Martedì, 25 novembre 2008
un' agenda per il pianeta
Repubblica — 21 novembre 2008 pagina 45 sezione: CULTURA
«Lo Stato sociale è finito, è ora di costruire il "Pianeta sociale"». Solo così, spiega Zygmunt Bauman, si potrà uscire dalla crisi globale che il mondo contemporaneo sta vivendo. La politica deve avere la forza di reinventarsi su scala planetaria per affrontare l' emergenza ambientale o il divario crescente tra ricchi e poveri. Altrimenti è condannata alla marginalità in una dimensione locale, con strumenti obsoleti adatti a un mondo che non esiste più. L' inventore della "società liquida" non crede in una capacità di autoriforma della politica, «meglio costruire un' opinione pubblica globale e affidarsi a organizzazioni cosmopolite, extraterritoriali e non governative». I nostri politici ce la faranno a cambiare paradigma, passando dal locale al globale? «Io non conterei molto sui governi - di nessun paese, piccolo o grande che sia - e ancor meno sui loro tentativi di collaborazione, che finiscono regolarmente in una poesia di nobili intenzioni piuttosto che in una prosa di concreta realtà. I poteri che decidono sulla qualità della vita umana e sul futuro del pianeta sono oggi globali e dunque, dal punto di vista dei governi, sono extraterritoriali ed esenti dalla loro sovranità locale. Finché non innalziamo la politica ai livelli ormai raggiunti dal potere, le probabilità di arrestare gli sviluppi catastrofici cui stiamo conducendo la nostra vita sul pianeta sono, quantomeno, scarse». Dunque, di quali strumenti alternativi dovrebbe dotarsi la politica per affrontare le grandi emergenze del nuovo mondo globale? «L' obiettivo di arrestare le ineguaglianze globali che tendono a divenire rapidamente più profonde non compare tra le priorità delle agende politiche degli Stati-nazione più potenti, nonostante le tante promesse fatte al riguardo. Contemporaneamente, mancano ancora un' "agenda politica planetaria" e delle istituzioni politiche globali efficaci e dotate di risorse che gli permettano di perseguire simili obiettivi rendendoli operativi. Le prerogative territoriali degli Stati-nazione ostacolano la creazione di tale agenda e di tali istituzioni e rendono ancora più difficile il tentativo di mitigare il processo di polarizzazione». Gli Stati da soli non possono farcela. I singoli cittadini hanno qualche possibilità in più di mettere mano ai disagi che avvertono, per organizzare un' azione collettiva? «Qui interviene quel fattore che è stato ampiamente descritto con il termine "individualizzazione". Con il progressivo abbassarsi della condizione di difesa mantenuta contro le paure esistenziali, e con il venir meno di accordi per l' autodifesa comune, come per esempio i sindacati o altri strumenti di contrattazione collettiva, depotenziati della competizione imposta dal mercato, spetta ai singoli trovare e mettere in pratica soluzioni individuali a problemi prodotti dalla società nel suo complesso. Ma fare tutto questo da soli e con strumenti per forza limitati risulta palesemente inadeguato al compito prefisso». Anche il climate change è tra le grandi paure e insicurezze che l' uomo occidentale deve fronteggiare. «L' insicurezza deriva dal divario tra la nostra generale interdipendenza planetaria e la natura meramente locale, a portata di mano, dei nostri strumenti di azione concertata e di controllo. I problemi più terribili e spaventosi che ci tormentano e che ci spingono a provare una sensazione di insicurezza e incertezza riguardo a tutto ciò che ci circonda hanno origine nello spazio globale che è al di là della portata di qualsiasi istituzione politica ora esistente; tuttavia questi problemi sono scaricati sulle entità locali - città, province e Stati - dove si pretende che vengano risolti con quei mezzi disponibili a livello locale: un compito praticamente impossibile». Eppure in molti sostengono che alcune questioni relative all' inquinamento, alla produzione d' energia, ai rifiuti, possono essere affrontate a livello «micro», di città, di governi locali. «L' inquinamento atmosferico e la mancanza di acqua potabile sono questioni che traggono origine nello spazio globale, ma sono poi le istituzioni locali a doverle gestire. Lo stesso principio si applica al problema delle migrazioni, del traffico di droga e armi, del terrorismo, della criminalità organizzata, dell' incontrollata mobilità dei capitali, dell' instabilità e della flessibilità del mercato del lavoro, della crescita dei prezzi dei beni di consumo e così via. La sfera politica locale è sovraccarica di compiti e non è abbastanza forte o abbastanza dotata di risorse per svolgerli. Solo istituzioni politiche e giuridiche internazionali - finora assenti - potrebbero tenere a bada le forze planetarie attualmente sregolate e raggiungere le radici dell' insicurezza globale». E un governo planetario che salverà il mondo? «Allo stadio di sviluppo a cui è ormai giunta la globalizzazione dei capitali e dei beni di consumo, non esiste nessun governo che possa permettersi, singolarmente o di concerto con altri, di pareggiare i conti - e, senza che si pareggino i conti, è impensabile che si possano effettivamente mettere in atto le misure tipiche dello Stato sociale, volte a ridurre alla radice la povertà e a prevenire che l' ineguaglianza continui a crescere a piede libero. E altrettanto difficile immaginare governi capaci di imporre limiti sui consumi e aumentare le