Sabato, 14 giugno 2008Stiglitz per un economia più lungimirante
Perchè i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero dovuto curare tutti i mali dell´economia?
Perchè i prodotti finanziari di nuova creazione sono sfuggiti di mano? Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? Perchè i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale? Questi ed altri punti sono trattati con molta lungimiranza in quest'interessante articolo di Joseph Stiglitz (premio Nobel dell'economia 2001) apprso su La Repubblica dell'11/06/2008 ------------- L'età dell'abbondanza ci ha reso più poveri di Joseph Stiglitz - 11/06/2008 In tutto il mondo, sta montando la protesta contro i prezzi in rapida crescita dei generi alimentari e dei carburanti. Con l´entrata dell´economia globale in una fase di rallentamento, i poveri, e persino le classi medie, assistono a una contrazione dei propri redditi. Gli uomini politici vorrebbero rispondere a queste legittime preoccupazioni del loro elettorato, ma non sanno che cosa fare. Negli Stati Uniti, Hillary Clinton e John McCain se la sono cavata scegliendo di proporre la strada più semplice, quella della sospensione degli oneri fiscali sui carburanti, almeno per l´estate. Solo Barack Obama è rimasto fermo sulla sua posizione respingendo questa soluzione che, secondo lui, incrementerebbe soltanto la domanda di carburante, annullando così i vantaggi del taglio delle imposte. Ma se la scelta di Clinton e McCain non fosse quella giusta, che cosa si dovrebbe fare? Non si può semplicemente ignorare le sollecitazioni di chi sta soffrendo. Negli Stati Uniti, i redditi reali della classe media non sono ancora tornati ai livelli che avevano raggiunto prima dell´ultima recessione, nel 1991. George Bush, dopo la sua elezione, sostenne che i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero curato tutti i mali dell´economia. I benefici della crescita alimentata dai tagli fiscali sarebbero ricaduti su tutti, secondo politiche di moda in Europa e altrove, che tuttavia si sono dimostrate inefficaci. Questi tagli fiscali avrebbero dovuto stimolare il risparmio, eppure il risparmio delle famiglie negli Stati Uniti è crollato a zero. Altrettanto avrebbero dovuto fare con l´occupazione, ma la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore a quella degli anni Novanta. Se una crescita c´è stata, essa ha beneficiato soltanto chi si trovava già in una situazione di privilegio. La produttività è aumentata, per un certo periodo, ma non per merito delle innovazioni finanziarie congegnate a Wall Street. I prodotti finanziari di nuova creazione non contemplavano la gestione del rischio, bensì lo aumentavano. Erano così poco trasparenti e complessi che nemmeno a Wall Street o nelle agenzie di rating si era in grado di valutarli adeguatamente. Al tempo stesso, il settore finanziario non è stato in grado di creare prodotti destinati ad aiutare i comuni cittadini a gestire i rischi che stavano assumendosi, incluso il rischio della proprietà immobiliare. Milioni di americani perderanno probabilmente le loro case e con esse, i risparmi di una vita. Il successo degli Stati Uniti poggia sulla tecnologia, il cui simbolo è la Silicon Valley. Ma, ironicamente, all´apice della bolla immobiliare, agli scienziati cui si devono i progressi che permettono una crescita basata sulla tecnologia e alle società di venture capital che finanziano queste ricerche sono andati i raccolti più magri. Questo tipo di investimento reale è stato oscurato dai giochi che hanno coinvolto la maggior parte dei soggetti che partecipano ai mercati finanziari. Occorre che il mondo ripensi ai fondamentali della crescita. Se è il progresso della scienza e della tecnologia, e non la speculazione immobiliare o nei mercati finanziari, a costituire le fondamenta della crescita economica, occorre conseguentemente riallineare il sistema fiscale. Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? I capital gain dovrebbero essere tassati quanto meno nella stessa misura dei redditi in generale (tenendo presente che, in ogni caso, sono redditi che godono di un beneficio sostanziale, perché le tasse sui capital gain non sono dovute finché il guadagno non è stato realizzato). Inoltre, occorrerebbero misure fiscali per tassare gli utili inattesi delle compagnie petrolifere e del gas. Dato il netto allargarsi della forbice delle disuguaglianze nella maggior parte dei paesi, è arrivato il momento di prendere in considerazione tasse più alte per coloro ai quali fin qui è andata bene al fine di aiutare quelli cui la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici hanno fatto perdere terreno. Ciò potrebbe inoltre alleviare il peso dei prezzi cresciuti a dismisura del cibo e dell´energia. I paesi come gli Stati Uniti, dove esistono già dei programmi di sussidi alimentari per i più svantaggiati, dovrebbero ovviamente adeguare il valore di questi sussidi per evitare un deterioramento degli standard nutrizionali. I paesi dove questi programmi non sono previsti potrebbero valutare la possibilità di istituirli. L´attuale crisi è stata scatenata da due fattori: la guerra dell´Iraq che ha contributo all´impennata del prezzo del petrolio, anche nella misura in cui ha peggiorato l´instabilità nel Medio Oriente, il fornitore di petrolio a basso prezzo; e i biocarburanti che invece portano a una sempre maggiore integrazione tra i mercati delle materie prime alimentari e quelli dell´energia. Anche se questa nuova attenzione alle fonti di energia rinnovabile non può che essere considerata positiva, altrettanto non si può dire delle politiche che distorcono alla fonte l´approvvigionamento dei generi alimentari. Negli Stati Uniti, i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale, mentre rimpinguano invece le casse dei produttori di etanolo. Gli ingenti sussidi all´agricoltura negli Stati Uniti e nell´Unione Europea hanno indebolito l´agricoltura nei paesi in via di sviluppo, dove l´assistenza internazionale per favorire un incremento della produttività agricola è stata assolutamente insufficiente. Gli aiuti allo sviluppo del settore agricolo si sono ridotti complessivamente da un picco del 17 per cento all´esiguo 3 per cento odierno, cui si aggiunge il fatto che alcuni donatori internazionali stanno sollecitando l´eliminazione dei sussidi per i fertilizzanti, rendendo ancora più difficile per gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, già a corto di denaro, l´essere competitivi. I paesi ricchi devono limitare, se non eliminare del tutto, le politiche agricole ed energetiche distorcenti e aiutare nei paesi più poveri i produttori di beni alimentari a migliorare la propria capacità produttiva. Ma questo è solo l´inizio: abbiamo considerato come gratuite le nostre risorse più preziose, l´acqua pulita e l´aria. Ora è soltanto con nuovi modelli di consumo e produttivi – un nuovo modello economico – che saremo in grado di affrontare questo fondamentale problema delle risorse.
