispondere a queste legittime preoccupazioni del loro elettorato, ma non sanno che cosa fare. Negli Stati Uniti, Hillary Clinton e John McCain se la sono cavata scegliendo di proporre la strada più semplice, quella della sospensione degli oneri fiscali sui carburanti, almeno per l´estate. Solo Barack Obama è rimasto fermo sulla sua posizione respingendo questa soluzione che, secondo lui, incrementerebbe soltanto la domanda di carburante, annullando così i vantaggi del taglio delle imposte. Ma se la scelta di Clinton e McCain non fosse quella giusta, che cosa si dovrebbe fare? Non si può semplicemente ignorare le sollecitazioni di chi sta soffrendo. Negli Stati Uniti, i redditi reali della classe media non sono ancora tornati ai livelli che avevano raggiunto prima dell´ultima recessione, nel 1991. George Bush, dopo la sua elezione, sostenne che i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero curato tutti i mali dell´economia. I benefici della crescita alimentata dai tagli fiscali sarebbero ricaduti su tutti, secondo politiche di moda in Europa e altrove, che tuttavia si sono dimostrate inefficaci. Questi tagli fiscali avrebbero dovuto stimolare il risparmio, eppure il risparmio delle famiglie negli Stati Uniti è crollato a zero. Altrettanto avrebbero dovuto fare con l´occupazione, ma la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore a quella degli anni Novanta. Se una crescita c´è stata, essa ha beneficiato soltanto chi si trovava già in una situazione di privilegio. La produttività è aumentata, per un certo periodo, ma non per merito delle innovazioni finanziarie congegnate a Wall Street. I prodotti finanziari di nuova creazione non contemplavano la gestione del rischio, bensì lo aumentavano. Erano così poco trasparenti e complessi che nemmeno a Wall Street o nelle agenzie di rating si era in grado di valutarli adeguatamente. Al tempo stesso, il settore finanziario non è stato in grado di creare prodotti destinati ad aiutare i comuni cittadini a gestire i rischi che stavano assumendosi, incluso il rischio della proprietà immobiliare. Milioni di americani perderanno probabilmente le loro case e con esse, i risparmi di una vita. Il successo degli Stati Uniti poggia sulla tecnologia, il cui simbolo è la Silicon Valley. Ma, ironicamente, all´apice della bolla immobiliare, agli scienziati cui si devono i progressi che permettono una crescita basata sulla tecnologia e alle società di venture capital che finanziano queste ricerche sono andati i raccolti più magri. Questo tipo di investimento reale è stato oscurato dai giochi che hanno coinvolto la maggior parte dei soggetti che partecipano ai mercati finanziari. Occorre che il mondo ripensi ai fondamentali della crescita. Se è il progresso della scienza e della tecnologia, e non la speculazione immobiliare o nei mercati finanziari, a costituire le fondamenta della crescita economica, occorre conseguentemente riallineare il sistema fiscale. Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? I capital gain dovrebbero essere tassati quanto meno nella stessa misura dei redditi in generale (tenendo presente che, in ogni caso, sono redditi che godono di un beneficio sostanziale, perché le tasse sui capital gain non sono dovute finché il guadagno non è stato realizzato). Inoltre, occorrerebbero misure fiscali per tassare gli utili inattesi delle compagnie petrolifere e del gas. Dato il netto allargarsi della forbice delle disuguaglianze nella maggior parte dei paesi, è arrivato il momento di prendere in considerazione tasse più alte per coloro ai quali fin qui è andata bene al fine di aiutare quelli cui la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici hanno fatto perdere terreno. Ciò potrebbe inoltre alleviare il peso dei prezzi cresciuti a dismisura del cibo e dell´energia. I paesi come gli Stati Uniti, dove esistono già dei programmi di sussidi alimentari per i più svantaggiati, dovrebbero