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            <name>alessandro formiconi</name>
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        </author>
    
        <published>2008-11-25T18:48:44Z</published>
        <updated>2008-11-25T18:48:44Z</updated>
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        <title type="html">La globalizzazione cancella anche lo Stato sociale</title>
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                un' agenda per il pianeta<br />
Repubblica  21 novembre 2008   pagina 45   sezione: CULTURA <br />
<br />
«Lo Stato sociale è finito, è ora di costruire il "Pianeta sociale"». Solo così, spiega Zygmunt Bauman, si potrà uscire dalla crisi globale che il mondo contemporaneo sta vivendo. La politica deve avere la forza di reinventarsi su scala planetaria per affrontare l' emergenza ambientale o il divario crescente tra ricchi e poveri. Altrimenti è condannata alla marginalità in una dimensione locale, con strumenti obsoleti adatti a un mondo che non esiste più. L' inventore della "società liquida" non crede in una capacità di autoriforma della politica, «meglio costruire un' opinione pubblica globale e affidarsi a organizzazioni cosmopolite, extraterritoriali e non governative». I nostri politici ce la faranno a cambiare paradigma, passando dal locale al globale? «Io non conterei molto sui governi - di nessun paese, piccolo o grande che sia - e ancor meno sui loro tentativi di collaborazione, che finiscono regolarmente in una poesia di nobili intenzioni piuttosto che in una prosa di concreta realtà. I poteri che decidono sulla qualità della vita umana e sul futuro del pianeta sono oggi globali e dunque, dal punto di vista dei governi, sono extraterritoriali ed esenti dalla loro sovranità locale. Finché non innalziamo la politica ai livelli ormai raggiunti dal potere, le probabilità di arrestare gli sviluppi catastrofici cui stiamo conducendo la nostra vita sul pianeta sono, quantomeno, scarse». Dunque, di quali strumenti alternativi dovrebbe dotarsi la politica per affrontare le grandi emergenze del nuovo mondo globale? «L' obiettivo di arrestare le ineguaglianze globali che tendono a divenire rapidamente più profonde non compare tra le priorità delle agende politiche degli Stati-nazione più potenti, nonostante le tante promesse fatte al riguardo. Contemporaneamente, mancano ancora un' "agenda politica planetaria" e delle istituzioni politiche globali efficaci e dotate di risorse che gli permettano di perseguire simili obiettivi rendendoli operativi. Le prerogative territoriali degli Stati-nazione ostacolano la creazione di tale agenda e di tali istituzioni e rendono ancora più difficile il tentativo di mitigare il processo di polarizzazione». Gli Stati da soli non possono farcela. I singoli cittadini hanno qualche possibilità in più di mettere mano ai disagi che avvertono, per organizzare un' azione collettiva? «Qui interviene quel fattore che è stato ampiamente descritto con il termine "individualizzazione". Con il progressivo abbassarsi della condizione di difesa mantenuta contro le paure esistenziali, e con il venir meno di accordi per l' autodifesa comune, come per esempio i sindacati o altri strumenti di contrattazione collettiva, depotenziati della competizione imposta dal mercato, spetta ai singoli trovare e mettere in pratica soluzioni individuali a problemi prodotti dalla società nel suo complesso. Ma fare tutto questo da soli e con strumenti per forza limitati risulta palesemente inadeguato al compito prefisso». Anche il climate change è tra le grandi paure e insicurezze che l' uomo occidentale deve fronteggiare. «L' insicurezza deriva dal divario tra la nostra generale interdipendenza planetaria e la natura meramente locale, a portata di mano, dei nostri strumenti di azione concertata e di controllo. I problemi più terribili e spaventosi che ci tormentano e che ci spingono a provare una sensazione di insicurezza e incertezza riguardo a tutto ciò che ci circonda hanno origine nello spazio globale che è al di là della portata di qualsiasi istituzione politica ora esistente; tuttavia questi problemi sono scaricati sulle entità locali - città, province e Stati - dove si pretende che vengano risolti con quei mezzi disponibili a livello locale: un compito praticamente impossibile». Eppure in molti sostengono che alcune questioni relative all' inquinamento, alla produzione d' energia, ai rifiuti, possono essere affrontate a livello «micro», di città, di governi locali. «L' inquinamento atmosferico e la mancanza di acqua potabile sono questioni che traggono origine nello spazio globale, ma sono poi le istituzioni locali a doverle gestire. Lo stesso principio si applica al problema delle migrazioni, del traffico di droga e armi, del terrorismo, della criminalità organizzata, dell' incontrollata mobilità dei capitali, dell' instabilità e della flessibilità del mercato del lavoro, della crescita dei prezzi dei beni di consumo e così via. La sfera politica locale è sovraccarica di compiti e non è abbastanza forte o abbastanza dotata di risorse per svolgerli. Solo istituzioni politiche e giuridiche internazionali - finora assenti - potrebbero tenere a bada le forze planetarie attualmente sregolate e raggiungere le radici dell' insicurezza globale». E un governo planetario che salverà il mondo? «Allo stadio di sviluppo a cui è ormai giunta la globalizzazione dei capitali e dei beni di consumo, non esiste nessun governo che possa permettersi, singolarmente o di concerto con altri, di pareggiare i conti - e, senza che si pareggino i conti, è impensabile che si possano effettivamente mettere in atto le misure tipiche dello Stato sociale, volte a ridurre alla radice la povertà e a prevenire che l' ineguaglianza continui a crescere a piede libero. E altrettanto difficile immaginare governi capaci di imporre limiti sui consumi e aumentare le tasse locali ai livelli necessari perché lo Stato possa continuare a erogare servizi sociali, con la stessa intensità o con maggior vigore». La globalizzazione cancella anche lo Stato sociale. Professor Bauman, non lascia speranza per un briciolo di giustizia e di eguaglianza nel mondo del XXI secolo? «Non esiste una maniera adeguata attraverso la quale uno solo o più Stati territoriali insieme possano tirarsi fuori dalla logica di interdipendenza dell' umanità. Lo Stato sociale non costituisce più una valida alternativa; soltanto un "Pianeta sociale" potrebbe recuperare quelle funzioni che, non molto tempo fa, lo Stato cercava di svolgere, con fortune alterne. Credo che ciò che può essere in grado di veicolarci verso questo immaginario "Pianeta sociale" non siano gli Stati territoriali e sovrani, ma piuttosto le organizzazioni e le associazioni extra-territoriali, cosmopolite e non-governative, tali da raggiungere in maniera diretta chi si trova in una condizione di bisogno, sorvolando le competenze dei governi locali e sovrani e impedendogli di interferire». - ALESSANDRO LANNI  