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Venerdì, 6 giugno 2008Suicidi per lavoro in Giappone
Morire di straordinari nella terra del Karoshi. Per la prima volta, due aziende condannate al risarcimento, Yuji Uendan faceva quindici ore, senza giorno libero
da La Repubblica 4-giugno-2008 di MISAKO HIDA* Pubblichiamo l'articolo che ha vinto il premio giornalistico "Media for Labour Rights", indetto dall'ILO, l'agenzia dell'Onu per i diritti del Lavoro. "Tutto il tempo che ho passato è stato sprecato". In una giornata di marzo del 1999, ancora prima che i germogli di ciliegio cominciassero a sbocciare, un ragazzo di 23 anni, Yuji Uendan, in preda a una forte depressione causata dall'eccesso di lavoro, si è tolto la vita. È stato trovato nel suo appartamento di Kumagaya, alla periferia di Tokyo, con quelle parole scribacchiate su una lavagnetta bianca che usava per l'elenco degli appuntamenti giornalieri. Uendan aveva lavorato per quasi 16 mesi come ispettore di apparecchiature per la produzione di semiconduttori, in una stanza asettica con una luce soffusa giallastra nella fabbrica della Nikon a Kumagaya, vestito dalla testa ai piedi con una divisa bianca sterile. Era stato assunto dall'appaltatrice Nextar (oggi Atest) che lo mandava per incarichi a termine alla Nikon, una delle principali produttrici giapponesi di macchine fotografiche e dispositivi ottici. Uendan faceva turni di giorno e di notte di 11 ore a rotazione, con straordinari e viaggi extra che gli facevano raggiungere le 250 ore al mese. Nel suo ultimo periodo di lavoro all'interno della fabbrica era arrivato a 15 ore consecutive senza un giorno libero. Soffriva di mal di stomaco, insonnia, intorpidimento delle estremità. In poco tempo era dimagrito di 13 chili. "Aveva la faccia molto tirata" racconta la madre, Noriko Uendan, 59 anni, che ha cominciato a soffrire di angina dalla morte del figlio e ora porta sempre con sé pillole di nitroglicerina. "Mi fa soffrire pensare a quanti giorni è rimasto lì, da solo, prima che lo trovassero". Nel marzo del 2005, il tribunale distrettuale di Tokyo ha dichiarato che sia la Nextar sia la Nikon erano da ritenersi responsabili per la morte di Uendan e ha ordinato a entrambe le aziende il risarcimento dei danni. "È stata una vittoria senza precedenti per i lavoratori temporanei", ha detto l'avvocato di Uendan, Hiroshi Kawahito, che è anche segretario generale del Consiglio di difesa nazionale per le vittime di "Karoshi". L'espressione giapponese che sta a significare "morto per eccesso di lavoro" ormai è stata adottata anche dalla lingua inglese, basta consultare il dizionario Oxford. "Si è trattato del primo caso in cui non solo l'azienda che forniva personale temporaneo, ma anche quella che lo riceveva, sono state condannate per negligenza" ha aggiunto Kawahito. Ma la causa non è conclusa. Entrambe le aziende sono ricorse in appello, ma la madre della vittima non intende darsi per vinta. La battaglia legale perciò continua alla corte d'appello di Tokyo, dove alla fine di gennaio si è tenuta la dodicesima udienza. "Negli ultimi anni, sempre più lavoratori temporanei sono stati costretti a lavorare tanto quanto i dipendenti a tempo pieno ed è molto comune che le società appaltatrici forniscano illegalmente ai propri clienti dipendenti di fatto come se fossero interinali o temporanei", dice Koji Morioka, professore di economia e autore di The Age of Overwork, L'era del lavoro eccessivo. "Visto lo status quo, il caso di Uendan ha un'importanza particolare perché si è trattato in assoluto della prima richiesta di indennizzo per il suicidio di un lavoratore temporaneo a causa di straordinari ed eccesso di lavoro." La questione del "karojisatsu", letteralmente "suicidio dovuto all'eccesso di lavoro" è un problema serio in Giappone. Il numero di suicidi è aumentato drasticamente, superando i 30 mila casi dal 1998, quando il tasso di disoccupazione raggiunse un record dai tempi del dopoguerra. Secondo gli ultimi dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il numero di suicidi in Giappone è quasi il doppio di quello negli Stati Uniti. L'ultimo studio dell'agenzia di Polizia nazionale giapponese evidenzia che nel 2006 si sono tolte la vita, in tutto il paese, 32.155 persone. Kawahito stima che più di cinquemila suicidi ogni anno sono il risultato della depressione causata da eccesso di lavoro. Secondo le ultime stime dell'Organizzazione internazionale del Lavoro, ILO, il Giappone detiene il primato di dipendenti che superano le 50 ore a settimana (28,1 per cento), mentre nella maggior parte dei paesi dell'Unione Europea, la cifra non va oltre il 10 percento (in Italia siamo al 4,2 per cento). "L'era del lavoro eccessivo" riporta che la quota di ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi è scesa al 47 percento nel 2004 dal 61 per cento del 1980. "I troppi straordinari quasi impediscono ai lavoratori di godere di ferie retribuite e questo costituisce un problema" sostiene Kosuke Hori, a capo dell'Associazione giapponese degli avvocati del lavoro. Il Giappone non ha ratificato alcuna Convenzione dell'ILO sull'orario lavorativo, comprese la Convenzione 132 relativa alle ferie retribuite e la Convenzione 1 sulle ore di lavoro. La legge nazionale non mette un tetto al lavoro straordinario per certe professioni e in certe condizioni. "Quando si tratta di ore lavorative - Marioka scrive nel suo libro - in Giappone non c'è alcun riferimento agli standard internazionali". "Ho giurato su mio figlio mentre era in coma che non mi sarei mai arresa - ha detto la madre di Yuji Uendan - e spero davvero che in futuro le aziende giapponesi lascino avere vite dignitose ai propri dipendenti, tanto da arrivare a morire di vecchiaia".
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Martedì, 27 maggio 2008Onu: finchè c'è guerra c'è speranza
Da Report Rai 3
FURTO DI STATO di Giorgio Fornoni In onda domenica 25 maggio alle 21.30 http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E1078609,00.html GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO Da quando la Comunità Internazionale ha spinto il Congo a dare ospitalità ai profughi rwandesi, le Agenzie Umanitarie e delle Nazioni Unite si sono riversate a centinaia. Da allora non se ne sono più andate. ABBE’ FLORIBERT BASHIMBE - PARROCO BUKAVU Più del 60% del loro budget va ai servizi e alle persone che organizzano la missione. Danno lezioni di democrazia e di giustizia ma sono solo parole. GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO La forza multinazionale della Nazioni Unite è qui dall’inizio degli anni novanta con il più grande contingente al mondo 22 mila persone. E costa ben3 milioni di dollari al giorno.Quello che non si capisce è perché continua a rimanere. MATILDE MUHINDO MWAMIMI – EX SENATRICE Stranamente ogni volta che il loro mandato arriva alla fine trovano sempre altri motivi per poterlo prolungare la durata del mandato. Adesso con la guerra di Nkunda staranno qui un altro anno. KIMASI MATUIKU BASAULA - PRESIDENTE PROV. BAS CONGO L'ONU dice che le armi vengono dal Rwanda, ma se vengono dal Rwanda c'è comunque una frontiera da passare, e l’ONU è lì! PATIENT BAGENDA – SCRITTORE Ci sono le prove dei soldati dell’ONU che facevano affari con Nkunda e con i guerriglieri Hutu. Ci sono le testimonianze delle donne che sono state stuprate che hanno vissuto nei campi. Potete incontrarle in via riservata saprà che rischiano la vita! GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO In Congo, anche lo stupro è un’arma di guerra. RAGAZZA VIOLATA 1 Dopo avere assistito al massacro in casa mia di sei persone della mia famiglia, i guerriglieri Hutu mi hanno portato nella foresta. Sei di loro mi hanno violentata. Quando gli aerei e gli elicotteri arrivavano, questi guerriglieri caricavano coltan e cassiterite. Poi tornavano con del denaro, del cibo, delle munizioni. Sui loro piatti, sui letti, sulle tende c’era la sigla dell’Onu. RAGAZZA VIOLATA 2 Una volta arrivati al campo, altri quindici Hutu mi hanno stuprata fino allo svenimento. Ogni volta che ponevo resistenza mi picchiavano. Nel campo ho conosciuto altre donne nella mia stessa situazione ma ci era vietato parlarci o avvicinarci. E se una di noi non rispettava le regole veniva ammazzata. RAGAZZA VIOLATA 3 Avevo diciassette anni quando sono stata rapita. Quello che so è che sono stata tenuta in un posto dove sentivo il rumore degli aerei che andavano e venivano. GIORGIO FORNONI FUORI CAMPO Nonostante i 22 mila operatori Onu, le centinaia di Ong e il sottosuolo più ricco del pianeta, le guerre non finiscono mai. Alla fine anche i più fortunati vivono in miseria. Questo signore fa l’infermiere a Kinshasa, questa è la sua casa. PATIENT BAGENDA – SCRITTORE Io, in quanto cittadino congolese, ho visto dei soldati di Laurent Nkunda salire negli aerei della Monuc per attaccare la città di Bukavu. Non posso dire che non fossero aerei della Monuc perché ho visto con i miei occhi l’aereo UN Nazioni Unite. LAURENT MONSENGWO – ARCIVESCOVO KINSHASA Queste situazioni noi le vediamo qui da noi, che c’è gente che viene, che organizza una guerra, quelle guerre che noi chiamiamo le guerre per procurazione. Vengono qua mentre c’è la guerra e c’è gente che fa più soldi di quando non c’è la guerra.