ovviamente adeguare il valore di questi sussidi per evitare un deterioramento degli standard nutrizionali. I paesi dove questi programmi non sono previsti potrebbero valutare la possibilità di istituirli. L´attuale crisi è stata scatenata da due fattori: la guerra dell´Iraq che ha contributo all´impennata del prezzo del petrolio, anche nella misura in cui ha peggiorato l´instabilità nel Medio Oriente, il fornitore di petrolio a basso prezzo; e i biocarburanti che invece portano a una sempre maggiore integrazione tra i mercati delle materie prime alimentari e quelli dell´energia. Anche se questa nuova attenzione alle fonti di energia rinnovabile non può che essere considerata positiva, altrettanto non si può dire delle politiche che distorcono alla fonte l´approvvigionamento dei generi alimentari. Negli Stati Uniti, i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale, mentre rimpinguano invece le casse dei produttori di etanolo. Gli ingenti sussidi all´agricoltura negli Stati Uniti e nell´Unione Europea hanno indebolito l´agricoltura nei paesi in via di sviluppo, dove l´assistenza internazionale per favorire un incremento della produttività agricola è stata assolutamente insufficiente. Gli aiuti allo sviluppo del settore agricolo si sono ridotti complessivamente da un picco del 17 per cento all´esiguo 3 per cento odierno, cui si aggiunge il fatto che alcuni donatori internazionali stanno sollecitando l´eliminazione dei sussidi per i fertilizzanti, rendendo ancora più difficile per gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, già a corto di denaro, l´essere competitivi. I paesi ricchi devono limitare, se non eliminare del tutto, le politiche agricole ed energetiche distorcenti e aiutare nei paesi più poveri i produttori di beni alimentari a migliorare la propria capacità produttiva. Ma questo è solo l´inizio: abbiamo considerato come gratuite le nostre risorse più preziose, l´acqua pulita e l´aria. Ora è soltanto con nuovi modelli di consumo e produttivi – un nuovo modello economico – che saremo in grado di affrontare questo fondamentale problema delle risorse.
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Venerdì, 6 giugno 2008Suicidi per lavoro in Giappone
Morire di straordinari nella terra del Karoshi. Per la prima volta, due aziende condannate al risarcimento, Yuji Uendan faceva quindici ore, senza giorno libero
da La Repubblica 4-giugno-2008 di MISAKO HIDA* Pubblichiamo l'articolo che ha vinto il premio giornalistico "Media for Labour Rights", indetto dall'ILO, l'agenzia dell'Onu per i diritti del Lavoro. "Tutto il tempo che ho passato è stato sprecato". In una giornata di marzo del 1999, ancora prima che i germogli di ciliegio cominciassero a sbocciare, un ragazzo di 23 anni, Yuji Uendan, in preda a una forte depressione causata dall'eccesso di lavoro, si è tolto la vita. È stato trovato nel suo appartamento di Kumagaya, alla periferia di Tokyo, con quelle parole scribacchiate su una lavagnetta bianca che usava per l'elenco degli appuntamenti giornalieri. Uendan aveva lavorato per quasi 16 mesi come ispettore di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, in una stanza asettica con una luce soffusa giallastra nella fabbrica della Nikon a Kumagaya, vestito dalla testa ai piedi con una divisa bianca sterile. Era stato assunto dall'appaltatrice Nextar (oggi Atest) che lo mandava per incarichi a termine alla Nikon, una delle principali produttrici giapponesi di macchine fotografiche e dispositivi ottici. Uendan faceva turni di giorno e di notte di 11 ore a rotazione, con straordinari e viaggi extra che gli facevano raggiungere le 250 ore al mese. Nel suo ultimo periodo di lavoro all'interno della fabbrica era arrivato a 15 ore consecutive senza un giorno libero. Soffriva di mal di stomaco, insonnia, intorpidimento delle estremità. In poco tempo era dimagrito di 13 chili. "Aveva la faccia molto tirata" racconta la