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        <author>
            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-10-14T07:36:20Z</published>
        <updated>2008-10-17T21:37:58Z</updated>
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        <title type="html">Frigoriferi agli esquimesi...</title>
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                Quando facevo il venditore di prodotti farmaceutici - perchè di vendita si tratta - mi portavano sempre come esempio supremo colui che riusciva a vendere frigoriferi agli esquimesi. Questo concetto che allora, all'età di 24 anni mi sembrava paradossale oggi mi sembra fin troppo familiare. <br />
E Bauman, in questo illuminante articolo, definisce così la filosofia imprenditoriale vigente:<br />
<br />
"il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni"<br />
<br />
buona lettura.<br />
--------------------<br />
<br />
<br />
Il mondo drogato della vita a credito <br />
di ZYGMUNT BAUMAN<br />
da La Repubblica 8 ottobre 2008<br />
<br />
Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi. <br />
<br />
Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia. <br />
<br />
C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. <strong>La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti </strong>e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. <br />
<br />
L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore.<strong> Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?".</strong> Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere. <br />
<br />
Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: <strong>quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito</strong>. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà. <br />
<br />
Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali. <br />
<br />
<strong>Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti</strong>. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie. <br />
<br />
<strong>L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori.</strong> Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare... <br />
<br />
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile. <br />
<br />
La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza. <br />
<br />
Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà.<strong> Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga..</strong> <br />
<br />
Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza. <br />
(Traduzione di Emilia Benghi) <br />
  
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        <author>
            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-06-15T20:28:13Z</published>
        <updated>2008-06-15T20:32:01Z</updated>
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                Questa è la trascrizione di sei trasmissioni di «France Culture» (canale radiofonico), all'inizio degli anni '80.<br />
L'intervista è stata da me scansionata ed è tratta da "cuore di cielo puro" libro quasi introvabile di Luni Editrice, casa editrice putroppo non più attiva.<br />
------<br />
<br />
 La gente dice: «Non siamo più nel medio evo». Ebbene, che differenza c'è tra il medio evo e adesso? La gravidanza dura nove mesi, proprio come allora. Nel medio evo, certo, non esistevano né radio né televisione. Solo i mezzi sono cambiati. L'organismo, al contrario, si è indebolito. Ci sono tantissime persone che non sono né del tutto vive né del tutto morte. Sono nel chiaro-scuro senza sensazioni. Quello che facciamo non è aggiungere qualcosa in più, ma il «ritorno alla sorgente», che ci permette di sentire davvero ciò che accade ogni giorno, in ogni momento. E questo che è stato completamente trascurato. Non si fa altro che programmare, pianificare, in previsione di ciò che potrà accadere tra un anno, tra tre anni ecc. Ma cosa si fa adesso, cosa si sente? Non lo si sa.<br />
<br />
<br />
<a href="http://www.chatant.com/articoli/tsuda_movimento_rigeneratore.html" ><<< leggi tutta l'intervista</a> 
            </div>
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            <name>alessandro formiconi</name>
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        </author>
    
        <published>2008-06-14T08:29:24Z</published>
        <updated>2008-06-14T08:35:08Z</updated>
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        <title type="html">Stiglitz per un economia più lungimirante</title>
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                Perchè i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero dovuto curare tutti i mali dell´economia?<br />
<br />
Perchè i prodotti finanziari di nuova creazione sono sfuggiti di mano?<br />
<br />
Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? <br />
<br />
Perchè i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale?<br />
<br />
Questi ed altri punti sono trattati con molta lungimiranza in quest'interessante articolo di Joseph Stiglitz (premio Nobel dell'economia 2001) apprso su La Repubblica dell'11/06/2008<br />
-------------<br />
<br />
L'età dell'abbondanza ci ha reso più poveri<br />
di Joseph Stiglitz - 11/06/2008<br />
<br />
In tutto il mondo, sta montando la protesta contro i prezzi in rapida crescita dei generi alimentari e dei carburanti. Con l´entrata dell´economia globale in una fase di rallentamento, i poveri, e persino le classi medie, assistono a una contrazione dei propri redditi. Gli uomini politici vorrebbero rispondere a queste legittime preoccupazioni del loro elettorato, ma non sanno che cosa fare. <br />
Negli Stati Uniti, Hillary Clinton e John McCain se la sono cavata scegliendo di proporre la strada più semplice, quella della sospensione degli oneri fiscali sui carburanti, almeno per l´estate. <br />
Solo Barack Obama è rimasto fermo sulla sua posizione respingendo questa soluzione che, secondo lui, incrementerebbe soltanto la domanda di carburante, annullando così i vantaggi del taglio delle imposte. <br />
Ma se la scelta di Clinton e McCain non fosse quella giusta, che cosa si dovrebbe fare? Non si può semplicemente ignorare le sollecitazioni di chi sta soffrendo. Negli Stati Uniti, i redditi reali della classe media non sono ancora tornati ai livelli che avevano raggiunto prima dell´ultima recessione, nel 1991. <br />
<br />
George Bush, dopo la sua elezione, sostenne che i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero curato tutti i mali dell´economia. I benefici della crescita alimentata dai tagli fiscali sarebbero ricaduti su tutti, secondo politiche di moda in Europa e altrove, che tuttavia si sono dimostrate inefficaci. Questi tagli fiscali avrebbero dovuto stimolare il risparmio, eppure il risparmio delle famiglie negli Stati Uniti è crollato a zero. Altrettanto avrebbero dovuto fare con l´occupazione, ma la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore a quella degli anni Novanta. Se una crescita c´è stata, essa ha beneficiato soltanto chi si trovava già in una situazione di privilegio. <br />