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Sabato, 19 aprile 2008Gli impiegati, i nuovi poveri
ho letto questo bell'articolo come qualcosa di cui sentivo l'inevitabilità, da tempo: quello che avevo solo immaginato nei momenti più neri è adesso una realtà.
------- Da "LA REPUBBLICA" di venerdì 18 aprile 2008 di Caterina Pasolini Scordatevi l`impiegato che ha cancellato per sempre dalle sue giornate le durezze riservate alle classe operaia, nascosto nella soffitta della memoria la tuta blu per il colletto bianco. Per una vita segnata da decoro borghese, sicurezza economica, piccoli agi irrinunciabili, la cena fuori, il weekend fuori porta. Tutto finito: la tranquillità a fine mese non abita più qui. Gli insospettabili neo iscritti nell`esercito dei poveri sono infatti proprio loro: gli impiegati comunali o ministeriali, i dipendenti delle ditte che magari in famiglia hanno due stipendi ma uno va via per pagare l`asilo nido privato perché quello pubblico non hapiù posto e non ci sono nonni a fare da baby sitter. Sono coppie che, confidando nel futuro, hanno fatto mutui e ora non arrivano a fine mese a pagarlo, che chiedono aiuto alla Caritas per pagare bollette, rate, l`affitto, spesa. A raccontare le nuove povertà, storie di separati impiegati dell`Enea che ormai mangiano alla mensa dei frati, di famiglie che chiedono aiuto al parroco perché per tirare avanti sono finite nelle mani dei cravattari, è un`indagine che la Caritas sta elaborando a livello nazionale. Fotografando un paese dove più di sette milioni e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà, due milioni e seicentomila famiglie faticano ad arrivare alla terza settimana: il 13 per cento della popolazione arranca. «Una voltai poveri erano i senzatetto, gli immigrati, chi viveva ai margini con problemi di droga ed alcolismo, disoccupazione. Poi con la crisi economica e di rapporti abbiamo visto arrivare alla nostra porta pensionati, separati con doppie spese e un`unica en- trata. Ora a chiedere aiuto sono coppie di impiegati, soprattutto al centro nord: due stipendi mangiati dall`asilo nido privato perché i servizi statali sono sempre meno. Impiegati sì, ma spesso con contratti precari che una malattia, o l`incapacità di ridurre lo stile di vita in momenti di crisi, fa sprofondare in una situazione che sembra senza via di uscita». Monsignor Vittorio Nozza, direttore nazionale della Caritas, racconta storie di coppie che hanno perso la casa, che hanno chiesto aiuto contro gli usurai, che sono arrivate a bussare in parrocchia perché non arrivavano al terza settimana, dopo anni in cui la loro vita era segnata da un paio di cene fuori alla settimana e un weekend in montagna a sciare d`inverno. Esempi concreti di un benessere intravisto per neppure una generazione e perso. Nuovi poveri, nuovi bisogni, nuovi modi di aiuto si inventa la Caritas - «mentre lo stato dovrebbe ripensare a politiche sociali e predisporre servizi»: non più solo mense dove la famiglie non andrebbero ma pacchi di cibo, vestiario da ritirare con discrezione, buoni sconto. Come a Roma dove c`è una vera e propria impennata nella richiesta di buoni Coop: buoni da spendere nei supermercati per chi non andrebbe mai in mensa, per chi non vuole che si sappia in giro che ha bisogno. «C`è stato un boom nelle richieste di buoni - afferma il direttore della Caritas romana monsignor Di Tora che ha ideato il servizio con la provincia e la Coop - Sono buoni anonimi da 5, 10 e 20 euro, che vengono utilizzati per acquistare beni di prima o seconda necessità: roba per la scuola, pannolini, vestiario e soprattutto generi alimentari». Ma ancora non basta.
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Giovedì, 17 aprile 2008Una minoranza di gente per bene.
Beh, si sapeva già. E da un bel pezzo. Viviamo in una provincia europea più di destra che di sinistra, più clericale che laica, più padronale che socialista, più provinciale che cosmopolita, più chiusa che aperta. Non fosse così, la nostra vita pubblica non sarebbe stata dominata per un ventennio (più il resto) dall'arcitaliano Silvio Berlusconi. E non vedrebbe un partito xenofobo tornare in trionfo al potere.
I cittadini di sinistra sono - da sempre - una minoranza di massa. Dovremmo averci fatto il callo, a questa lunga vita di minoranza, raramente interrotta da brevissime stagioni di governo (neanche dieci anni su sessanta di vita repubblicana: e il dato dice tutto). Invece ci rimaniamo male ogni volta, come se ci apparisse inaudito il fatto che no, questo Paese non ci assomiglia, se non in quella piccola e anomala Scandinavia ghibellina che è il Centritalia, quattro regioni in tutto. Bisognerebbe smetterla di offenderci, l'Italia è questa. Possiamo scegliere di viverci male, sprezzanti e amareggiati. Presuntuosi e acidi. O provare a tenere duro, sentirci cittadini, lavorare, discutere, parlare agli altri, non mollare. Chi di noi ha figli, conosce bene l'impulso di avere speranza per loro, anche. quando non se ne ha più troppa per sé. di Michele Serra - La Repubblica 15.apr
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Martedì, 15 aprile 2008Furto portatili in auto
Come fare a difendersi come fare a rubarli...
In questo articolo ce n'è per entrambe le parti. http://www.lastknight.com/2007/03/16/rilevare-e-rubare-un-notebook-in-macchina/
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Italiano ben scritto.
Ho appena ricevuto questa premurosa lettera dalla "Banca di Roma", ringrazio per il loro tanto affetto ...
Gentile membro , Recentemente abbiamo determinato che i calcolatori differenti avessero entrato al vostro cliente di inseguimento ed i guasti multipli di parola d'accesso erano presenti prima degli inizio attivita. Se questo non e completato vicino Aprile 16 , 2008, saremo costretti a sospendere indefinitamente il vostro cliente, come puo essere usato per gli scopi fraudolenti. Grazie per la vostra cooperazione. Scattisi qui all'inizio attività nel vostro cliente Grazie per la vostra attenzione rapida a questa materia. Chiediamo scusa per eventuali inconvenienti. Grazie per usando Banca di Roma!
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Domenica, 27 gennaio 2008Che fine fanno i fondi europei?
Come al solito pubblico in ritardo, e gli articoli che stazionano a lungo sul carrello del mio PC.... e nel frattempo è anche caduto il governo.