tasse locali ai livelli necessari perché lo Stato possa continuare a erogare servizi sociali, con la stessa intensità o con maggior vigore». La globalizzazione cancella anche lo Stato sociale. Professor Bauman, non lascia speranza per un briciolo di giustizia e di eguaglianza nel mondo del XXI secolo? «Non esiste una maniera adeguata attraverso la quale uno solo o più Stati territoriali insieme possano tirarsi fuori dalla logica di interdipendenza dell' umanità. Lo Stato sociale non costituisce più una valida alternativa; soltanto un "Pianeta sociale" potrebbe recuperare quelle funzioni che, non molto tempo fa, lo Stato cercava di svolgere, con fortune alterne. Credo che ciò che può essere in grado di veicolarci verso questo immaginario "Pianeta sociale" non siano gli Stati territoriali e sovrani, ma piuttosto le organizzazioni e le associazioni extra-territoriali, cosmopolite e non-governative, tali da raggiungere in maniera diretta chi si trova in una condizione di bisogno, sorvolando le competenze dei governi locali e sovrani e impedendogli di interferire». - ALESSANDRO LANNI
Martedì, 14 ottobre 2008
Quando facevo il venditore di prodotti farmaceutici - perchè di vendita si tratta - mi portavano sempre come esempio supremo colui che riusciva a vendere frigoriferi agli esquimesi. Questo concetto che allora, all'età di 24 anni mi sembrava paradossale oggi mi sembra fin troppo familiare.
E Bauman, in questo illuminante articolo, definisce così la filosofia imprenditoriale vigente:
"il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni"
buona lettura.
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Il mondo drogato della vita a credito
di ZYGMUNT BAUMAN
da La Repubblica 8 ottobre 2008
Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.
Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.
C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.
L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?". Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.
Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.
Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali.
Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie.
L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare...
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.
La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.
Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga..
Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza.
(Traduzione di Emilia Benghi)
Domenica, 15 giugno 2008
Questa è la trascrizione di sei trasmissioni di «France Culture» (canale radiofonico), all'inizio degli anni '80.
L'intervista è stata da me scansionata ed è tratta da "cuore di cielo puro" libro quasi introvabile di Luni Editrice, casa editrice putroppo non più attiva.
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La gente dice: «Non siamo più nel medio evo». Ebbene, che differenza c'è tra il medio evo e adesso? La gravidanza dura nove mesi, proprio come allora. Nel medio evo, certo, non esistevano né radio né televisione. Solo i mezzi sono cambiati. L'organismo, al contrario, si è indebolito. Ci sono tantissime persone che non sono né del tutto vive né del tutto morte. Sono nel chiaro-scuro senza sensazioni. Quello che facciamo non è aggiungere qualcosa in più, ma il «ritorno alla sorgente», che ci permette di sentire davvero ciò che accade ogni giorno, in ogni momento. E questo che è stato completamente trascurato. Non si fa altro che programmare, pianificare, in previsione di ciò che potrà accadere tra un anno, tra tre anni ecc. Ma cosa si fa adesso, cosa si sente? Non lo si sa.
<<< leggi tutta l'intervista
Mercoledì, 21 maggio 2008
L'Università in guerra con Omero e Dante
da La Repubblica 20.05.2008 di PIETRO CITATI
COME ogni anno, la produttività italiana è diminuita di qualche punto.
Pochi anni fa, era lievemente inferiore a quella inglese: poi a quella francese e tedesca: poi a quella spagnola: poi a quella greca: poi a quella boema: poi a quella polacca: poi a quella bulgara: poi a quella moldava; e quest’anno si discute seriamente se sarà superiore o inferiore a quella del Ghana.
Pare che abbiamo buone speranze. Tutti sanno qual è la ragione: la scuola e in primo luogo l’Università. È il vero problema italiano: infinitamente più grave dell’inflazione, del tenore di vita, del bilancio dello stato, dell’Alitalia, dell’immigrazione clandestina, dell’immondezza che ha trasformato Napoli in una elegantissima pattumiera sotto il cielo. Nel dopoguerra, tutti i ministri della Pubblica Istruzione sono stati mediocri. Ma, un tempo, i bigi e saggi ministri democristiani non osavano nemmeno sfiorare il vecchio edificio scolastico: sapevano che era pieno di crepe; e che un solo colpo di piccone avrebbe rischiato di distruggere l’Università, il liceo, le medie, le elementari. Poi, non so come, presero coraggio: la parola riforma li incantava: risvegliava in loro una specie di euforia e di ebbrezza, come se scrivere centinaia di leggi incomprensibili facesse conoscere loro la vera vita, — quella vita ardente che non avevano mai conosciuto. Così cominciarono le allegre catastrofi: quella della scuola elementare, a causa della moltiplicazione della maestra di base. Quella dell’esame di riparazione; e soprattutto (niente li affascinava tanto) l’invenzione delle cattedre universitarie grottesche, come Sociologia del gatto siamese o Il computer applicato alla letteratura .