La produttività è aumentata, per un certo periodo, ma non per merito delle innovazioni finanziarie congegnate a Wall Street. I prodotti finanziari di nuova creazione non contemplavano la gestione del rischio, bensì lo aumentavano. Erano così poco trasparenti e complessi che nemmeno a Wall Street o nelle agenzie di rating si era in grado di valutarli adeguatamente. Al tempo stesso, il settore finanziario non è stato in grado di creare prodotti destinati ad aiutare i comuni cittadini a gestire i rischi che stavano assumendosi, incluso il rischio della proprietà immobiliare. Milioni di americani perderanno probabilmente le loro case e con esse, i risparmi di una vita. <br />
Il successo degli Stati Uniti poggia sulla tecnologia, il cui simbolo è la Silicon Valley. Ma, ironicamente, all´apice della bolla immobiliare, agli scienziati cui si devono i progressi che permettono una crescita basata sulla tecnologia e alle società di venture capital che finanziano queste ricerche sono andati i raccolti più magri. Questo tipo di investimento reale è stato oscurato dai giochi che hanno coinvolto la maggior parte dei soggetti che partecipano ai mercati finanziari. <br />
<br />
Occorre che il mondo ripensi ai fondamentali della crescita. Se è il progresso della scienza e della tecnologia, e non la speculazione immobiliare o nei mercati finanziari, a costituire le fondamenta della crescita economica, occorre conseguentemente riallineare il sistema fiscale. Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? I capital gain dovrebbero essere tassati quanto meno nella stessa misura dei redditi in generale (tenendo presente che, in ogni caso, sono redditi che godono di un beneficio sostanziale, perché le tasse sui capital gain non sono dovute finché il guadagno non è stato realizzato). Inoltre, occorrerebbero misure fiscali per tassare gli utili inattesi delle compagnie petrolifere e del gas. <br />
Dato il netto allargarsi della forbice delle disuguaglianze nella maggior parte dei paesi, è arrivato il momento di prendere in considerazione tasse più alte per coloro ai quali fin qui è andata bene al fine di aiutare quelli cui la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici hanno fatto perdere terreno. Ciò potrebbe inoltre alleviare il peso dei prezzi cresciuti a dismisura del cibo e dell´energia. I paesi come gli Stati Uniti, dove esistono già dei programmi di sussidi alimentari per i più svantaggiati, dovrebbero ovviamente adeguare il valore di questi sussidi per evitare un deterioramento degli standard nutrizionali. I paesi dove questi programmi non sono previsti potrebbero valutare la possibilità di istituirli. <br />
<br />
L´attuale crisi è stata scatenata da due fattori: la guerra dell´Iraq che ha contributo all´impennata del prezzo del petrolio, anche nella misura in cui ha peggiorato l´instabilità nel Medio Oriente, il fornitore di petrolio a basso prezzo; e i biocarburanti che invece portano a una sempre maggiore integrazione tra i mercati delle materie prime alimentari e quelli dell´energia. Anche se questa nuova attenzione alle fonti di energia rinnovabile non può che essere considerata positiva, altrettanto non si può dire delle politiche che distorcono alla fonte l´approvvigionamento dei generi alimentari. Negli Stati Uniti, i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale, mentre rimpinguano invece le casse dei produttori di etanolo. Gli ingenti sussidi all´agricoltura negli Stati Uniti e nell´Unione Europea hanno indebolito l´agricoltura nei paesi in via di sviluppo, dove l´assistenza internazionale per favorire un incremento della produttività agricola è stata assolutamente insufficiente. Gli aiuti allo sviluppo del settore agricolo si sono ridotti complessivamente da un picco del 17 per cento all´esiguo 3 per cento odierno, cui si aggiunge il fatto che alcuni donatori internazionali stanno sollecitando l´eliminazione dei sussidi per i fertilizzanti, rendendo ancora più difficile per gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, già a corto di denaro, l´essere competitivi. <br />
I paesi ricchi devono limitare, se non eliminare del tutto, le politiche agricole ed energetiche distorcenti e aiutare nei paesi più poveri i produttori di beni alimentari a migliorare la propria capacità produttiva. Ma questo è solo l´inizio: abbiamo considerato come gratuite le nostre risorse più preziose, l´acqua pulita e l´aria. Ora è soltanto con nuovi modelli di consumo e produttivi  un nuovo modello economico  che saremo in grado di affrontare questo fondamentale problema delle risorse.  
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        <author>
            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-06-06T15:12:47Z</published>
        <updated>2008-06-06T15:12:47Z</updated>
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        <title type="html">Suicidi per lavoro in Giappone</title>
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                Morire di straordinari nella terra del Karoshi. Per la prima volta, due aziende condannate al risarcimento, Yuji Uendan faceva quindici ore, senza giorno libero<br />
 <br />
da La Repubblica 4-giugno-2008<br />
di MISAKO HIDA* <br />
<br />
Pubblichiamo l'articolo che ha vinto il premio giornalistico "Media for Labour Rights", indetto dall'ILO, l'agenzia dell'Onu per i diritti del Lavoro. <br />
<br />
"Tutto il tempo che ho passato è stato sprecato". In una giornata di marzo del 1999, ancora prima che i germogli di ciliegio cominciassero a sbocciare, un ragazzo di 23 anni, Yuji Uendan, in preda a una forte depressione causata dall'eccesso di lavoro, si è tolto la vita. È stato trovato nel suo appartamento di Kumagaya, alla periferia di Tokyo, con quelle parole scribacchiate su una lavagnetta bianca che usava per l'elenco degli appuntamenti giornalieri. <br />
<br />
Uendan aveva lavorato per quasi 16 mesi come ispettore di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, in una stanza asettica con una luce soffusa giallastra nella fabbrica della Nikon a Kumagaya, vestito dalla testa ai piedi con una divisa bianca sterile. <br />
<br />
Era stato assunto dall'appaltatrice Nextar (oggi Atest) che lo mandava per incarichi a termine alla Nikon, una delle principali produttrici giapponesi di macchine fotografiche e dispositivi ottici. Uendan faceva turni di giorno e di notte di 11 ore a rotazione, con straordinari e viaggi extra che gli facevano raggiungere le 250 ore al mese. <br />
<br />
Nel suo ultimo periodo di lavoro all'interno della fabbrica era arrivato a 15 ore consecutive senza un giorno libero. Soffriva di mal di stomaco, insonnia, intorpidimento delle estremità. In poco tempo era dimagrito di 13 chili. <br />
<br />