Da La repubblica 16 gennaio 2008 - di Antonello Caporale. SOLDI fanno bene o fanno male? "I soldi possono far bene, possono far niente e possono far male", dice Pierluigi Bersani. Negli ultimi anni al Sud i soldi (troppi soldi?) hanno creato molti problemi. Più problemi che soluzioni, più emergenze che sviluppo, più delinquenza che legalità. Cinquanta miliardi di fondi straordinari, per metà europei, negli scorsi sei anni sono corsi via come un fiume in piena. Spesi ma già persi. Fuggiti dalle tasche di Bruxelles, bruciati in migliaia di progetti senza capo né coda. Nei prossimi sei anni la cifra salirà a cento miliardi. Raddoppierà. Come il rischio che ancora una volta si comporrà il treno dei desideri, gettoni d'oro smistati per pacchetti di clientele invece che per bisogni certi da soddisfare. L'uomo che è chiamato - pro tempore - a firmare decreti, assegni, provvidenze è Bersani. Tocca a lui, ministro per lo Sviluppo Economico, rispondere alla moltitudine che avanza pretese. Tocca a lui prendersi il rischio di dire, come però ora dice: "Piuttosto che vederli sperperati li rimando indietro. Meglio non spenderli che impegnarli male". C'è un guaio in più, paradossale ma attualissimo, e l'opportunità, derivata dalla vergogna della gestione campana dei rifiuti, di stilare un prontuario della buona pratica, pochi punti ma chiari e fermi: "Metto tutto in un fondo. Da lì, solo da lì si prende. Ma per prendere io chiedo una condizione: finanzio il progetto solo se tu mi dimostri che è così indispensabile al punto da realizzarlo con i soldi tuoi, da farti i debiti pur di vederlo attuato". Si riducono le categorie del bisogno: finanziare l'essenziale, il primario. Strade e scuole o asili, acqua e inceneritori. Non la vertigine da lusso che ha accecato tutti. E poi, secondo punto: "Azzero i finanziamenti all'impresa. Non voglio più sentire parlare di sussidi. Esiste un'equazione indiscutibile: l'imprenditore sta bene se la condizione sociale in cui si sviluppa la sua intrapresa è accettabile, degna. Quindi occhio al "capitale sociale", ai luoghi, alla qualità della vita delle città, ai servizi essenziali e quelli tecnologici, per esempio alla rete di banda larga nei più piccoli centri. L'imprenditore in quanto tale non riceverà più un euro. Capovolgo il meccanismo: tutto quel che investirà per il benessere dell'azienda gli verrà poi detratto dal fisco". Detrazione d'imposta: per avere devi dare. "Non voglio sentir parlare più della legge 488. Basta, la chiudo. Solo chi merita adesso verrà ricompensato. Ricompensa significa che c'è un prima - l'investimento - e c'è un dopo, appunto la detrazione dall'imposta. Bella e gonfia di soldi, mica spiccioli. Ma successiva al rischio corso, allo sforzo fatto, alla serietà dimostrata". I soldi, tanti soldi, sono un pericolo: "Generalmente i soldi imbolsiscono, per esperienza dico che rischiano di portare grasso ai muscoli. Con la pancia piena non si corre, si passeggia. I soldi producono spesso un altro guaio: trasformano la politica in pura intermediazione finanziaria, l'impresa in un'assemblea questuante, i cittadini in clientes senza parola. Non è purtroppo dimostrato il contrario invece. Ma i soldi ci sono, sono nel bilancio dello Stato e io intervengo quando tutti i piani sono stati presentati. Sono chiamato a vigilare affinché siano spesi bene. Però, per difendere il meccanismo virtuoso, qualche contromisura in corso d'opera l'ho dovuta prendere. Una parte l'ho accantonata già adesso". Di tre miliardi di euro si compone il tesoretto di Bersani: "Non è una cifra ridicola, anzi... Sono premi. Premi a chi fa. A chi ha un'idea e la rende sostenibile. Si propone e si assume il rischio. A chi diviene un modello da imitare". Un modello alternativo a quello basato sull'emergenza che ha degradato il criterio di rappresentanza e prodotto la deresponsabilizzazione generale. "La vicenda dei rifiuti in Campania insegna tutto: il commissario è divenuto lo Stato, l'unica controparte a cui avanzare pretese. Mai dare. E i sindaci, i presidenti di provincia, assessori si sono uniti, si sono messi a guidare le rivolte invece che sentire il bisogno, l'impellenza di offrire soluzioni. Trovandosi senza più funzioni hanno scelto l'irresponsabilità. Non può andare avanti così: devono prendersi il carico delle loro colpe e dei bisogni delle loro comunità. Devono garantire, per esempio, e da subito, la raccolta differenziata e io devo, voglio fare in modo che chi meglio fa abbia molto più di quel che si attende. Lo premio tre volte. Soldi a chi corre e niente a chi passeggia. Vero, la velocità di spesa non significa tutto. Anzi, a volte vuol dire poco. Ma qui sta l'ultimo cono, l'ultimo spicchio della mia fatica". Governance, in inglese. Come governare il progetto complessivo difendendolo da una moltitudine di soggetti, decine di enti territoriali che siedono al tavolo perché lo vedono bene imbandito. "E' un problema grande, che io non posso risolvere e non c'è tempo per affrontarlo. La classe politica avrà le sue colpe, ma la burocrazia è più decisiva di quanto si creda". Eliminare dal tavolo un bel pacco di consulenti, mandare in pensione coloro che curano gli affari, e che affari!, senza uno straccio di risultato? "Al ministero ho chiamato un quarantenne a dirigere settori di grande rilievo. Togliere il tappo, e poi umilmente mettersi a scoprire quanta gente capace, che noi paghiamo, c'è ed è pronta a darci una mano. Forse siamo fuori tempo massimo per i miracoli, ma per fortuna dobbiamo garantire soltanto qualcosa di buono".
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Mercoledì, 2 gennaio 2008Buon 2008 !Ne è passata di acqua sotto i ponti, e non tutta pulita...Auguro a me ai lettori del blog che in questo prossimo anno qualcosa possa schiarirsi.
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Giovedì, 13 dicembre 2007Ritorno alla "natura", ma quale?
Da repubblica.it
di SARA FICOCELLI Chernobyl, 21 anni dopo ROMA - Lupi che sopravvivono mangiando cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di distanza da quel 25 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta dalla più grande catastrofe nucleare della storia e che ora sembra vivere una sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali. Quel che resta di Chernobyl oggi è una foresta grigia, abitata dai fantasmi delle persone che morirono per quelle radiazioni (sul numero è sempre stata polemica aperta) o vennero evacuate. Per le vie della città sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo l'esplosione le femmine non riuscirono più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade. Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del '900. Oggi qui ritrova l'ambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non trascurabile: l'uomo non è più la specie dominante. Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha colpito l'attenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal Society. Secondo una ricerca del professor Anders Moller dell'Università Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dell'Università della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata, gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine. Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali l'Organizzazione Mondiale per la Sanità e l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica si sarebbero basati solo su "prove aneddotiche". "Perché non è vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?", chiedono Moller e i suoi collaboratori. Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle radiazioni. Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs. Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma l'emblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, impiega 373 mila anni per dimezzare le proprie radiazioni. Ma il professor Jim Smith dell'Università americana di Portsmouth critica questa ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che l'abbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con l'uomo, non si riproducono più in queste zone. Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di persone vivano ancora sui terreni contaminati dall'incidente. Nella cittadina di Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone. "Non torneremo mai più, addio", aveva scritto una maestra sulla lavagna un attimo prima dell'evacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno mantenuto la promessa. Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena, che aprì un blog per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone dell'esplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, mise poi in dubbio la veridicità del reportage: secondo le sue ricostruzioni, la ragazza a Chernobyl c'era stata, ma solo per una vacanza. (13 dicembre 2007)
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Martedì, 20 novembre 2007quei preti "problematici" confinati in Alaska...
Verrebbe da chiedersi quanti di quei 50 milioni di dollari che dovrà sborsare la Chiesa provengano dalle offerte dei fedeli.