madre, Noriko Uendan, 59 anni, che ha cominciato a soffrire di angina dalla morte del figlio e ora porta sempre con sé pillole di nitroglicerina. "Mi fa soffrire pensare a quanti giorni è rimasto lì, da solo, prima che lo trovassero". Nel marzo del 2005, il tribunale distrettuale di Tokyo ha dichiarato che sia la Nextar sia la Nikon erano da ritenersi responsabili per la morte di Uendan e ha ordinato a entrambe le aziende il risarcimento dei danni. "È stata una vittoria senza precedenti per i lavoratori temporanei", ha detto l'avvocato di Uendan, Hiroshi Kawahito, che è anche segretario generale del Consiglio di difesa nazionale per le vittime di "Karoshi". L'espressione giapponese che sta a significare "morto per eccesso di lavoro" ormai è stata adottata anche dalla lingua inglese, basta consultare il dizionario Oxford. "Si è trattato del primo caso in cui non solo l'azienda che forniva personale temporaneo, ma anche quella che lo riceveva, sono state condannate per negligenza" ha aggiunto Kawahito. Ma la causa non è conclusa. Entrambe le aziende sono ricorse in appello, ma la madre della vittima non intende darsi per vinta. La battaglia legale perciò continua alla corte d'appello di Tokyo, dove alla fine di gennaio si è tenuta la dodicesima udienza. "Negli ultimi anni, sempre più lavoratori temporanei sono stati costretti a lavorare tanto quanto i dipendenti a tempo pieno ed è molto comune che le società appaltatrici forniscano illegalmente ai propri clienti dipendenti di fatto come se fossero interinali o temporanei", dice Koji Morioka, professore di economia e autore di The Age of Overwork, L'era del lavoro eccessivo. "Visto lo status quo, il caso di Uendan ha un'importanza particolare perché si è trattato in assoluto della prima richiesta di indennizzo per il suicidio di un lavoratore temporaneo a causa di straordinari ed eccesso di lavoro." La questione del "karojisatsu", letteralmente "suicidio dovuto all'eccesso di lavoro" è un problema serio in Giappone. Il numero di suicidi è aumentato drasticamente, superando i 30 mila casi dal 1998, quando il tasso di disoccupazione raggiunse un record dai tempi del dopoguerra. Secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il numero di suicidi in Giappone è quasi il doppio di quello negli Stati Uniti. L'ultimo studio dell'agenzia di Polizia nazionale giapponese evidenzia che nel 2006 si sono tolte la vita, in tutto il paese, 32.155 persone. Kawahito stima che più di cinquemila suicidi ogni anno sono il risultato della depressione causata da eccesso di lavoro. Secondo le ultime stime dell'Organizzazione internazionale del Lavoro, ILO, il Giappone detiene il primato di dipendenti che superano le 50 ore a settimana (28,1 per cento), mentre nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea, la cifra non va oltre il 10 percento (in Italia siamo al 4,2 per cento). "L'era del lavoro eccessivo" riporta che la quota di ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi è scesa al 47 percento nel 2004 dal 61 per cento del 1980. "I troppi straordinari quasi impediscono ai lavoratori di godere di ferie retribuite e questo costituisce un problema" sostiene Kosuke Hori, a capo dell'Associazione giapponese degli avvocati del lavoro. Il Giappone non ha ratificato alcuna Convenzione dell'ILO sull'orario lavorativo, comprese la Convenzione 132 relativa alle ferie retribuite e la Convenzione 1 sulle ore di lavoro. La legge nazionale non mette un tetto al lavoro straordinario per certe professioni e in certe condizioni. "Quando si tratta di ore lavorative - Marioka scrive nel suo libro - in Giappone non c'è alcun riferimento agli standard internazionali". "Ho giurato su mio figlio mentre era in coma che non mi sarei mai arresa - ha detto la madre di Yuji Uendan - e spero davvero che in futuro le aziende giapponesi lascino avere vite dignitose ai propri dipendenti, tanto da arrivare a morire di vecchiaia".