"Aveva la faccia molto tirata" racconta la madre, Noriko Uendan, 59 anni, che ha cominciato a soffrire di angina dalla morte del figlio e ora porta sempre con sé pillole di nitroglicerina. "Mi fa soffrire pensare a quanti giorni è rimasto lì, da solo, prima che lo trovassero". <br />
<br />
Nel marzo del 2005, il tribunale distrettuale di Tokyo ha dichiarato che sia la Nextar sia la Nikon erano da ritenersi responsabili per la morte di Uendan e ha ordinato a entrambe le aziende il risarcimento dei danni. "È stata una vittoria senza precedenti per i lavoratori temporanei", ha detto l'avvocato di Uendan, Hiroshi Kawahito, che è anche segretario generale del Consiglio di difesa nazionale per le vittime di "Karoshi". L'espressione giapponese che sta a significare "morto per eccesso di lavoro" ormai è stata adottata anche dalla lingua inglese, basta consultare il dizionario Oxford. <br />
<br />
"Si è trattato del primo caso in cui non solo l'azienda che forniva personale temporaneo, ma anche quella che lo riceveva, sono state condannate per negligenza" ha aggiunto Kawahito. Ma la causa non è conclusa. Entrambe le aziende sono ricorse in appello, ma la madre della vittima non intende darsi per vinta. <br />
<br />
La battaglia legale perciò continua alla corte d'appello di Tokyo, dove alla fine di gennaio si è tenuta la dodicesima udienza. "Negli ultimi anni, sempre più lavoratori temporanei sono stati costretti a lavorare tanto quanto i dipendenti a tempo pieno ed è molto comune che le società appaltatrici forniscano illegalmente ai propri clienti dipendenti di fatto come se fossero interinali o temporanei", dice Koji Morioka, professore di economia e autore di The Age of Overwork, L'era del lavoro eccessivo. "Visto lo status quo, il caso di Uendan ha un'importanza particolare perché si è trattato in assoluto della prima richiesta di indennizzo per il suicidio di un lavoratore temporaneo a causa di straordinari ed eccesso di lavoro." <br />
<br />
La questione del "karojisatsu", letteralmente "suicidio dovuto all'eccesso di lavoro" è un problema serio in Giappone. Il numero di suicidi è aumentato drasticamente, superando i 30 mila casi dal 1998, quando il tasso di disoccupazione raggiunse un record dai tempi del dopoguerra. Secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il numero di suicidi in Giappone è quasi il doppio di quello negli Stati Uniti. L'ultimo studio dell'agenzia di Polizia nazionale giapponese evidenzia che nel 2006 si sono tolte la vita, in tutto il paese, 32.155 persone. Kawahito stima che più di cinquemila suicidi ogni anno sono il risultato della depressione causata da eccesso di lavoro. <br />
<br />
Secondo le ultime stime dell'Organizzazione internazionale del Lavoro, ILO, il Giappone detiene il primato di dipendenti che superano le 50 ore a settimana (28,1 per cento), mentre nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea, la cifra non va oltre il 10 percento (in Italia siamo al 4,2 per cento). <br />
<br />
"L'era del lavoro eccessivo" riporta che la quota di ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi è scesa al 47 percento nel 2004 dal 61 per cento del 1980. "I troppi straordinari quasi impediscono ai lavoratori di godere di ferie retribuite e questo costituisce un problema" sostiene Kosuke Hori, a capo dell'Associazione giapponese degli avvocati del lavoro. <br />
<br />
Il Giappone non ha ratificato alcuna Convenzione dell'ILO sull'orario lavorativo, comprese la Convenzione 132 relativa alle ferie retribuite e la Convenzione 1 sulle ore di lavoro. La legge nazionale non mette un tetto al lavoro straordinario per certe professioni e in certe condizioni. "Quando si tratta di ore lavorative - Marioka scrive nel suo libro - in Giappone non c'è alcun riferimento agli standard internazionali". <br />
<br />
"Ho giurato su mio figlio mentre era in coma che non mi sarei mai arresa - ha detto la madre di Yuji Uendan - e spero davvero che in futuro le aziende giapponesi lascino avere vite dignitose ai propri dipendenti, tanto da arrivare a morire di vecchiaia".  
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/292-Onu-finche-ce-guerra-ce-speranza.html" rel="alternate" title="Onu: finchè c'è guerra c'è speranza" />
        <author>
            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-05-27T14:38:44Z</published>
        <updated>2008-05-27T14:38:44Z</updated>
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        <title type="html">Onu: finchè c'è guerra c'è speranza</title>
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                Da Report Rai 3 <br />
FURTO DI STATO<br />
di Giorgio Fornoni <br />
In onda domenica 25 maggio alle 21.30<br />
<br />
http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1078609,00.html<br />
<br />
GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO<br />
Da quando la Comunità Internazionale ha spinto il Congo a dare ospitalità ai profughi rwandesi, le Agenzie Umanitarie e delle Nazioni Unite si sono riversate a centinaia. Da allora non se ne sono più andate.<br />
<br />
ABBE FLORIBERT BASHIMBE - PARROCO BUKAVU <br />
Più del 60% del loro budget va ai servizi e alle persone che organizzano la missione. Danno lezioni di democrazia e di giustizia ma sono solo parole. <br />
<br />
GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO<br />
La forza multinazionale della Nazioni Unite è qui dallinizio degli anni novanta con il più grande contingente al mondo 22 mila persone. E costa ben3 milioni di dollari al giorno.Quello che non si capisce è perché continua a rimanere. <br />
<br />
MATILDE MUHINDO MWAMIMI  EX SENATRICE <br />
Stranamente ogni volta che il loro mandato arriva alla fine trovano sempre altri motivi per poterlo prolungare la durata del mandato. Adesso con la guerra di Nkunda staranno qui un altro anno.<br />
<br />
KIMASI MATUIKU BASAULA - PRESIDENTE PROV. BAS CONGO<br />
L'ONU dice che le armi vengono dal Rwanda, ma se vengono dal Rwanda c'è comunque una frontiera da passare, e lONU è lì!<br />
<br />
PATIENT BAGENDA  SCRITTORE<br />
Ci sono le prove dei soldati dellONU che facevano affari con Nkunda e con i guerriglieri Hutu. Ci sono le testimonianze delle donne che sono state stuprate che hanno vissuto nei campi. Potete incontrarle in via riservata saprà che rischiano la vita! <br />
<br />
GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO<br />
In Congo, anche lo stupro è unarma di guerra. <br />
<br />
RAGAZZA VIOLATA 1<br />
Dopo avere assistito al massacro in casa mia di sei persone della mia famiglia, i guerriglieri Hutu mi hanno portato nella foresta. Sei di loro mi hanno violentata. Quando gli aerei e gli elicotteri arrivavano, questi guerriglieri caricavano coltan e cassiterite. Poi tornavano con del denaro, del cibo, delle munizioni. Sui loro piatti, sui letti, sulle tende cera la sigla dellOnu.<br />
<br />
RAGAZZA VIOLATA 2<br />