-------------- NEW YORK - La Compagnia di Gesù pagherà 50 milioni di dollari per risarcire 110 eschimesi che subirono abusi sessuali da religiosi gesuiti quando erano bambini o adolescenti, tra il 1961 e il 1987. Gli scandali nella Chiesa americana continuano a rivelare nuove e inaspettate storie, cominciati nel 2002 a Boston, sembravano dover finire con il grande accordo di quest'estate tra la diocesi di Los Angeles e 508 persone che erano state molestate o stuprate negli ultimi settant'anni. Ma ora dall'Alaska arriva la notizia che per tre decenni in 15 minuscoli villaggi, tra i più isolati e remoti al mondo, abitati dagli Yupik, che insieme agli Inuit formano il popolo eschimese, si sono ripetute violenze e abusi da parte di una decina di preti e da tre missionari della Compagnia fondata da Ignazio di Loyola. Da quattro anni erano cominciate le denunce, ma prima del processo si è arrivati ad un'offerta di risarcimento che eviterà il dibattito in tribunale. Secondo l'avvocato degli eschimesi, Ken Roosa, si tratta di una cifra record per un ordine religioso, grazie all'accordo extragiudiziale ogni vittima riceverà oltre mezzo milione di dollari, in cambio nessuno dei gesuiti verrà incriminato e non è richiesta alcuna ammissione di colpevolezza. La Compagnia di Gesù, attraverso il padre provinciale dell'Oregon, John Whitney, responsabile per l'Alaska, ha mostrato fastidio per la pubblicità data all'accordo, ha definito l'annuncio prematuro e ha negato che i gesuiti abbiano inviato per anni "in esilio" in Alaska sacerdoti di cui conoscevano le tendenze sessuali, come invece sostengono alcune delle vittime. Lo stato nel nord-ovest del continente americano viene invece definito dai gesuiti come "una delle terre di missione più difficile" e per questo la Compagnia sostiene di inviarvi i missionari più coraggiosi e preparati. A St. Michael, un'isoletta lunga 15 chilometri che si trova nel Norton Sound, la baia del mare di Bering scoperta dal capitano James Cook nel 1778, il diacono Joseph Lundowski abusò di quasi tutti i bambini di Stebbins e St. Michael, i due minuscoli villaggi abitati da 150 famiglie. Accusato da 34 persone, che nelle testimonianze raccontano delle violenze avvenute in una minuscola chiesa, dopo il catechismo, durante i bui pomeriggi dell'inverno dell'Alaska, Lundowsky era un gigante con la testa pelata e gli occhi blu, lavorava come diacono per la diocesi anche se i gesuiti hanno negato alcun legame con il loro ordine e ufficialmente non sapevano chi fosse. Lasciò l'isola nel 1975 e ora si è scoperto che è morto una decina di anni fa a Chicago alla Pacific Garden Mission, un ricovero religioso con mensa e dormitorio. La maggior parte dei sacerdoti accusati sono ormai morti e le vittime, scelte nel tempo tra chi aveva tra i cinque e i quindici anni, oggi hanno tra i trenta e i sessant'anni. In questa causa, come nel caso di Los Angeles, i gesuiti pagano per un mancato controllo e per aver tenuto nascosto per anni lo scandalo, nel 2004 si erano poi aggiunte accuse di aver bruciato e distrutto documenti che dimostravano il comportamento dei religiosi. Tra i sacerdoti sotto accusa il reverendo James Poole, fondatore della radio cattolica del Nord dell'Alaska, che oggi vive in una casa di riposo. Secondo l'accusa i gesuiti sapevano fin dal 1960 che teneva "comportamenti sessuali inappropriati" ma anche quando lo richiamarono a Portland lasciarono che continuasse ad insegnare ai bambini. L'avvocato delle vittime, da Anchorage dove ha lo studio, racconta che nessuno aveva mai avuto il coraggio di denunciare finché non arrivò notizia dello scandalo che aveva investito la diocesi di Boston, allora a poco a poco emersero storie di disperazione, alcolismo e suicidi. "In alcuni villaggi eschimesi - sostiene Roosa - è difficile trovare un adulto che non sia stato sessualmente abusato. Ma nessuno ha ammesso che i preti problematici venivano confinati in Alaska. Ora per i nostri clienti questo accordo significa che le loro storie di abusi, sempre negate, sono finalmente riconosciute". ---- da repubblica.it http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/esteri/missionari-pedofili/missionari-pedofili/missionari-pedofili.html
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Lunedì, 17 settembre 2007commento al precedente intervento
si se ne vedono di tutti i colori. Posso dirvi solo che sono schifata dalla nazione in cui sono nata e vivo. Dovete sapere che ho un figlio di 18 anni che gioca bene a calcio, per poter giocare senza compromessi è dovuto andarsene in Germania. Ora non so se lui potrà sempre giocare a calcio e se starà sempre bene in salute per farlo (mi auguro di si) ma di certo a 18 anni non può pensare solo al calcio.
So solo che lui dovrà trovarsi un lavoro e non certo lo troverà nella nostra ""bella Italia"". Insomma... ho un solo figlio e l'italia l'ha costretto ad andare via... che schifo!!
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Martedì, 11 settembre 2007Il giochetto dello specchietto
Metto a conoscenza dei lettori di ant's blog una mail ricevuta da un collega.
----------------- > Cari amici e colleghi volevo informarvi su un'esperienza avuta e che può > essere utile a tutti in futuro. > Ieri pomeriggio (ore 18 circa) sono stato soggetto di un tentativo di > furto o rapina mentre ero sul tratto dell'autostrada Roma Fiumicino > direzione Roma, altezza Parco Medici. > Io ero sulla corsia di sorpasso, quando ho sentito un colpo che proveniva > dalla fiancata destra della mia vettura, come se avessi urtato con il mio > specchietto un'altra vettura. > Subito dopo ho notato che una macchina (una Lancia Y bianca) mi stava > lampeggiando da dietro. A questo punto ho rallentato pensando, non tanto > che avessi urtato un'altra vettura, ma che ci fosse per esempio la cintura > di sicurezza del passeggero fuori dello sportello o qualche altra cosa che > poteva aver provocato quel rumore. > Nel frattempo sono stato raggiunto e superato dalla vettura che mi > lampeggiava e gli occupanti mi gesticolavano per farmi capire che ero > matto e che mi dovevo fermare. Il conducente di questa vettura ha messo la > freccia per fermarsi nella corsia di emergenza (circa 200 metri dallo > svincolo per Parco Medici) ed anche io mi stavo per fermare. Però mentre > la Y bianca mi stava superando avevo notato che nell'interno c'erano 4 > zingari due uomini e due donne ed inoltre mi sono ricordato di > un'avventura simile vissuta precedentemente da un'altro nostro collega. A > questo punto sono rientrato nelle corsie di marcia dell'autostrada e sono > arrivato a Roma. Immediatamente sono andato al Commissariato Eur per > sporgere denunzia e il poliziotto mi ha detto che è da tempo che stanno > succedendo di queste cose e che mi era andata bene in quanto, normalmente, > il "giochetto dello specchietto" finisce o con il furto dell'auto o con > una rapina (soldi e carte di credito) o, in alcuni casi, anche con il > sequestro della persona e l'obbligo al prelievo ai sportelli Bancomat e, > come non bastasse, con tante percosse. > Purtroppo da quanto ho capito è un tipo di crimine abbastanza ricorrente > in tutta Italia e l'unico consiglio che mi è stato dato dalla Polizia è > quello di non fermarsi mai in autostrada ma arrivare in un'area di > servizio chiamando, nel frattempo, il 113 con il cellulare. > Ho pensato che sia utile che questa mia esperienza fosse portata a > conoscenza di tutti gli amici che per motivi sia di lavoro che di vacanze > (questo ne è il periodo) transiteranno sia sulle autostrade (es. Roma > Fiumicino) che sul Raccordo Anulare o Tangenziali. > Se lo ritenete opportuno fate girare l'e-mail anche voi. > Ciao a tutti
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Lunedì, 10 settembre 2007Stangata di 1000 euro l'anno per i generi alimentari
E pensare che una volta certe professioni tipo l'ortolano, il verduraio, il fornaio erano considerate solo come un mezzo per sbarcare a mala pena il lunario, oggi sono le professioni dei nuovi ricchi... se non ci credete provate a mettere su voi un banco di verdura al mercato senza la raccomandazione di qualche santo in paradiso.