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Martedì, 27 maggio 2008Onu: finchè c'è guerra c'è speranza
Da Report Rai 3
FURTO DI STATO di Giorgio Fornoni In onda domenica 25 maggio alle 21.30 http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1078609,00.html GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO Da quando la Comunità Internazionale ha spinto il Congo a dare ospitalità ai profughi rwandesi, le Agenzie Umanitarie e delle Nazioni Unite si sono riversate a centinaia. Da allora non se ne sono più andate. ABBE’ FLORIBERT BASHIMBE - PARROCO BUKAVU Più del 60% del loro budget va ai servizi e alle persone che organizzano la missione. Danno lezioni di democrazia e di giustizia ma sono solo parole. GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO La forza multinazionale della Nazioni Unite è qui dall’inizio degli anni novanta con il più grande contingente al mondo 22 mila persone. E costa ben3 milioni di dollari al giorno.Quello che non si capisce è perché continua a rimanere. MATILDE MUHINDO MWAMIMI – EX SENATRICE Stranamente ogni volta che il loro mandato arriva alla fine trovano sempre altri motivi per poterlo prolungare la durata del mandato. Adesso con la guerra di Nkunda staranno qui un altro anno. KIMASI MATUIKU BASAULA - PRESIDENTE PROV. BAS CONGO L'ONU dice che le armi vengono dal Rwanda, ma se vengono dal Rwanda c'è comunque una frontiera da passare, e l’ONU è lì! PATIENT BAGENDA – SCRITTORE Ci sono le prove dei soldati dell’ONU che facevano affari con Nkunda e con i guerriglieri Hutu. Ci sono le testimonianze delle donne che sono state stuprate che hanno vissuto nei campi. Potete incontrarle in via riservata saprà che rischiano la vita! GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO In Congo, anche lo stupro è un’arma di guerra. RAGAZZA VIOLATA 1 Dopo avere assistito al massacro in casa mia di sei persone della mia famiglia, i guerriglieri Hutu mi hanno portato nella foresta. Sei di loro mi hanno violentata. Quando gli aerei e gli elicotteri arrivavano, questi guerriglieri caricavano coltan e cassiterite. Poi tornavano con del denaro, del cibo, delle munizioni. Sui loro piatti, sui letti, sulle tende c’era la sigla dell’Onu. RAGAZZA VIOLATA 2 Una volta arrivati al campo, altri quindici Hutu mi hanno stuprata fino allo svenimento. Ogni volta che ponevo resistenza mi picchiavano. Nel campo ho conosciuto altre donne nella mia stessa situazione ma ci era vietato parlarci o avvicinarci. E se una di noi non rispettava le regole veniva ammazzata. RAGAZZA VIOLATA 3 Avevo diciassette anni quando sono stata rapita. Quello che so è che sono stata tenuta in un posto dove sentivo il rumore degli aerei che andavano e venivano. GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO Nonostante i 22 mila operatori Onu, le centinaia di Ong e il sottosuolo più ricco del pianeta, le guerre non finiscono mai. Alla fine anche i più fortunati vivono in miseria. Questo signore fa l’infermiere a Kinshasa, questa è la sua casa. PATIENT BAGENDA – SCRITTORE Io, in quanto cittadino congolese, ho visto dei soldati di Laurent Nkunda salire negli aerei della Monuc per attaccare la città di Bukavu. Non posso dire che non fossero aerei della Monuc perché ho visto con i miei occhi l’aereo UN Nazioni Unite. LAURENT MONSENGWO – ARCIVESCOVO KINSHASA Queste situazioni noi le vediamo qui da noi, che c’è gente che viene, che organizza una guerra, quelle guerre che noi chiamiamo le guerre per procurazione. Vengono qua mentre c’è la guerra e c’è gente che fa più soldi di quando non c’è la guerra.
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Mercoledì, 21 maggio 2008Prima o dopo il Ghana?