Una volta arrivati al campo, altri quindici Hutu mi hanno stuprata fino allo svenimento. Ogni volta che ponevo resistenza mi picchiavano. Nel campo ho conosciuto altre donne nella mia stessa situazione ma ci era vietato parlarci o avvicinarci. E se una di noi non rispettava le regole veniva ammazzata.<br />
<br />
RAGAZZA VIOLATA 3<br />
Avevo diciassette anni quando sono stata rapita. Quello che so è che sono stata tenuta in un posto dove sentivo il rumore degli aerei che andavano e venivano.<br />
<br />
GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO<br />
Nonostante i 22 mila operatori Onu, le centinaia di Ong e il sottosuolo più ricco del pianeta, le guerre non finiscono mai. Alla fine anche i più fortunati vivono in miseria. Questo signore fa linfermiere a Kinshasa, questa è la sua casa.<br />
<br />
PATIENT BAGENDA  SCRITTORE<br />
Io, in quanto cittadino congolese, ho visto dei soldati di Laurent Nkunda salire negli aerei della Monuc per attaccare la città di Bukavu. Non posso dire che non fossero aerei della Monuc perché ho visto con i miei occhi laereo UN Nazioni Unite.<br />
<br />
LAURENT MONSENGWO  ARCIVESCOVO KINSHASA<br />
Queste situazioni noi le vediamo qui da noi, che cè gente che viene, che organizza una guerra, quelle guerre che noi chiamiamo le guerre per procurazione. Vengono qua mentre cè la guerra e cè gente che fa più soldi di quando non cè la guerra.<br />
 
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/291-Prima-o-dopo-il-Ghana.html" rel="alternate" title="Prima o dopo il Ghana?" />
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            <name>alessandro formiconi</name>
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        <published>2008-05-21T20:22:22Z</published>
        <updated>2008-06-06T15:20:12Z</updated>
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        <title type="html">Prima o dopo il Ghana?</title>
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                L'Università in guerra con Omero e Dante <br />
da La Repubblica 20.05.2008 di PIETRO CITATI <br />
<br />
<strong>COME ogni anno, la produttività italiana è diminuita di qualche punto. <br />
Pochi anni fa, era lievemente inferiore a quella inglese: poi a quella francese e tedesca: poi a quella spagnola: poi a quella greca: poi a quella boema: poi a quella polacca: poi a quella bulgara: poi a quella moldava; e questanno si discute seriamente se sarà superiore o inferiore a quella del Ghana</strong>.<br />
<br />
Pare che abbiamo buone speranze. Tutti sanno qual è la ragione: la scuola e in primo luogo lUniversità. È il vero problema italiano: infinitamente più grave dellinflazione, del tenore di vita, del bilancio dello stato, dellAlitalia, dellimmigrazione clandestina, dellimmondezza che ha trasformato Napoli in una elegantissima pattumiera sotto il cielo. Nel dopoguerra, tutti i ministri della Pubblica Istruzione sono stati mediocri. Ma, un tempo, i bigi e saggi ministri democristiani non osavano nemmeno sfiorare il vecchio edificio scolastico: sapevano che era pieno di crepe; e che un solo colpo di piccone avrebbe rischiato di distruggere lUniversità, il liceo, le medie, le elementari. Poi, non so come, presero coraggio: la parola riforma li incantava: risvegliava in loro una specie di euforia e di ebbrezza, come se scrivere centinaia di leggi incomprensibili facesse conoscere loro la vera vita,  quella vita ardente che non avevano mai conosciuto. Così cominciarono le allegre catastrofi: quella della scuola elementare, a causa della moltiplicazione della maestra di base. Quella dellesame di riparazione; e soprattutto (niente li affascinava tanto)<strong> linvenzione delle cattedre universitarie grottesche, come Sociologia del gatto siamese o Il computer applicato alla letteratura </strong>. <br />
Ma il vero, immane disastro, paragonabile a un terremoto del decimo grado della scala Mercalli, doveva ancora giungere. Otto anni fa, lonorevole Luigi Berlinguer, circondato da una schiera di pedagogisti e seguito da Letizia Moratti, diede solennemente il primo colpo di piccone. Sono passati appena otto anni. E del vecchio edificio scolastico non resta più niente: tutte le tegole al suolo, muri maestri e pilastri divelti dal bulldozer, mattoni in briciole, fango, poltiglia e, sopra la immensa rovina, una fittissima nube di tenebra. <br />
<strong>Oggi, gli studenti universitari non leggono più: seguono piccoli corsi di poche settimane, che si susseguono vorticosamente; e, alla fine, dopo aver saltabeccato da un piccolo corso ad un altro piccolo corso, giacciono a terra sfiniti, senza avere appreso assolutamente nulla. Come libri di testo, non adottano tutta la Divina Commedia , tutta l Odissea, e Ernst Robert Curtius e Santo Mazzarino, come si faceva nel vecchio edificio scolastico: ma miserabili librettucci, che raccontano in cento pagine la Storia delle Crociate o i Moralisti classici.</strong> Testi, niente, perché leggere Dante o l Odissea può riuscire pericoloso per le anime dei ragazzi innocenti. I pochi studenti dotati sono (giustamente) puniti: dopo aver studiato per otto anni, debbono affrontarne due di inutilissima pedagogia, prima di poter insegnare nelle medie o nei licei. Poi il ciclo si ripete allinfinito: <strong>pessimi professori universitari generano professori di liceo ancora peggiori, e questi allevano studenti per i quali scrivere una pagina in italiano è molto più arduo che ascendere lHimalaya</strong>. <br />
Berlinguer e i suoi amici immaginavano che la società moderna, o società di massa, o società globale, fosse il regno dellimmensa faciloneria, governata da un sovrano idiota. Leggere è inutile: studiare inutile: conoscere i classici antichi e moderni inutilissimo; basta ignorare litaliano e blaterare sciocchezze. <strong>In realtà, la società moderna esige studi difficilissimi, molto più difficili di quelli di cinquanta anni fa: richiede unassoluta precisione mentale, una cultura che abbraccia molte specializzazioni, il dono del pensiero analogico, e quello di scoprire il tutto nel minimo. Luniversità di Berlinguer e della Moratti prepara ingegneri incapaci di costruire ponti e case, storici medioevali che ignorano il latino, fisici che confondono Einstein ed Euclide</strong>. In un disastro così totale, qualcosa di utile è naturalmente venuto alla luce. Come testimonia unottima inchiesta di Vladimiro Polchi pubblicata giorni fa su Repubblica, gli studenti fuori corso sono diminuiti: cosa ovvia, se lo studio è stato ridotto a pochissimo. I laureati della laurea breve che appartengono alla facoltà di medicina (i sanitari, non i medici) trovano facilmente lavoro. Ma la colpa gravissima della Riforma Berlinguer è stata quella di trasformare lUniversità in un cattivo liceo di provincia. LUniversità non può accontentarsi di produrre infermieri e odontoiatri: persone utilissime; ma deve educare specialisti, studiosi di cose ardue e difficili, come quelli che lItalia costringe ogni anno ad emigrare in tutte le facoltà delluniverso. Così la Riforma Berlinguer va radicalmente riformata. Dobbiamo ripristinare i grandi corsi, lunghi sei o sette mesi, sugli argomenti fondamentali della conoscenza. Gli studenti devono tornare a leggere. Se qualcuno studia letteratura greca, o storia del pensiero economico, o storia della filosofia, tremila (non duecento) pagine di testi sono appena sufficienti. <br />