Ma il vero, immane disastro, paragonabile a un terremoto del decimo grado della scala Mercalli, doveva ancora giungere. Otto anni fa, l’onorevole Luigi Berlinguer, circondato da una schiera di pedagogisti e seguito da Letizia Moratti, diede solennemente il primo colpo di piccone. Sono passati appena otto anni. E del vecchio edificio scolastico non resta più niente: tutte le tegole al suolo, muri maestri e pilastri divelti dal bulldozer, mattoni in briciole, fango, poltiglia e, sopra la immensa rovina, una fittissima nube di tenebra.
Oggi, gli studenti universitari non leggono più: seguono piccoli corsi di poche settimane, che si susseguono vorticosamente; e, alla fine, dopo aver saltabeccato da un piccolo corso ad un altro piccolo corso, giacciono a terra sfiniti, senza avere appreso assolutamente nulla. Come libri di testo, non adottano tutta la Divina Commedia , tutta l’ Odissea, e Ernst Robert Curtius e Santo Mazzarino, come si faceva nel vecchio edificio scolastico: ma miserabili librettucci, che raccontano in cento pagine la Storia delle Crociate o i Moralisti classici. Testi, niente, perché leggere Dante o l’ Odissea può riuscire pericoloso per le anime dei ragazzi innocenti. I pochi studenti dotati sono (giustamente) puniti: dopo aver studiato per otto anni, debbono affrontarne due di inutilissima pedagogia, prima di poter insegnare nelle medie o nei licei. Poi il ciclo si ripete all’infinito: pessimi professori universitari generano professori di liceo ancora peggiori, e questi allevano studenti per i quali scrivere una pagina in italiano è molto più arduo che ascendere l’Himalaya.
Berlinguer e i suoi amici immaginavano che la società moderna, o società di massa, o società globale, fosse il regno dell’immensa faciloneria, governata da un sovrano idiota. Leggere è inutile: studiare inutile: conoscere i classici antichi e moderni inutilissimo; basta ignorare l’italiano e blaterare sciocchezze. In realtà, la società moderna esige studi difficilissimi, molto più difficili di quelli di cinquanta anni fa: richiede un’assoluta precisione mentale, una cultura che abbraccia molte specializzazioni, il dono del pensiero analogico, e quello di scoprire il tutto nel minimo. L’università di Berlinguer e della Moratti prepara ingegneri incapaci di costruire ponti e case, storici medioevali che ignorano il latino, fisici che confondono Einstein ed Euclide. In un disastro così totale, qualcosa di utile è naturalmente venuto alla luce. Come testimonia un’ottima inchiesta di Vladimiro Polchi pubblicata giorni fa su Repubblica, gli studenti fuori corso sono diminuiti: cosa ovvia, se lo studio è stato ridotto a pochissimo. I laureati della laurea breve che appartengono alla facoltà di medicina (i sanitari, non i medici) trovano facilmente lavoro. Ma la colpa gravissima della Riforma Berlinguer è stata quella di trasformare l’Università in un cattivo liceo di provincia. L’Università non può accontentarsi di produrre infermieri e odontoiatri: persone utilissime; ma deve educare specialisti, studiosi di cose ardue e difficili, come quelli che l’Italia costringe ogni anno ad emigrare in tutte le facoltà dell’universo. Così la Riforma Berlinguer va radicalmente riformata. Dobbiamo ripristinare i grandi corsi, lunghi sei o sette mesi, sugli argomenti fondamentali della conoscenza. Gli studenti devono tornare a leggere. Se qualcuno studia letteratura greca, o storia del pensiero economico, o storia della filosofia, tremila (non duecento) pagine di testi sono appena sufficienti.
Qualche tempo fa, ho letto che, in Gran Bretagna, il ministro dell’Istruzione progettava o progetta di abolire, nelle scuole medie e nei licei, lo studio delle lingue straniere, che ormai sono perfettamente inutili (malgrado Dante, Racine, Cervantes e Goethe), visto che ormai tutti gli abitanti della Terra parlano inglese. La settimana scorsa, ho appreso da Repubblica che il vento ardimentoso della demenza europea ha preso a soffiare anche in Germania, dove il governo ha deciso che le scuole costano troppo: quindi niente più bocciature, niente più voti, e se i voti sono bassi verranno rialzati dal preside. Consoliamoci. Ogni paese ha il Berlinguer che si merita.
Giovedì, 17 aprile 2008
Al lavoro non ho avuto una buona giornata, ma l'SMS ricevuto oggi da mia moglie credo possa aiutare anche qualcun' altro oltre che me. Per questo, senza ritegno alcuno, lo pubblico.
Amore mio, stai sereno!
E' l'unica cosa che possiamo fare.
Siamo in un paese in cui regna la volgarità del pensiero.
Forse con il nostro modo di pensare e di vivere
non smuoveremo le montagne e convinceremo i nostri politicanti,
ma sicuramente rendiamo la vita migliore
a noi e a chi ci vuole bene.
Non mi sembra poco.
Ricorda che sarò sempre al tuo fianco.