L'Università in guerra con Omero e Dante
da La Repubblica 20.05.2008 di PIETRO CITATI COME ogni anno, la produttività italiana è diminuita di qualche punto. Pochi anni fa, era lievemente inferiore a quella inglese: poi a quella francese e tedesca: poi a quella spagnola: poi a quella greca: poi a quella boema: poi a quella polacca: poi a quella bulgara: poi a quella moldava; e quest’anno si discute seriamente se sarà superiore o inferiore a quella del Ghana. Pare che abbiamo buone speranze. Tutti sanno qual è la ragione: la scuola e in primo luogo l’Università. È il vero problema italiano: infinitamente più grave dell’inflazione, del tenore di vita, del bilancio dello stato, dell’Alitalia, dell’immigrazione clandestina, dell’immondezza che ha trasformato Napoli in una elegantissima pattumiera sotto il cielo. Nel dopoguerra, tutti i ministri della Pubblica Istruzione sono stati mediocri. Ma, un tempo, i bigi e saggi ministri democristiani non osavano nemmeno sfiorare il vecchio edificio scolastico: sapevano che era pieno di crepe; e che un solo colpo di piccone avrebbe rischiato di distruggere l’Università, il liceo, le medie, le elementari. Poi, non so come, presero coraggio: la parola riforma li incantava: risvegliava in loro una specie di euforia e di ebbrezza, come se scrivere centinaia di leggi incomprensibili facesse conoscere loro la vera vita, — quella vita ardente che non avevano mai conosciuto. Così cominciarono le allegre catastrofi: quella della scuola elementare, a causa della moltiplicazione della maestra di base. Quella dell’esame di riparazione; e soprattutto (niente li affascinava tanto) l’invenzione delle cattedre universitarie grottesche, come Sociologia del gatto siamese o Il computer applicato alla letteratura . Ma il vero, immane disastro, paragonabile a un terremoto del decimo grado della scala Mercalli, doveva ancora giungere. Otto anni fa, l’onorevole Luigi Berlinguer, circondato da una schiera di pedagogisti e seguito da Letizia Moratti, diede solennemente il primo colpo di piccone. Sono passati appena otto anni. E del vecchio edificio scolastico non resta più niente: tutte le tegole al suolo, muri maestri e pilastri divelti dal bulldozer, mattoni in briciole, fango, poltiglia e, sopra la immensa rovina, una fittissima nube di tenebra. Oggi, gli studenti universitari non leggono più: seguono piccoli corsi di poche settimane, che si susseguono vorticosamente; e, alla fine, dopo aver saltabeccato da un piccolo corso ad un altro piccolo corso, giacciono a terra sfiniti, senza avere appreso assolutamente nulla. Come libri di testo, non adottano tutta la Divina Commedia , tutta l’ Odissea, e Ernst Robert Curtius e Santo Mazzarino, come si faceva nel vecchio edificio scolastico: ma miserabili librettucci, che raccontano in cento pagine la Storia delle Crociate o i Moralisti classici. Testi, niente, perché leggere Dante o l’ Odissea può riuscire pericoloso per le anime dei ragazzi innocenti. I pochi studenti dotati sono (giustamente) puniti: dopo aver studiato per otto anni, debbono affrontarne due di inutilissima pedagogia, prima di poter insegnare nelle medie o nei licei. Poi il ciclo si ripete all’infinito: pessimi professori universitari generano professori di liceo ancora peggiori, e questi allevano studenti per i quali scrivere una pagina in italiano è molto più arduo che ascendere l’Himalaya. Berlinguer e i suoi amici immaginavano che la società moderna, o società di massa, o società globale, fosse il regno dell’immensa faciloneria, governata da un sovrano idiota. Leggere è inutile: studiare inutile: conoscere i classici antichi e moderni inutilissimo; basta ignorare l’italiano e blaterare sciocchezze. In realtà, la società moderna esige studi difficilissimi, molto più