Qualche tempo fa, ho letto che, in Gran Bretagna, il ministro dellIstruzione progettava o progetta di abolire, nelle scuole medie e nei licei, lo studio delle lingue straniere, che ormai sono perfettamente inutili (malgrado Dante, Racine, Cervantes e Goethe), visto che ormai tutti gli abitanti della Terra parlano inglese. La settimana scorsa, ho appreso da Repubblica che il vento ardimentoso della demenza europea ha preso a soffiare anche in Germania, dove il governo ha deciso che le scuole costano troppo: quindi niente più bocciature, niente più voti, e se i voti sono bassi verranno rialzati dal preside. Consoliamoci. Ogni paese ha il Berlinguer che si merita.<br />
 
            </div>
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            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-04-19T15:15:14Z</published>
        <updated>2008-04-19T15:22:54Z</updated>
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        <title type="html">Gli impiegati, i nuovi poveri</title>
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                ho letto questo bell'articolo come qualcosa di cui sentivo l'inevitabilità, da tempo: quello che avevo solo immaginato nei momenti più neri è adesso una realtà.<br />
-------<br />
<br />
Da "LA REPUBBLICA" di venerdì 18 aprile 2008 <br />
di Caterina Pasolini<br />
<br />
Scordatevi l`impiegato che ha cancellato per sempre dalle sue giornate le durezze riservate alle classe operaia, nascosto nella soffitta della memoria la tuta blu per il colletto bianco. Per una vita segnata da decoro borghese, sicurezza economica, piccoli agi irrinunciabili, la cena fuori, il weekend fuori porta. Tutto finito:<br />
<br />
la tranquillità a fine mese non abita più qui. Gli insospettabili neo iscritti nell`esercito dei poveri sono infatti proprio loro:<br />
gli impiegati comunali o ministeriali, i dipendenti delle ditte che magari in famiglia hanno due stipendi ma uno va via per pagare l`asilo nido privato perché quello pubblico non hapiù posto e non ci sono nonni a fare da baby sitter.<br />
Sono coppie che, confidando nel futuro, hanno fatto mutui e ora non arrivano a fine mese a pagarlo, che chiedono aiuto alla Caritas per pagare bollette, rate, l`affitto, spesa.<br />
A raccontare le nuove povertà, storie di separati impiegati dell`Enea che ormai mangiano alla mensa dei frati, di famiglie che chiedono aiuto al parroco perché per tirare avanti sono finite nelle mani dei cravattari, è un`indagine che la Caritas sta elaborando a livello nazionale. Fotografando un paese dove più di sette milioni e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà, due milioni e seicentomila famiglie faticano ad arrivare alla terza settimana: il 13 per cento della popolazione arranca.<br />
«Una voltai poveri erano i senzatetto, gli immigrati, chi viveva ai margini con problemi di droga ed alcolismo, disoccupazione. Poi con la crisi economica e di rapporti abbiamo visto arrivare alla nostra porta pensionati, separati con doppie spese e un`unica en- trata. Ora a chiedere aiuto sono coppie di impiegati, soprattutto al centro nord: due stipendi mangiati dall`asilo nido privato perché i servizi statali sono sempre meno.<br />
Impiegati sì, ma spesso con contratti precari che una malattia, o l`incapacità di ridurre lo stile di vita in momenti di crisi, fa sprofondare in una situazione che sembra senza via di uscita».<br />
Monsignor Vittorio Nozza, direttore nazionale della Caritas, racconta storie di coppie che hanno perso la casa, che hanno chiesto aiuto contro gli usurai, che sono arrivate a bussare in parrocchia perché non arrivavano al terza settimana, dopo anni in cui la loro vita era segnata da un paio di cene fuori alla settimana e un weekend in montagna a sciare d`inverno.<br />
Esempi concreti di un benessere intravisto per neppure una generazione e perso.<br />
Nuovi poveri, nuovi bisogni, nuovi modi di aiuto si inventa la Caritas - «mentre lo stato dovrebbe ripensare a politiche sociali e predisporre servizi»: non più solo mense dove la famiglie non andrebbero ma pacchi di cibo, vestiario da ritirare con discrezione, buoni sconto.<br />
Come a Roma dove c`è una vera e propria impennata nella richiesta di buoni Coop: buoni da spendere nei supermercati per chi non andrebbe mai in mensa, per chi non vuole che si sappia in giro che ha bisogno.<br />
«C`è stato un boom nelle richieste di buoni - afferma il direttore della Caritas romana monsignor Di Tora che ha ideato il servizio con la provincia e la Coop - Sono buoni anonimi da 5, 10 e 20 euro, che vengono utilizzati per acquistare beni di prima o seconda necessità:<br />
roba per la scuola, pannolini, vestiario e soprattutto generi alimentari». Ma ancora non basta.<br />
<br />
 
            </div>
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/289-Una-minoranza-di-gente-per-bene..html" rel="alternate" title="Una minoranza di gente per bene." />
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            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-04-17T18:15:01Z</published>
        <updated>2008-04-17T18:15:01Z</updated>
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        <title type="html">Una minoranza di gente per bene.</title>
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                Beh, si sapeva già. E da un bel pezzo. Viviamo in una provincia europea più di destra che di sinistra, più clericale che laica, più padronale che socialista, più provinciale che cosmopolita, più chiusa che aperta. Non fosse così, la nostra vita pubblica non sarebbe stata dominata per un ventennio (più il resto) dall'arcitaliano Silvio Berlusconi. E non vedrebbe un partito xenofobo tornare in trionfo al potere.<br />
I cittadini di sinistra sono - da sempre - una minoranza di massa. Dovremmo averci fatto il callo, a questa lunga vita di minoranza, raramente interrotta da brevissime stagioni di governo (neanche dieci anni su sessanta di vita repubblicana: e il dato dice tutto). Invece ci rimaniamo male ogni volta, come se ci apparisse inaudito il fatto che no, questo Paese non ci assomiglia, se non in quella piccola e anomala Scandinavia ghibellina che è il Centritalia, quattro regioni in tutto. Bisognerebbe smetterla di offenderci, l'Italia è questa. Possiamo scegliere di viverci male, sprezzanti e amareggiati. Presuntuosi e acidi. O provare a tenere duro, sentirci cittadini, lavorare, discutere, parlare agli altri, non mollare. Chi di noi ha figli, conosce bene l'impulso di avere speranza per loro, anche. quando non se ne ha più troppa per sé.<br />
<br />
di Michele Serra - La Repubblica 15.apr<br />
<br />
 
            </div>