Venerdì, 7 marzo 2008
«Da quando Bacone ha lanciato l'aforisma "sapere è potere", l'Occidente si è incamminato sulla via dell'acquisizione. Ho incontrato persone di grande erudizione, delle vere e proprie enciclopedie viventi. Sanno tutto e vogliono sapere tutto.
«In quanto a me, devo adottare un atteggiamento diametralmente opposto in quello che faccio: la via della spoliazione. Per esempio, il principio che ho stabilito per il movimento rigeneratore è: senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo. Il che non significa che io condanni la conoscenza. Chiedo soltanto di lasciarla negli spogliatoi, per lo meno durante la pratica del movimento rigeneratore. Cosa facile a dirsi ma difficile a farsi. Non si vuole e non si può separarsi da ciò che si possiede. Eppure il bagaglio non fa altro che intralciare il movimento
«Non posso sottovalutare l'apporto dell'Occidente nella via dell'acquisizione. Il mondo intero ne ha tratto beneficio, compresi noi giapponesi. È l'estremo sviluppo del cervello che ci ha permesso di avanzare in questa via. Oggi questo sviluppo ha raggiunto un livello inquietante. Temo che ciò sia avvenuto a discapito di tutto il resto. Ci sono sempre più persone che ignorano le proprie gambe. Sono come alberi le cui radici muoiono lentamente. Portano fiori verbali ma non riescono ad avere frutti. Le radici non si vedono: io però le vedo».
Itsuo Tsuda nacque nel 1914. All'età di sedici anni si rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare l'erede dei suoi beni (diritto di primogenitura); lasciò quindi la sua famiglia e si mise a vagabondare, alla ricerca della libertà di pensiero. Dopo essersi riconciliato con il padre, si recò in Francia nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione del Nó con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e 1'Aikidó con il Maestro Ueshiba. Itsuo Tsuda tornò in Europa nel 1970 per diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki. Nel 1973 pubblicò la sua prima opera, Il Non Fare, con il sottotitolo: «La Scuola della Respirazione». La sua morte è avvenuta a Parigi nel 1984.
<<< leggi un intero capitolo da "La via della spoliazione" su chatant.com ! <<<
Mercoledì, 30 gennaio 2008
Potenza dell'informatica e dell'e-mail. Mia sorella, in questi giorni di carnevale, andra'a Londra con il marito e il figlio. A Londra, risiede pure mio cugino Giulio, figlio di Nicolina, sorella di mia madre. Mia sorella comunica a mia madre che andra' a Londra, e fra le altre cose, vorra' vedere Giulio.
Mia madre, TELEFONICAMENTE informa la sorella Nicolina che mia sorella vorra' vedere Giulio a Londra. Mia sorella, che si si chiama Cecilia, informa mia madre, che informa la sorella per telefono, che Cecilia vorra' scrivere a Giulio che lo vorra' vedere a Londra malgrado i loro impegni, ma in verita' Cecilia non ha ancora scritto a Giulio, si sono solo sentite TELEFONICAMENTE LE SORELLE...
Lucia
Mercoledì, 16 gennaio 2008
Sorridere è un modo economico
di essere più belli
Lunedì, 14 gennaio 2008
Di sotto al cappello tirato sugli occhi
una lacrima cadde nel mare:
e tutto il Pacifico non conteneva ricchezze uguali
a quella misera goccia.
Hermann Melville (1850), Moby Dick, cap. CXXXII
Mercoledì, 28 novembre 2007
... potrebbe avere qualcosa a che vedere le massime di Ennio Flaiano ma, l'autore di questa massiam non è uno scrittore ma un musicista.
Intelligente, diretta, semplice e poco ricercata nel linguaggio. Vera.
Questa massima potrebbe essere una buon punto di partenza per avvicinarsi allo Zen.
La vita è ciò che ti accade mentre sei tutto intento a fare altri piani.
J. Lennon
Mercoledì, 24 ottobre 2007
E' bello ricevere mail di questo tipo dal proprio provider. Anche se fosse tutto falso, e il sistema fosse andato giù per il più futile motivo, le storie che raccontano sembrano tratte dal più tecnologico romanzo di spionaggio.... Mississauga... che nome misterioso per un racconto noir introspettivo-filosofico.