difficili di quelli di cinquanta anni fa: richiede un’assoluta precisione mentale, una cultura che abbraccia molte specializzazioni, il dono del pensiero analogico, e quello di scoprire il tutto nel minimo. L’università di Berlinguer e della Moratti prepara ingegneri incapaci di costruire ponti e case, storici medioevali che ignorano il latino, fisici che confondono Einstein ed Euclide. In un disastro così totale, qualcosa di utile è naturalmente venuto alla luce. Come testimonia un’ottima inchiesta di Vladimiro Polchi pubblicata giorni fa su Repubblica, gli studenti fuori corso sono diminuiti: cosa ovvia, se lo studio è stato ridotto a pochissimo. I laureati della laurea breve che appartengono alla facoltà di medicina (i sanitari, non i medici) trovano facilmente lavoro. Ma la colpa gravissima della Riforma Berlinguer è stata quella di trasformare l’Università in un cattivo liceo di provincia. L’Università non può accontentarsi di produrre infermieri e odontoiatri: persone utilissime; ma deve educare specialisti, studiosi di cose ardue e difficili, come quelli che l’Italia costringe ogni anno ad emigrare in tutte le facoltà dell’universo. Così la Riforma Berlinguer va radicalmente riformata. Dobbiamo ripristinare i grandi corsi, lunghi sei o sette mesi, sugli argomenti fondamentali della conoscenza. Gli studenti devono tornare a leggere. Se qualcuno studia letteratura greca, o storia del pensiero economico, o storia della filosofia, tremila (non duecento) pagine di testi sono appena sufficienti. Qualche tempo fa, ho letto che, in Gran Bretagna, il ministro dell’Istruzione progettava o progetta di abolire, nelle scuole medie e nei licei, lo studio delle lingue straniere, che ormai sono perfettamente inutili (malgrado Dante, Racine, Cervantes e Goethe), visto che ormai tutti gli abitanti della Terra parlano inglese. La settimana scorsa, ho appreso da Repubblica che il vento ardimentoso della demenza europea ha preso a soffiare anche in Germania, dove il governo ha deciso che le scuole costano troppo: quindi niente più bocciature, niente più voti, e se i voti sono bassi verranno rialzati dal preside. Consoliamoci. Ogni paese ha il Berlinguer che si merita. Sabato, 19 aprile 2008Gli impiegati, i nuovi poveri
ho letto questo bell'articolo come qualcosa di cui sentivo l'inevitabilità, da tempo: quello che avevo solo immaginato nei momenti più neri è adesso una realtà.
------- Da "LA REPUBBLICA" di venerdì 18 aprile 2008 di Caterina Pasolini Scordatevi l`impiegato che ha cancellato per sempre dalle sue giornate le durezze riservate alle classe operaia, nascosto nella soffitta della memoria la tuta blu per il colletto bianco. Per una vita segnata da decoro borghese, sicurezza economica, piccoli agi irrinunciabili, la cena fuori, il weekend fuori porta. Tutto finito: la tranquillità a fine mese non abita più qui. Gli insospettabili neo iscritti nell`esercito dei poveri sono infatti proprio loro: gli impiegati comunali o ministeriali, i dipendenti delle ditte che magari in famiglia hanno due stipendi ma uno va via per pagare l`asilo nido privato perché quello pubblico non hapiù posto e non ci sono nonni a fare da baby sitter. Sono coppie che, confidando nel futuro, hanno fatto mutui e ora non arrivano a fine mese a pagarlo, che chiedono aiuto alla Caritas per pagare bollette, rate, l`affitto, spesa. A raccontare le nuove povertà, storie di separati impiegati dell`Enea che ormai mangiano alla mensa dei frati, di famiglie che chiedono aiuto al parroco perché per tirare avanti sono finite nelle mani dei cravattari, è un`indagine che la Caritas sta elaborando a livello nazionale. Fotografando un paese dove più di sette milioni e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà, due milioni e seicentomila