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        <published>2008-04-17T15:25:30Z</published>
        <updated>2008-04-17T18:17:42Z</updated>
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        <title type="html">Un SMS per tutti...</title>
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                Al lavoro non ho avuto una buona giornata, ma l'SMS ricevuto oggi da mia moglie credo possa aiutare anche qualcun' altro oltre che me. Per questo, senza ritegno alcuno, lo pubblico.<br />
<br />
<h3><br />
Amore mio, stai sereno!<br />
E' l'unica cosa che possiamo fare.<br />
Siamo in un paese in cui regna la volgarità del pensiero.<br />
Forse con il nostro modo di pensare e di vivere<br />
non smuoveremo le montagne e convinceremo i nostri politicanti,<br />
ma sicuramente rendiamo la vita migliore <br />
a noi e a chi ci vuole bene.<br />
Non mi sembra poco.<br />
Ricorda che sarò sempre al tuo fianco.<br />
</h3> 
            </div>
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/287-Furto-portatili-in-auto.html" rel="alternate" title="Furto portatili in auto" />
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            <name>alessandro formiconi</name>
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        <published>2008-04-15T15:28:22Z</published>
        <updated>2008-04-15T15:31:50Z</updated>
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        <title type="html">Furto portatili in auto</title>
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                Come fare a difendersi come fare a rubarli...<br />
In questo articolo ce n'è per entrambe le parti.<br />
<br />
<a href="http://www.lastknight.com/2007/03/16/rilevare-e-rubare-un-notebook-in-macchina/"  title="<<< furto portatili">http://www.lastknight.com/2007/03/16/rilevare-e-rubare-un-notebook-in-macchina/</a><br />
 
            </div>
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/286-Italiano-ben-scritto..html" rel="alternate" title="Italiano ben scritto." />
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            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
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        <published>2008-04-15T10:52:04Z</published>
        <updated>2008-04-19T15:15:06Z</updated>
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        <title type="html">Italiano ben scritto.</title>
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                Ho appena ricevuto questa premurosa lettera dalla "Banca di Roma", ringrazio per il loro tanto affetto ...<br />
<br />
<br />
Gentile membro , <br />
<br />
Recentemente abbiamo determinato che i calcolatori differenti avessero entrato al vostro cliente di inseguimento ed i guasti multipli di parola d'accesso erano presenti prima degli inizio attivita. <br />
<br />
Se questo non e completato vicino Aprile 16 , 2008, saremo costretti a sospendere indefinitamente il vostro cliente, come puo essere usato per gli scopi fraudolenti. Grazie per la vostra cooperazione. <br />
<br />
  <br />
         Scattisi qui all'inizio attività nel vostro cliente <br />
 <br />
<br />
Grazie per la vostra attenzione rapida a questa materia. <br />
<br />
Chiediamo scusa per eventuali inconvenienti.<br />
<br />
<br />
<br />
Grazie per usando Banca di Roma! <br />
 
            </div>
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        <link href="http://www.chatant.com/serendipity/archives/285-Quando-il-sapere-puo-essere-di-intralcio.html" rel="alternate" title="Quando il sapere può essere di intralcio" />
        <author>
            <name>alessandro formiconi</name>
            <email>nospam@example.com</email>
        </author>
    
        <published>2008-03-07T22:26:36Z</published>
        <updated>2008-03-07T22:35:37Z</updated>
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        <title type="html">Quando il sapere può essere di intralcio</title>
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                «Da quando Bacone ha lanciato l'aforisma "sapere è potere", l'Occidente si è incamminato sulla via dell'acquisizione. Ho incontrato persone di grande erudizione, delle vere e proprie enciclopedie viventi. Sanno tutto e vogliono sapere tutto.<br />
«In quanto a me, devo adottare un atteggiamento diametralmente opposto in quello che faccio: la via della spoliazione. Per esempio, il principio che ho stabilito per il movimento rigeneratore è: senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo. Il che non significa che io condanni la conoscenza. Chiedo soltanto di lasciarla negli spogliatoi, per lo meno durante la pratica del movimento rigeneratore. Cosa facile a dirsi ma difficile a farsi. Non si vuole e non si può separarsi da ciò che si possiede. Eppure il bagaglio non fa altro che intralciare il movimento<br />
<br />
«Non posso sottovalutare l'apporto dell'Occidente nella via dell'acquisizione. Il mondo intero ne ha tratto beneficio, compresi noi giapponesi. È l'estremo sviluppo del cervello che ci ha permesso di avanzare in questa via. Oggi questo sviluppo ha raggiunto un livello inquietante. Temo che ciò sia avvenuto a discapito di tutto il resto. Ci sono sempre più persone che ignorano le proprie gambe. Sono come alberi le cui radici muoiono lentamente. Portano fiori verbali ma non riescono ad avere frutti. Le radici non si vedono: io però le vedo». <br />
<br />
<br />
<strong>Itsuo Tsuda</strong> nacque nel 1914. All'età di sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare l'erede dei suoi beni (diritto di primogenitura); lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagabondare, alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconciliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione del Nó con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e 1'Aikidó con il Maestro Ueshiba. Itsuo Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki. Nel 1973 pubblicò la sua prima opera, Il Non Fare, con il sottotitolo: «La Scuola della Respirazione». La sua morte è avvenuta a Parigi nel 1984.<br />
<br />
<a href="http://www.chatant.com/articoli/itsuo_tsuda.html" ><<< leggi un intero capitolo da "La via della spoliazione" su chatant.com ! <<<</a><br />
<br />
 
            </div>
        </content>
        
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            <name>alessandro formiconi</name>
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        </author>
    
        <published>2008-01-30T21:14:50Z</published>
        <updated>2008-01-30T21:26:11Z</updated>
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        <title type="html">Potenza dell'informatica ...</title>
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                Potenza dell'informatica e dell'e-mail. Mia sorella, in questi giorni di carnevale, andra'a Londra con il marito e il figlio. A Londra, risiede pure mio cugino Giulio, figlio di Nicolina, sorella di mia madre. Mia sorella comunica a mia madre che andra' a Londra, e fra le altre cose, vorra' vedere Giulio. <br />