October 22, 2007 - Power Failure Please be informed that on October 22nd, 2007 between the hours of approximately 12 noon EST and 2:30 PM EST we experienced two separate incidents of power failure to one of our power circuits at 151 Front Street in Toronto. There was an overload to the circuits which has caused the circuit breaker to shutdown. As a result of this we have lost network connectivity to a number of our servers and a number of the servers lost power connection. We had data center operations on-site within 15 minutes of the first failure and after brining up the power connectivity our systems administrative staff has worked to fully recover all systems. We will be reviewing the case and will add additional power circuits as needed. If you are still experiencing any issues please contact us to resolve the matter. Mississauga data center servers were not affected. Yours Truly, 4Java.ca Team
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AC Power Failure - Post-Mortem
Dear Customer, On February 25th at 11:30pm EST the building 151 Front Street where ObjectNova Inc. (4Java.ca) is co-locating experienced electrical issues with the glycol loop that supports the AC's in our network provider's PEER 1's data centre. Increased temperatures were noticed in the data centre between 11:30pm Sunday February 25th and 4:15am Monday February 26th. Suite 709 lost its heat rejection loops for the air conditioning units, which resulted in the AC's being shut down intermittently. 151 Front Building Management determined that the issue with the loop was due to moisture getting into a disconnect on the roof causing a short tripping in the main electrical breaker for the glycol loops. The glycol loops are owned and maintained by the building. The Building Contractors were on-site right away and throughout the night the Building Management did their best to give us cooling periodically to keep temperatures in the data centre operational. At 3:26 EST, preventative measures commenced to prevent damage to network equipment within the facility; these devices were restored by 4:10am. During this time, some customers may have experienced extended periods of latency and/or connectivity interruptions to equipment located in the 151 Front St. facilities. 4Java.ca/ObjectNova night shift staff has recovered remotely from the first service interruption around 1:10 AM affecting some of the server and switching equipment. Majority of the equipment remained online and fully operational. There was switching component affected by the failure caused by the reset of circuit breaker around 4 AM this has affected a number of clients as there was no Internet connectivity to their equipment for a period of approximately four hours. Peer1 and ObjectNova staff was on-site at 8 AM to inspect and reset power supply to affected clients. To ensure that this issue does not occur again, 151 Front Building Management have supplied PEER 1 with temporary AC's on February 27th at 10pm so that they can take down the glycol loop to finalize the repairs. ObjectNova Inc. regrets the inconvenience associated with this incident, and will stand behind its Service Level Agreement. Yours Truly, 4Java.ca/ObjectNova Inc Staff
Martedì, 23 ottobre 2007
QUANDO si è saputo che l'autrice de Il taccuino d'oro e L'erba canta era il nuovo Nobel per la Letteratura, Doris Lessing si trovava in ospedale, accanto al figlio invalido che lei accudisce. Il premio, del quale si parla da decenni, non l'ha sorpresa. Le telefonate e le interviste si sono moltiplicate, ma lei accoglie questo repentino interesse con l'indifferenza con la quale vede la propria fama: sa che la popolarità è volatile.
Doris Lessing sta leggendo molto sulla Guerra civile spagnola, un episodio che suscitò una grande rabbia e interesse nella sua generazione. Parla di questa guerra con "la stessa rabbia" con la quale parla delle guerre che patirono i suoi genitori e sulla cui esperienza ha appena scritto un libro.
Come si sente ora, dopo la confusione del Nobel?
"Me lo chiede seriamente? Ebbene, ho la tosse, problemi intestinali e una cistite. Ma oltre a questo, sto molto bene, grazie. È tutto dovuto allo stress. Lo stress del Nobel, il Nobel è molto stressante. Suona il campanello, arrivate voi per incontrarmi, il telefono non smette di squillare e così tutto il giorno. E il gatto è infastidito - si vede, no?"
Lei ha portato qui suo figlio nel 1949, e gli ha fatto conoscere questo Paese. Com'era allora?
"Mio figlio aveva allora due anni e mezzo e non credo che ricordi granché di quel che vide allora. Quello che trovai io arrivando fu un Paese devastato dalla guerra; molto diverso da come è oggi, così allegro colorito. Era molto cupo, pieno di edifici crepati, di posti dove erano cadute delle bombe; c'erano interi isolati totalmente distrutti; era desolante. Ed era molto difficile, molto difficile; non c'era abbastanza da mangiare, faceva freddo. Tutto è cambiato molto".
Per il meglio.
"Sì, naturalmente".
La storia ha fatto diventare l'Inghilterra un Paese migliore. Ma il Paese dove lei è nata (la Persia, ora Iran) attraversa una situazione difficilissima...
"Penso che l'Iran sia un disastro e, rispetto al Medio Oriente, mi auguro che tutti siano molto spaventati, perché vi sono delle buone ragioni per esserlo. Odio il governo iraniano. È un governo malvagio e crudele. Guardi quello che è accaduto al suo presidente a New York. Alla Columbia University lo hanno chiamato malvagio e crudele. Fantastico! Avrebbero dovuto dirgliene di più. Nessuno lo critica perché ha il petrolio ed è per questo che il nostro adorabile governo britannico indora la pillola all'Iran: per via del petrolio".
Come Putin.
"Per lo stesso motivo, perché vogliono il petrolio. E lei si aspetta che i governi siano morali! Non lo sono, nessun governo lo è. È vergognoso, ci fanno provare vergogna".
Gli Stati Uniti faranno guerra all'Iran a causa del nucleare?
"Non sono un profeta. Se io mi trovassi in Iran penserei: perché non dovremmo usare il nucleare a fini pacifici? Tuttavia, non penso neanche per un momento che questi fini siano pacifici, solo che non possiamo provarlo. È un maledetto imbroglio. E il Medio oriente è un disastro, lo sappiamo tutti e non so chi potrebbe trovare una soluzione".
L'Afghanistan. Lei lo ha visitato, ha denunciato quello che stava accadendo. Vede ciò come una conseguenza degli attentati dell'11 settembre?