famiglie faticano ad arrivare alla terza settimana: il 13 per cento della popolazione arranca. «Una voltai poveri erano i senzatetto, gli immigrati, chi viveva ai margini con problemi di droga ed alcolismo, disoccupazione. Poi con la crisi economica e di rapporti abbiamo visto arrivare alla nostra porta pensionati, separati con doppie spese e un`unica en- trata. Ora a chiedere aiuto sono coppie di impiegati, soprattutto al centro nord: due stipendi mangiati dall`asilo nido privato perché i servizi statali sono sempre meno. Impiegati sì, ma spesso con contratti precari che una malattia, o l`incapacità di ridurre lo stile di vita in momenti di crisi, fa sprofondare in una situazione che sembra senza via di uscita». Monsignor Vittorio Nozza, direttore nazionale della Caritas, racconta storie di coppie che hanno perso la casa, che hanno chiesto aiuto contro gli usurai, che sono arrivate a bussare in parrocchia perché non arrivavano al terza settimana, dopo anni in cui la loro vita era segnata da un paio di cene fuori alla settimana e un weekend in montagna a sciare d`inverno. Esempi concreti di un benessere intravisto per neppure una generazione e perso. Nuovi poveri, nuovi bisogni, nuovi modi di aiuto si inventa la Caritas - «mentre lo stato dovrebbe ripensare a politiche sociali e predisporre servizi»: non più solo mense dove la famiglie non andrebbero ma pacchi di cibo, vestiario da ritirare con discrezione, buoni sconto. Come a Roma dove c`è una vera e propria impennata nella richiesta di buoni Coop: buoni da spendere nei supermercati per chi non andrebbe mai in mensa, per chi non vuole che si sappia in giro che ha bisogno. «C`è stato un boom nelle richieste di buoni - afferma il direttore della Caritas romana monsignor Di Tora che ha ideato il servizio con la provincia e la Coop - Sono buoni anonimi da 5, 10 e 20 euro, che vengono utilizzati per acquistare beni di prima o seconda necessità: roba per la scuola, pannolini, vestiario e soprattutto generi alimentari». Ma ancora non basta.
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Giovedì, 17 aprile 2008Una minoranza di gente per bene.
Beh, si sapeva già. E da un bel pezzo. Viviamo in una provincia europea più di destra che di sinistra, più clericale che laica, più padronale che socialista, più provinciale che cosmopolita, più chiusa che aperta. Non fosse così, la nostra vita pubblica non sarebbe stata dominata per un ventennio (più il resto) dall'arcitaliano Silvio Berlusconi. E non vedrebbe un partito xenofobo tornare in trionfo al potere.
I cittadini di sinistra sono - da sempre - una minoranza di massa. Dovremmo averci fatto il callo, a questa lunga vita di minoranza, raramente interrotta da brevissime stagioni di governo (neanche dieci anni su sessanta di vita repubblicana: e il dato dice tutto). Invece ci rimaniamo male ogni volta, come se ci apparisse inaudito il fatto che no, questo Paese non ci assomiglia, se non in quella piccola e anomala Scandinavia ghibellina che è il Centritalia, quattro regioni in tutto. Bisognerebbe smetterla di offenderci, l'Italia è questa. Possiamo scegliere di viverci male, sprezzanti e amareggiati. Presuntuosi e acidi. O provare a tenere duro, sentirci cittadini, lavorare, discutere, parlare agli altri, non mollare. Chi di noi ha figli, conosce bene l'impulso di avere speranza per loro, anche. quando non se ne ha più troppa per sé. di Michele Serra - La Repubblica 15.apr
Scritto da alessandro formiconi
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Un SMS per tutti...
Al lavoro non ho avuto una buona giornata, ma l'SMS ricevuto oggi da mia moglie credo possa aiutare anche qualcun' altro oltre che me. Per questo, senza ritegno alcuno, lo pubblico.
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