------- Il 13 sciopero della pastasciutta contro "le speculazioni sui prezzi" Le colpe della filiera: "Un chilo d'uva al produttore viene pagata 0,35 centesimi ma viene venduta al consumatore finale anche a oltre due euro" da repubblica.it di ROSARIA AMATO ROMA - Una giornata di "sciopero della pastasciutta" per protestare contro l'aumento eccessivo di prezzi dei beni di consumo, a cominciare da quelli di prima necessità. La protesta è stata indetta per giovedì 13 setttembre dalle associazioni dei consumatori Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori. "C'è stata una vera e propria speculazione - denuncia il presidente dell'Adusbef Elio Lannutti - quest'anno le famiglie spenderanno per consumi 1098 euro in più rispetto al 2006. E' aumentato tutto, eccetto i farmaci e la comunicazione". Ma perché proprio uno sciopero della pastasciutta? "E' un nostro piatto tipico - spiega il presidente dell'Adoc Carlo Pileri - e sappiamo come è difficile rinunciarvi. E' un fioretto collettivo quello che chiediamo agli italiani, per sottolineare che la situazione è grave". Rinunciare un giorno alla pastasciutta e quindi all'acquisto degli ingredienti che servono per prepararla serve infatti a mettere l'accento sul fatto che "la stangata", come la definiscono le associazioni consumeristiche, si è abbattuta proprio sui beni maggiormente necessari, quelli alle quali le famiglie non possono rinunciare e che costituiscono una grossa fetta della spesa dei nuclei a basso reddito (e che al contrario diventano una percentuale poco significativa della spesa dei nuclei più abbienti). Dalle rilevazioni Istat risulta che a luglio l'incremento dei generi alimentari è stato del 2,5 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. I prodotti freschi ad agosto hanno avuto una crescita media del 3 per cento, con delle punte di molto superiori: la crescita tendenziale dei prezzi della frutta nello stesso mese è intorno al 6 per cento. Il pane ha registrato un aumento su base annua del 4 per cento. Considerando i prezzi assoluti, ecco alcune cifre fornite dalle associazioni di consumatori: l'anno scorso un chilogramma di farina costava 0,80 centesimi, mentre oggi costa 0,89 centesimi; un chilo di penne è passato da 0,90 centesimi a 1,10 centesimi, mentre un chilo di pane da 2,10 euro a 2,46 euro; un chilo di spaghetti è salito a 1,14 euro, rispetto ai 90 centesimi del 2006; i crackers costano oggi 2,10, mentre l'anno scorso costavano 1,90 euro. Questi aumenti, denunciano le associazioni dei consumatori, vanno solo a vantaggio dei commercianti, l'ultimo anello della filiera: i produttori sono sempre più in difficoltà. "Gli agricoltori della Puglia, la terra del ministro De Castro - dice Lannutti - per produrre un chilo di uva da tavola spendono 50 centesimi al chilo, mentre riescono a farsela pagare 35 centesimi dai grossisti. Al consumatore finale però lo stesso chilo d'uva viene venduto per due euro, anche di più. Stessa cosa con i pomodorini, che partono da 15-20 centesimi per arrivare a 1,50-due euro". Che nel sistema ci siano delle anomalie è stato in parte riconosciuto dallo stesso governo, che ha accettato di ricevere le associazioni dei consumatori il 12 settembre e ha annunciato per le prossime settimane una serie di incontri con gli operatori della filiera alimentare sul tema dei rincari. Anche la Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) ha scelto la via della protesta, promuovendo una raccolta di firme per una petizione popolare rivolta al presidente del Consiglio Romano Prodi per l'introduzione obbligatoria dei cartellini di vendita trasparenti sui prodotti alimentari, che indichino il prezzo all'origine oltre a quello finale. E la Coldiretti, mostrando apprezzamento per la protesta delle associazioni dei consumatori, spiega come "il prezzo del grano riconosciuto agli agricoltori sia oggi lo stesso del 1985 mentre da allora il divario dei prezzi tra grano e pane è aumentato di ben il 750 per cento".
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Venerdì, 10 agosto 2007Buon Ferragosto.
A Beppe Grillo l'agosto non piace, commenta nel suo blog il 4 agosto,
sono d'accordo con lui ma per altri motivi. Amare le consiederazioni di questi ultimi mesi. Come sempre accade luglio e agosto sono i mesi dei rincari, per tutto, capofila però sono i generi alimentari. Pur non essendo un habituè dei mercati rionali lo sono dei supermercati e dei bar vicino all'ufficio, dove mi reco tutti i giorni a mangiare, e la differenza la percepisco, dolorosamente, proprio allo stomaco. E poi c'è lo stipendio: io mi ritengo tra quelli fortunati, negli ultimi anni qualche piccolo aumento il contratto dei Metalmeccanici l'ha avuto eppure, penso e ripenso e non me ne capacito: come mai da cinque o sei anni a questa parte è sempre rimasto più o meno lo stesso, ma allora... dove sono andati a finire quegli aumenti? Un'entità superiore che chiameremo forse il nulla li ha fagocitati. Spesso è ad agosto che arrivano le batoste. L'azienda scrive a tutti i dipendenti le cattive notizie - o almeno ai pochi che sono rimasti - riordina l'organigramma, colpisce chi vuole colpire premia chi vuole premiare. Tanto tutti stanno in ferie, o ci stanno per andare. Comunque sia siamo italiani, e il rancore dura poco. Al ritorno dalle ferie ci si penserà. Buon Feraggosto a tutti.
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Martedì, 24 luglio 2007... fino a quando ci saranno contadini
Da la Repubblica 23-Luglio di FEDERICO RAMPINI
"La Cina ha milioni di poveri l'economia non si fermerà" PECHINO - "Una crescita del Pil cinese del 12% annuo vi sembra troppa? Dipende dai punti di vista: potrebbe anche essere troppo poca. Se invece di concentrarvi su Pechino, Shanghai e Canton guardate al livello di sviluppo delle nostre zone interne, per esempio la Cina centro-occidentale, il bisogno di crescita è perfino superiore". Chi parla è uno dei più potenti banchieri di Pechino, Li Ruogu, presidente della China Exim Bank. "E anche le nostre potenzialità di sviluppo sono quasi illimitate, visto il bacino di manodopera rurale che ancora deve trasferirsi dall'agricoltura all'industria. In quest'ottica, l'allarme per i rischi dell'economia cinese mi pare esagerato o prematuro". Li Ruogu è forse il finanziere più importante in assoluto, perché attraverso la sua attività di finanziamento delle esportazioni è al centro dei rapporti tra la Cina e l'economia globale. L'allarme che affrontiamo in questa intervista nasce dagli ultimi dati sull'economia cinese, che attraversa il boom più lungo della sua storia. La crescita dell'11,5% del Pil nel 2006 sembrava un record irripetibile e invece nell'ultimo trimestre è accelerata ulteriormente, fino all'11,9%. Lo stesso Congresso nazionale del Popolo (l'assemblea legislativa cinese) parla di "rischi di surriscaldamento". L'inflazione è salita al 4,4% e la banca centrale è corsa ai ripari con il quinto rialzo dei tassi (+0,27%) in 15 mesi, più un taglio dell'imposta sui depositi bancari che equivale a un altro aumento dei rendimenti. Ma ad alimentare la crescita ci sono motori finora inarrestabili: l'aumento costante delle esportazioni (l'attivo commerciale ha raggiunto 112,5 miliardi di dollari nel primo semestre, le riserve valutarie arrivano a 1.330 miliardi) insieme con l'aumento degli investimenti sia pubblici che privati. L'Ocse ha stimato che la crescita potenziale e quindi fisiologica della vostra economia è del 9,5% annuo. Se ne può dedurre che al di sopra di quel ritmo di aumento del Pil rischiate di rilanciare l'inflazione e di andare incontro a un crac finanziario o a una recessione? "Da 13 anni ormai abbiamo aumenti del Pil superiori al 10% e non vedo segni che questa crescita stia raggiungendo i suoi limiti. Ci sono tanti modi per calcolare il ritmo di crescita potenziale, io penso che l'11% non sia affatto un livello eccessivo. Nel passato paesi più piccoli della Cina, come il Giappone e la Corea del Sud, hanno avuto periodi di decollo economico molto prolungati. E ciò accadeva quando l'economia globale era meno aperta di oggi e non c'erano gli effetti moltiplicatori delle nuove tecnologie informatiche". Che cosa le fa ritenere che la Cina possa sfidare le leggi di gravità, crescendo sempre più in fretta e senza incappare in una crisi? "La prima ragione è l'offerta di lavoro. Abbiamo una popolazione di un miliardo e 300 milioni, di cui 760 milioni di lavoratori attivi. Il loro numero