"Lo vedo con una conseguenza dell'invasione russa dell'Afghanistan. L'11 settembre non ha avuto lo stesso ruolo dell'invasione sovietica. Ciò che io ho visto in Afghanistan è la conseguenza dell'invasione sovietica, che sfociò in un disastro. Ho potuto parlare con delle donne e anche con dei soldati. La maggior parte dei giornalisti non ha mai visto le donne, così posso dirle che l'invasione sovietica in Afghanistan è stato uno dei peggiori crimini dei nostri tempi. E forse occorrerebbe ricordarlo: la Gran Bretagna fu sconfitta tre volte dagli afgani nel secolo XIX. Da voi la gente non è tenuta a saperlo, ma noi dovremmo saperlo e ricordarlo. Che cosa stiamo facendo là? Ci hanno sconfitto tre volte. È una follia. Siamo gente folle".
Lei ha incontrato le donne afgane...
"Le condizioni delle donne erano spaventose. I guerriglieri erano sfiniti, non avevano scarpe, combattevano nella neve. Una guerra terribile. E i russi, sa?, non sono molto buoni. Non so come fossero ai tempi della Seconda guerra mondiale, ma so che in Afghanistan sono stati tremendi. Gli ufficiali trattavano i soldati così male che questi bevevano liquido per i freni, invece di alcool, e vendevano le proprie armi per poter comprare della droga. Non so come siano ora i soldati russi, ma in Afghanistan sono stati tremendi".
L'11 settembre, l'11 marzo (gli attentati ai treni a Madrid), gli attentati di Londra, la Spagna che continua a subire l'Eta. Lei ha scritto molto sul terrorismo.
"E qua abbiamo avuto l'Ira. Sa cosa dimentica la gente? Che l'Ira attentò con bombe contro il nostro governo, che uccise molte persone, anche mentre si celebrava una convention dei Conservatori alla quale partecipava il primo ministro Margaret Thatcher. La gente dimentica. L'11 settembre fu terribile, ma se si ripercorre la storia dell'Ira, gli attentati in America non appaiono così tremendi. Un americano penserebbe che sono pazza. Hanno perso la vita molte persone, sono crollati due edifici prestigiosi, ma non è stato così tremendo, così straordinario come loro credono; sono gente molto ingenua, o fingono di esserlo".
Nella risposta all'11 settembre, c'è una foto famosa: Bush, Aznar, Blair...
"Ho sempre odiato Tony Blair, fin dall'inizio. Molti di noi lo odiavamo. Credo che sia stato un disastro per la Gran Bretagna, e lo abbiamo subito per molti anni. L'ho detto da quando fu eletto: è un piccolo showman che ci caccerà nei pasticci, e lo ha fatto. Quanto a Bush, è una calamità mondiale, nel mondo nessuno ne può più di quell'uomo. O è stupido oppure è molto furbo, anche se c'è da tenere presente che appartiene a una classe sociale che dalle guerre trae molti benefici".
(Copyright El Pais/La Repubblica. Traduzione di Guiomar Parada)
Venerdì, 12 ottobre 2007
Da la repubblica 9 ottobre 2007
Intervista di Vittorio Zucconi
LA VOCE viene da molto lontano, dal Lago Salato dello Utah dove insegna e dagli abissi di una storia italiana che forse anche lui preferirebbe dimenticare, ma che lo ha prima distrutto e poi fatto.
Mario Capecchi, il Nobel americano per la medicina con il sangue veronese, il cognome italiano, un padre morto in Africa combattendo nella contraerea contro gli americani, un'infanzia da zingaro trascorsa rubando il cibo con bande di ladruncoli nella Bassa Padana e una vita che si stenta a credere anche se è la sua voce a raccontarmela, è una storia profondamente italiana, anche se nulla c'è di italiano nel suo curriculum di studente, nel suo trionfo di scienziato e nella sua lingua. "Forse per questo mi sento profondamente vicino alla nazione nella quale sono nato e cerco di fare tutto quello che posso per l'Italia, nel mio campo". Sembra quasi che voglia scusarsi con noi, per non essere abbastanza italiano.
"Sono nato a Verona, il 6 ottobre del 1937, quasi esattamente 70 anni or sono, e ho festeggiato il mio compleanno appena due giorni prima di ricevere la comunicazione del Nobel, regalo migliore non avrei potuto chiedere".
I suoi genitori erano antifascisti?
"Inizialmente no. La mia mamma, che si faceva chiamare Lucy quando parlava con gli stranieri, e Lucia quando parlava con me, era una poetessa, una del gruppo bohemien, che viaggiava molto e aveva insegnato e lavorato alla Sorbona, a Parigi. Era figlia di una famiglia di artisti, la sua mamma, mia nonna materna, era una pittrice nata in America, Lucy Dodd, sposata a un tedesco, Ramberg, e infatti ha firmato i suoi quadri come Dodd Ramberg".
Una famiglia colta, piccolo borghese, di artisti lontanissimi dal mondo della scienza.
"Mio padre, che si chiamava Luciano, sapeva che sua moglie, la mia mamma, si sarebbe messa nei guai con il suo temperamento ribelle. Quando furono approvate le leggi razziali, anche se non ci riguardavano perché noi non eravamo ebrei, Lucy, mia madre, cominciò a scrivere e far girare opuscoli antifascisti e anti tedeschi. Mio padre fu arruolato in aviazione, come mitragliere contraereo e spedito in Africa, ma prima di partire, andò da una famiglia di contadini altoatesini, a sud di Bolzano, e diede loro dei soldi perché mi ospitassero e mi mantenessero, nel caso lui fosse morto e mia madre deportata".