Mia madre, TELEFONICAMENTE informa la sorella Nicolina che mia sorella vorra' vedere Giulio a Londra. Mia sorella, che si si chiama Cecilia, informa mia madre, che informa la sorella per telefono, che Cecilia vorra' scrivere a Giulio che lo vorra' vedere a Londra malgrado i loro impegni, ma in verita' Cecilia non ha ancora scritto a Giulio, si sono solo sentite TELEFONICAMENTE LE SORELLE...<br />
<br />
Lucia 
            </div>
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            <name>alessandro formiconi</name>
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        <published>2008-01-27T14:33:48Z</published>
        <updated>2008-01-27T14:49:00Z</updated>
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        <title type="html">Che fine fanno i fondi europei?</title>
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                   Come al solito pubblico in ritardo, e gli articoli che stazionano a lungo sul carrello del mio PC.... e nel frattempo è anche caduto il governo.<br />
<br />
Da La repubblica 16 gennaio 2008 - di Antonello Caporale.<br />
<br />
<br />
SOLDI fanno bene o fanno male? "I soldi possono far bene, possono far niente e possono far male", dice Pierluigi Bersani. Negli ultimi anni al Sud i soldi (troppi soldi?) hanno creato molti problemi. Più problemi che soluzioni, più emergenze che sviluppo, più delinquenza che legalità. <strong>Cinquanta miliardi di fondi straordinari, per metà europei, negli scorsi sei anni sono corsi via come un fiume in piena. Spesi ma già persi. Fuggiti dalle tasche di Bruxelles, bruciati in migliaia di progetti senza capo né coda. Nei prossimi sei anni la cifra salirà a cento miliardi. Raddoppierà.</strong><br />
 Come il rischio che ancora una volta si comporrà il treno dei desideri, gettoni d'oro smistati per pacchetti di clientele invece che per bisogni certi da soddisfare. L'uomo che è chiamato - pro tempore - a firmare decreti, assegni, provvidenze è Bersani. Tocca a lui, ministro per lo Sviluppo Economico, rispondere alla moltitudine che avanza pretese. Tocca a lui prendersi il rischio di dire, come però ora dice: "Piuttosto che vederli sperperati li rimando indietro. <strong>Meglio non spenderli che impegnarli male</strong>". <br />
<br />
C'è un guaio in più, paradossale ma attualissimo, e l'opportunità, derivata dalla vergogna della gestione campana dei rifiuti, di stilare un prontuario della buona pratica, pochi punti ma chiari e fermi: "Metto tutto in un fondo. Da lì, solo da lì si prende. Ma per prendere io chiedo una condizione: <strong>finanzio il progetto solo se tu mi dimostri che è così indispensabile al punto da realizzarlo con i soldi tuoi, da farti i debiti pur di vederlo attuato</strong>". Si riducono le categorie del bisogno: finanziare l'essenziale, il primario. Strade e scuole o asili, acqua e inceneritori. Non la vertigine da lusso che ha accecato tutti. <br />
E poi, secondo punto: "Azzero i finanziamenti all'impresa. Non voglio più sentire parlare di sussidi. Esiste un'equazione indiscutibile: l'imprenditore sta bene se la condizione sociale in cui si sviluppa la sua intrapresa è accettabile, degna. Quindi occhio al "capitale sociale", ai luoghi, alla qualità della vita delle città, ai servizi essenziali e quelli tecnologici, per esempio alla rete di banda larga nei più piccoli centri. <strong>L'imprenditore in quanto tale non riceverà più un euro. Capovolgo il meccanismo: tutto quel che investirà per il benessere dell'azienda gli verrà poi detratto dal fisco". Detrazione d'imposta: per avere devi dare. </strong><br />
"Non voglio sentir parlare più della legge 488. Basta, la chiudo. Solo chi merita adesso verrà ricompensato. Ricompensa significa che c'è un prima - l'investimento - e c'è un dopo, appunto la detrazione dall'imposta. Bella e gonfia di soldi, mica spiccioli. Ma successiva al rischio corso, allo sforzo fatto, alla serietà dimostrata". <br />
<br />
I soldi, tanti soldi, sono un pericolo: "Generalmente i soldi imbolsiscono, per esperienza dico che rischiano di portare grasso ai muscoli. <strong>Con la pancia piena non si corre, si passeggia. I soldi producono spesso un altro guaio: trasformano la politica in pura intermediazione finanziaria, </strong>l'impresa in un'assemblea questuante, i cittadini in clientes senza parola. Non è purtroppo dimostrato il contrario invece. Ma i soldi ci sono, sono nel bilancio dello Stato e io intervengo quando tutti i piani sono stati presentati. Sono chiamato a vigilare affinché siano spesi bene. Però, per difendere il meccanismo virtuoso, qualche contromisura in corso d'opera l'ho dovuta prendere. Una parte l'ho accantonata già adesso". <br />
<br />
<strong>Di tre miliardi di euro si compone il tesoretto di Bersani: "Non è una cifra ridicola, anzi... Sono premi. Premi a chi fa. A chi ha un'idea e la rende sostenibile. Si propone e si assume il rischio.</strong> A chi diviene un modello da imitare". Un modello alternativo a quello basato sull'emergenza che ha degradato il criterio di rappresentanza e prodotto la deresponsabilizzazione generale. <br />
<br />
"La vicenda dei rifiuti in Campania insegna tutto: il commissario è divenuto lo Stato, l'unica controparte a cui avanzare pretese. Mai dare. E i sindaci, i presidenti di provincia, assessori si sono uniti, si sono messi a guidare le rivolte invece che sentire il bisogno, l'impellenza di offrire soluzioni. Trovandosi senza più funzioni hanno scelto l'irresponsabilità. Non può andare avanti così: devono prendersi il carico delle loro colpe e dei bisogni delle loro comunità. Devono garantire, per esempio, e da subito, la raccolta differenziata e io devo, voglio fare in modo che chi meglio fa abbia molto più di quel che si attende. Lo premio tre volte. Soldi a chi corre e niente a chi passeggia. Vero, la velocità di spesa non significa tutto. Anzi, a volte vuol dire poco. Ma qui sta l'ultimo cono, l'ultimo spicchio della mia fatica". <br />
<br />
<strong>Governance, in inglese. Come governare il progetto complessivo difendendolo da una moltitudine di soggetti, decine di enti territoriali che siedono al tavolo perché lo vedono bene imbandito.</strong> "E' un problema grande, che io non posso risolvere e non c'è tempo per affrontarlo. La classe politica avrà le sue colpe, ma la burocrazia è più decisiva di quanto si creda". <strong>Eliminare dal tavolo un bel pacco di consulenti, mandare in pensione coloro che curano gli affari, e che affari!, senza uno straccio di risultato?</strong> "Al ministero ho chiamato un quarantenne a dirigere settori di grande rilievo. Togliere il tappo, e poi umilmente mettersi a scoprire quanta gente capace, che noi paghiamo, c'è ed è pronta a darci una mano. Forse siamo fuori tempo massimo per i miracoli, ma per fortuna dobbiamo garantire soltanto qualcosa di buono".  
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