continua a crescere dell'1% all'anno che vuol dire 7,6 milioni di occupati in più ogni 12 mesi. Di questa forza lavoro attiva ben 340 milioni sono agricoltori. L'urbanizzazione è destinata ad accelerare. Nei prossimi 25 anni avremo almeno 120 milioni di operai aggiuntivi, e nonostante questo ci sarà ancora una larga quota di popolazione rurale disposta a lasciare i campi per andare a lavorare nelle fabbriche e nei cantieri delle città. Tenendo conto che la produttività di un operaio è molto superiore a quella di un contadino, questa formidabile riserva alimenterà ancora a lungo il nostro sviluppo". L'immenso serbatoio di manodopera di per sé non è una garanzia di crescita: può anche tradursi in disoccupazione, senza un adeguato livello di investimenti. "Qui entrano in gioco le altre risorse che abbiamo. Una è il risparmio: i depositi bancari delle famiglie raggiungono 1.400 miliardi di euro, le nostre riserve valutarie sono le più alte del mondo, gli investimenti esteri continuano ad affluire al ritmo di 60 miliardi di dollari all'anno. Su questa disponibilità di capitali si innesta il ruolo del progresso scientifico e tecnologico. La Cina sta formando un esercito di scienziati di eccellenza mondiale, la nostra capacità di innovare migliora di anno in anno". Però uno squilibrio pericoloso è nelle diseguaglianze sociali. I profitti delle imprese salgono del 40%, i ricchi diventano sempre più ricchi, si scava un divario con gli altri. Si usa dire che il boom cinese è trainato da una troika composta di due robusti cavalli e un asino macilento: i cavalli da traino sono le esportazioni e gli investimenti, l'asinello rappresenta i consumi. "La questione delle diseguaglianze è al centro della nostra attenzione. Abbiamo 23 milioni di contadini e 22 milioni di abitanti delle città che vivono sotto il livello della povertà assoluta (alcune stime internazionali calcolano un numero di poveri ancora più elevato, ndr). Il divario di redditi fra città e campagne è di 3,2 a 1 cioè uno dei peggiori del mondo. I contadini delle zone più remote che coltivano le terre meno fertili vivono davvero in un altro mondo rispetto alla Cina delle grandi metropoli industriali. Questo tuttavia è un argomento in più per sostenere che la Cina può sostenere ritmi di crescita molto elevati e per lungo tempo. La strategia di riequilibrio delle disparità regionali punta a stimolare gli investimenti nel nord-est, nel centro e nell'ovest. C'è un bisogno di modernizzazione delle infrastrutture in quelle zone e questo è un altro motore di investimenti e di crescita. Dobbiamo anche affrontare i costi ambientali dello sviluppo, il degrado delle nostre risorse naturali, lo spreco di energia. Il governo ne è consapevole ed è orientato a cambiare profondamente il modello di sviluppo. Perché questa sfida sia vinta, è importante che la Cina possa agire in un contesto internazionale favorevole". Invece sul contesto internazionale si addensano nubi minacciose. Dopo la lunga serie di scandali che hanno colpito merci "made in China" contraffatte e pericolose per la salute dei consumatori, l'Occidente può alzare delle barriere e rallentare le vostre esportazioni. "La ragione fondamentale per cui la Cina oggi ha elevati attivi commerciali con gli Stati Uniti e con l'Europa è di natura strutturale: produrre una camicia qui da noi costa un trentesimo di quel che costa nei vostri paesi. Questo divario competitivo ha una forza che è inutile contrastare. C'è una logica di mercato che regge la nuova divisione internazionale del lavoro. Vedo che il protezionismo diventa sempre più popolare nei paesi ricchi. Voi europei e gli americani sembrate dimenticare che foste i primi a volere una Cina aperta al commercio internazionale: nell'Ottocento con la politica delle cannoniere, dieci anni fa spingendo per il nostro ingresso nel Wto. A chi oggi chiede barriere protezionistiche io voglio ricordare che il 58% delle esportazioni made in China viene effettuato da multinazionali estere, e quindi le vostre imprese e i risparmiatori che ne sono azionisti sono tra i beneficiari della nostra crescita. Inoltre noi spendiamo sempre di più all'estero. Per citare un solo esempio fra tanti, 30 milioni di cinesi hanno fatto turismo all'estero l'anno scorso, e sono destinati ad aumentare a una velocità sostenuta". (23 luglio 2007)
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Lunedì, 25 giugno 2007Sperequazione di reddito.
Stando alle cifre solo il Portogallo ci tiene testa.
Quanto ai Giapponesi ho paura che il "benessere" non sia proprio la loro più grande aspirazione, mi verrebbe da aggiungere... ----------- Da repubblica.it leggi tutto l'articolo su: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/economia/pil-benessere/pil-benessere/pil-benessere.html ROMA - Fa parte dei primi sette Paesi più industrializzati del mondo, per Pil pro capite è quattordicesima, ma, se si considera in senso ampio il livello di benessere della popolazione, l'Italia precipita al penultimo posto (ventitreesimo su 24 paesi presi in considerazione), seguita solo dal Giappone. E' il risultato di una ricerca condotta dal Cer (Centro Europa Ricerche) per conto dello Spi - Cgil, "Indicatori di benessere e politiche sociali: modelli a confronto". Dall'indagine non solo si conferma l'alto grado di diffusione della povertà in Italia (l'11 per cento delle famiglie italiane e il 13 per cento delle persone si colloca al di sotto della soglia di povertà, con punte che superano il 25 per cento nel Mezzogiorno), ma emerge anche un alto tasso di sperequazione nella distribuzione del reddito, inferiore solo a quello del Portogallo (la media del reddito delle famiglie più ricche è infatti otto volte superiore a quello delle famiglie più povere). Una situazione che, suggerisce il Cer, può essere adeguatamente superata solo se le politiche sociali verranno considerate dal governo in carica e da quelli a venire "come veri e propri strumenti di crescita", come sono stati e sono nei Paesi scandinavi
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Venerdì, 22 giugno 2007L'acqua: un bene di tutti
Leggevo sul blog di beppe grillo la notizia della nazionalizzazione delle risorse idriche:
http://www.beppegrillo.it/2007/06/laudato_si_mi_s_1.html La legge che nazionalizza l’acqua è stata approvata mercoledì alla Camera in uno strano silenzio. Quando scadranno i diritti delle municipalizzate l’acqua tornerà sotto il controllo dei Comuni, delle Province e delle Regioni. In un subemendamento al disegno di legge Bersani è riportato: “ La titolazione delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche è assegnata a enti pubblici”. Semplice, chiaro! Le società di capitali private e quotate in borsa fuori dalle balle. La pioggia non darà più stock option e dividendi. E tornerà sotto il controllo dei cittadini. [...] Io sono fiducioso, credo che voteranno all’unanimità per restituire l’acqua agli italiani. Ma non vorrei che qualcuno, per pura amicizia sia chiaro, voglia favorire le società concessionarie. Agli amici non si può dire di no... L’acqua è un diritto, non è tollerabile che produca profitti. Ma l’amministrazione pubblica è un colabrodo. Ottimo punto. Chiariamo di chi sono le responsabilità. Identifichiamo i dipendenti e tappiamo i buchi degli acquedotti. --------- Mi viene in mente un racconto venutomi di getti alcuni mesi fa sull'onda di un servizio di Report sulle risorse idriche mondiali. Il racconto fa parte di una raccolta inedita di 101 racconti dal titolo 100 e uno Finestre -------------------- 83) Il dirigente guardava quella distesa d’acqua con affetto, orgoglio per i successi raggiunti, e anche con un po’ di nostalgia. A lui piaceva molto l’acqua, anche se qualche volta sognava di rimanerci affogato. Si vedeva un’enorme distesa d’acqua e, proprio in mezzo la punta di un campanile. Quel campanile stonava ma non avevano avuto il permesso di abbatterlo, e ora stava a significare che una volta lì sotto c’era una città, con tanto di strade ed edifici. Lui c’era quando inaugurarono quella diga, in India, e vide l’acqua salire di giorno in giorno e ricoprire la città. Fu un successo. Il dirigente distolse lo sguardo da quel poster che aveva dietro la scrivania e guardò giù dall’alto dell’edificio in vetro. Quella mattina si era svegliato con la sete, una sete che pareva inestinguibile. Si avvicinò al despenser dell’acqua, quelli normalmente in dotazione negli uffici, e si riempì un bicchiere