Suo padre morì sul fronte africano?
"Credo, ufficialmente fu classificato come disperso".
E sua madre arrestata?
"Dalla Gestapo che venne a prelevarla, in pieno giorno. La portarono a Dachau, prigioniera politica. Io non avevo ancora compiuto cinque anni".
Andò sfollato dai contadini?
"Per un anno. Poi finirono i soldi e loro dissero che non ce la facevano più a mantenermi. Mi cacciarono via".
Per andare dove?
"Da nessuna parte. Ricordo che vagando per la strade fra Bolzano e Verona incontrai una banda di bambini come me, senza adulti, che vagavano cercando di mangiare quello che potevano".
Con lavoretti?
"No, rubando. Rubavamo nelle cascine, nelle città che attraversavamo camminando verso Sud. Ci davano la caccia, noi ci nascondevamo nei barili vuoti, nelle stalle, spostandoci in continuazione. Comincia a stare malissimo e non ricordo neppure bene come, mi ritrovai in una corsia di ospedale a Reggio Emilia, nel 1945".
Chi l'aveva ricoverato?
"Qualcuno, un ignoto, un samaritano italiano. Ero stato colpito dal tifo e sarei morto se i medici di quell'ospedale non mi avessero curato".
Fu lì che Lucia, sua madre, lo trovò?
"Sì. Era sopravvissuta a Dachau e quando gli americani avevano liberato il campo era tornata in Italia, cominciando a cercarmi. Un giorno me la trovai davanti al letto d'ospedale, avevo da poco compiuto 8 anni".
E lei decise di emigrare.
"Immediatamente. Ci imbarcammo su una nave di profughi e sbarcammo a New York, dove ci aspettava suo fratello Henry, mio zio, che eravamo riusciti ad avvertire. Appena fummo esaminati e spidocchiati a Ellis Island, l'isola degli emigrati, lo zio ci mise su un treno diretto a Sud e poche ore dopo eravamo a Princeton, dove lui insegnava alla facoltà di Fisica. C'era ancora Einstein, a quell'epoca, e ricordo di averlo visto. Ma allora che sapevo di Einstein".
Da allora, andò a scuola negli Stati Uniti.
"Il giorno dopo, si rende conto, il giorno dopo essere uscito da Ellis Island con mia madre ero già in una classe elementare, dove non capivo niente. Non sapevo neppure leggere bene, ero solo un bimbo di strada".
Come campavate?
"Prima con l'aiuto dello zio Henry, poi con i guadagni di mia madre, che aveva trovato lavoro come interprete negli ospedali del New Jersey e di New York".
Il resto di questa storia italiana di un Nobel americano, sta nelle biografie ufficiali. Il liceo a New York, l'università nel piccolo e molto "liberal" Antioch College, nell'Ohio - che ora sta per chiudere per mancanza di finanziamenti - dove si laureò in Chimica e Fisica, poi la scoperta della Biologia Molecolare, l'ammissione a Harvard e l'incontro che avrebbe fatto di lui un Nobel, l'incontro con Jim Watson, il padre della genetica moderna, lo scopritore della "doppia elica", del nostro Dna, il segreto della vita.
Oggi, a 70 anni, Mario Capecchi vive e insegna nella Università statale dello Utah, a Salt Lake City, quanto di più distante si possa immaginare dalla valle del Po dove sopravvisse alla crudeltà di contadini e poi visse grazie alla pietà di un ospedale emiliano.
Venerdì, 28 settembre 2007
A differenza dei molti frequentatori dello studio del dottor D., medico della mutua, ho sempre evitato di chiamarlo "professore", non ho mai saputo chi mai gli abbia dato l'autorità o cosa quel medico abbia fatto per fregiarsi del titolo di professore, o forse è solo perchè non sopporto il suo faccione da cinghiale messo all'ingrasso. Lui lo sa, ed è per questo che credo di essergli se non proprio antipatico almeno del tutto indifferente.
- Dottore, mi devo iscrivere in palestra e mi hanno chiesto un certificato di sana e robusta costituzione - gli chiedo.
- Lei come si sente? - mi domanda il dottor D. con voce grassa mentre reimpie un modulino.
- Bene, almeno sembra - rispondo io.
- Venti euro grazie.
- Grazie a lei dottore.
Lunedì, 16 luglio 2007
Gentile Signor Formiconi,
facciamo riferimento a tutto quanto tra noi in corso.
Abbiamo "letto" anche da un punto di vista editoriale - cioè in funzione
delle Collane del nostro Catalogo - la Sua Opera "100 E 1 FINESTRE", trovandola adatta al nostro Programma(HO LETTO BENE?). Saremmo quindi interessati alla sesta. pubblicazione, che potrebbe avvenire entro il prossimo Autunno. (MA ALLORA E' PROPRIO VERO, HO "SVOLTATO"!!!)