colmo. Trovò quell’acqua calda e disgustosa e fece una smorfia. Ma da dove proveniva quell’acqua? Si chiese. Era seccato. Ci mancava che tirassero fuori i fatti del ‘99 in Bolivia. La gente in rivolta contro la privatizzazione dei servizi idrici, i morti e i feriti che nessuno ricordava più anzi, non aveva mai saputo, e li sbattessero in televisione con tanto di filmati. Il governo aveva affidato quei servizi ad un consorzio che non eravamo neanche noi, e invece… ecco che vengono a intervistare proprio noi, come se noi c’entrassimo qualcosa. Come ci ha chiamato quella giornalista d’assalto? Ah sì… “i Signori dell’acqua”. Hanno tagliato buona parte del mio discorso e mi hanno fatto passare per uno speculatore, uno col pelo sullo stomaco, un delinquente. Una denuncia si beccheranno, questo sì! Noi non siamo come ci vogliono far apparire loro, non speculiamo sull’acqua a danno dei paesi detentori di bassa tecnologia, noi chiediamo solo un prezzo equo per i nostri servizi di consulenza. Io spiego tutte queste belle cose, con calma, senza arrabbiarmi, nella mia posizione non me lo posso permettere, e intanto, mandano in onda quel campanile che sbuca dall’acqua, e la gente, lì in India, che si lagna che abbiamo sommerso il loro villaggio millenario per far posto a una diga, oltretutto, dicono, instabile. E’ vero. Ma alla giornalista ho spiegato qual è la nostra vera missione: portare l’acqua a tutti, far vivere tutti meglio. E questo non si può avere gratis ma loro, questi giornalisti d’assalto, basta che sentano la parola Multinazionale e saltano sulla sedia. Dicono che il nostro prezzo è alto, molto più di quello che la gente possa permettersi, che a quella gente l’acqua costa metà dello stipendio. Ma allora, perché hanno dato l’incarico a noi? Potevano costruirsele da soli le infrastrutture. Il mondo stava andando alla rovescia. E in effetti chi l’avrebbe pensato che l’acqua potesse un giorno valere tanto quanto il petrolio? Noi, grazie al nostro intuito e ai nostri investimenti abbiamo l’esclusiva, ed è per questo che ora ci spetta la nostra fetta di guadagno. E’ forse colpa nostra se madre natura ha mal distribuito le risorse idriche del globo? Il dirigente guardava fuori dalla finestra e si sentiva rassicurato. Quella giornalista nulla avrebbe potuto contro la sua Multinazionale. Il cielo si era di colpo oscurato, dopo tanta siccità ora stava piovendo in abbondanza. Vedeva il vetro ricoprirsi di gocce… quanta acqua sprecata, invece di andare a raccogliersi in qualche bacino creato allo scopo. Non importa se sarebbe stato un villaggio o piuttosto una foresta ad essere sommersa, l’importante era sequestrare l’acqua, privatizzarla e ridistribuirla a pagamento attraverso decine di società satelliti nei vari paesi a bassa tecnologia e alto debito estero, con il loro stesso consenso e naturalmente… a pagamento. Lo stesso prezzo per tutti, in tutto il mondo. Questa era democrazia. E siccome l’acqua serve a vivere ci sarebbe stata sempre gente disposta a pagarla perché la vita non ha prezzo. Il dirigente sognava ad occhi aperti. Non bisognava fermarsi qui, bisognava pensare al futuro, anticiparlo, seppure di poco: quanto sarebbe durata ancora l’aria buona, quella respirabile, prima della comparsa delle prossime statistiche allarmanti sull’incidenza del cancro ai polmoni?
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Venerdì, 1 giugno 2007Un click d'istinto
Non fatico a crederci. E' stato un gesto della mano improvviso ed istintivo, il click sul mouse è partito prima ancora che me ne rendessi conto. Oggi sul sito di repubblica ho cliccato su uno dei riquadri di destra (non di destra in senso politico), quello dei reportage. Il riguadro titolava:
"Poliziotte spagnole denudano e picchiano una turista". Di tutti i riquadri (tre dei quali rappresentavano persone nude(*)) avevo scelto il peggiore, il più abietto, il più morboso. Non a caso tra tutte le foto in vetrina, quella da me scelta era esposta per prima nella colonna di destra. Ho cliccato e ho ricevuto una pagina di errore: probabilmente per le troppe richieste di quell'immagine a cui era sottoposto il sito. Me ne sono rallegrato. Appena un attimo dopo il click, infatti me ne ero pentito e già mi accusavo. Ho chiuso il browser. Per oggi basta con le notizie di repubblica.it (*) Gli altri erano "A Manila studenti nudi contro aumenti della scuola " "Spot delle calciatrici asiatiche in lingerie nuovo cult della rete "
Scritto da alessandro formiconi
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Mercoledì, 23 maggio 2007Che lavoro vorresti fare? Chiedilo a Google.
E' strano, e a mio avviso anche grave, conoscere se stessi talmente poco da non sapere cosa si desidera fare da grandi (che poi ci si riesca o meno questo è tutto un altro affare). In ogni caso sembra che Google aiuterà i meno decisi in questa come in tante altre cose....
------------------------- Da: repubblica.it link: http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/google5/google-futuro/google-futuro.html Google sempre più Grande Fratello Schmidt: "Organizzeremo la vita degli utenti" LONDRA - Grande fratello Google: il gigante di Mountain View non mira più solo a raccogliere e fornire più informazioni possibili a chi naviga in rete, ma anche ad organizzare l'esistenza dei suoi utenti. L'obiettivo è stato dichiarato dall'amministratore delegato della società, Eric Schmidt, parlando con i giornalisti, secondo quanto riferisce il quotidiano finanziario britannico Financial Times. Una prospettiva destinata a suscitare nuovi timori per la tutela della privacy per il colosso dell'online, che in Italia si è appena aggiudicato il Big Brother Award come tecnologia più invasiva, premio in negativo in materia di privacy. Per Schmidt è di fondamentale importanza raccogliere quante più informazioni sugli utenti così che un giorno Google potrà "influire" direttamente sulla nostra vita, dicendo non solo cosa danno al cinema dietro casa, ma anche come passare un weekend libero, o addirittura indirizzare le nostre scelte professionali, grazie al fatto che conosce le nostre capacità e i nostri gusti. Una conseguenza logica, dice senza giri di parole l'ad, dell'ambizione del motore di ricerca di organizzare l'informazione globale. Lo scenario globale è stato prospettato dopo le domande dei giornalisti sul futuro di Google nei prossimi cinque anni: "Siamo in una fase iniziale rispetto all'informazione contenuta su Google. Gli algoritmi miglioreranno molto e noi miglioreremo nella personalizzazione dei contenuti. Obiettivo è consentire agli utenti di Google di chiedere cose come 'Che faccio domani?', oppure, 'Che lavoro dovrei cercare?'" ha spiegato. Lo scontro tra i motori di ricerca è ora focalizzato sulla corsa a creare la più ampia banca dati di informazioni individuali, così da permettere all'industria di offrire pubblicità sempre più personalizzata, da cui siti come Google traggono profitti ingenti, sottolinea il Financial Times. "Non possiamo a volte rispondere a domande di fondo, perché non sappiamo abbastanza di te. Questo è l'aspetto più importante dell'espansione di Google", dice Schmidt, ricordando che il rilancio del servizio iGoogle, che consente all'utente di personalizzare la propria pagina di ricerca e pubblicare suoi testi o immagini, sarà un aspetto chiave di questo progetto. Un altro servizio, Google personalised search, introdotto due anni fa, dà a Google il permesso di memorizzare la storia delle nostre navigazioni su internet, consentendo così di focalizzare meglio e personalizzare i risultati delle ricerche. Attualmente è in fase di sviluppo Google Recommendations, dove il motore suggerisce all'utente quali prodotti e servizi usare sulla base di sue preferenze consolidate. Al momento non accade ancora, ma in futuro la società potrebbe vendere spazi di pubblicità personalizzata per questi beni e servizi 'suggeriti' all'utente. Di recente, Google ha dovuto piegarsi alle proteste dei gruppi per la difesa della privacy in Usa ed Europa, acconsentendo a limitare a due anni il tempo massimo per il quale conservare le informazioni sulle ricerche internet fatte dai suoi utenti. E anche la proposta acquisizione di DoubleClick ha fatto storcere il naso: DoubleClick è infatti il servizio che lascia 'cookies' sui computer quando si visita un certa pagina, memorizzando la stessa 'visita'.
Scritto da alessandro formiconi
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