Per quanto sopra è però (PERO'... BRUTTO QUESTO PERO') indispensabile superare alcune riserve (RISERVE? SARA', MA ANCHE QUESTA PAROLA MI PARE BRUTTA) di ordine commerciale, dato che - oggi come non mai (LO DITE A ME?), e come Lei sicuramente saprà (VI AVEVO ANTICIPATO) in un mondo editoriale chiuso a investimenti su autori non ancora particolarmente affermati (PER NON DIRE "CHE NON SE LI FILEREBBE NESSUNO"), e quindi senza un pubblico sicuro (MA DOVE STA IL PUBBLICO "SICURO"? E' COME UN VENDITORE DI FONDI IN BANCA CHE DICE AL CLIENTE: QUESTO E' UN INVENSTIMENTO SICURO), i risultati di un'edizione letteraria (condizionati da fattori del tutto estranei al suo effettivo valore (A QUESTO PUNTO ARRIVA UNA LUSINGA E COMINCIO A STARE DECISAMENTE SULLA DIFENSIVA) sono assolutamente imprevedibili (IMMAGINO ALLA STESSA STREGUA DEGLI URAGANI, TSUNAMI, TERREMOTI ED ALTRI DISASTRI).
Pertanto, siamo pronti a includere l'Opera nel nostro Programma (...MA ALLORA AVEVO CAPITO MALE, A QUESTO PUNTO ORMAI PENSAVO CHE...) qualora Le sia possibile darci una Sua indispensabile collaborazione (DITEMI! SONO QUI, VOLETE CHE COLLABORI? QUANDO COLLABORO? OGGI, DOMANI?): e cioè (SU PER FAVORE, NON TENEMI SULLE SPINE, CHE COSA DEVO FARE INSOMMA!) fare acquistare da Terzi presso la Casa editrice(MA COME FACCIO PRESSO TERZI SENZA PISTOLA? NON HO NEANCHE IL PORTO D'ARMI) (o in alternativa, a Sua scelta, acquistare direttamente (FORSE QUESTO E' PIU' FATTIBILE, MA COME? IO IL LIBRO LO VORREI VENDERE NON ACQUISTARE!) un limitato numero di copie del Suo libro (10-20? FORSE SE ROMPO IL SALVADANAIO), al prezzo di copertina. Si tratta di una forma di "collaborazione" relativa soltanto alla prima edizione (PERCHE', CE NE SARANNO ALTRE? NON PENSAVO DI AVER SCRITTO UN GATTOPARDO O UN ULISSE), in quanto l'impegnativa realizzazione dell'Opera (COME VI CAPISCO...MA PER ADESSO E' IMPEGNATIVA SOLO PER ME!), la pubblicazione e la pubblicità saranno a complete cura e spese della Casa editrice qualunque possa essere il numero delle edizioni e delle copie di eventuali nuove tirature.
Qualora Le interessi approfondire l'offerta (FORZA, ANDIAMO DIRETTAMENTE AL GRAN FINALE), e senza alcun impegno preventivo da parte Sua(TRANQUILLO, L'IMPEGNO, QUELLO FINANZIARIO, VERRA' DOPO) di nessun genere, a Sua richiesta Le invieremo un Accordo di Edizione scrupolosamente referente alle disposizioni della Legge sul Diritto d'Autore, con una dettagliata proposta alla quale Lei, dopo attento esame, potrà rispondere liberamente.
Grati (per ragioni di Programma - oltre che di ricorrenti aumenti nei costi editoriali) per una Sua cortese risposta (anche telefonica alla nostra Segreteria al numero 99999999, tutte le mattine, escluso il sabato, dalle ore 9.00 alle ore 13.00) - e lieti se potremo averla tra gli Autori della "XXXXX EDIZIONI"( RIGRAZIO PER TUTTI QUESTI ONORI E MI RAMMARICO FINO ALLE LACRIME DI NON POTERNE FARE PARTE) Le inviamo cordiali saluti.
Giovedì, 10 maggio 2007
Ricordo i tempi in cui mi dedicavo alla fotografia: fotografavo muri e rifiuti e mi prendevano per pazzo, cosicchè negli ultimi tempi fotografavo solo dopo un accurato controllo che non passasse nessuno nei dintorni, ma forse dovevo semplicemente nascere in un altro paese.
La sociologia dei rifiuti dentro una pallina
di ARIEL SABAR
WASHINGTON - Christopher Goodwin non raccatta rifiuti, se ne prende cura. Molte volte, lo si può vedere inginocchiato su qualche marciapiede polveroso, ad osservare una ricevuta bancaria sbiadita, il lembo di uno straccio, i frammenti di una lettera strappata. Le strade pulite non lo interessano. Il quartiere lo annoia. "E' oscenamente pulito", dice con aria delusa.
I rifiuti hanno un significato per Goodwin, 37 anni, uno scarmigliato studente fuoricorso della scuola d'arte. A quanto pare, dicono qualcosa anche ai suoi clienti, che lasciano monetine da un quarto di dollaro in un paio di distributoripergommearnericane che Goodwin ha sistemato in giro per la città e da cui escono palline di plastica contenenti rifiuti scelti personalmente dall'artista.
Tom Jennings ha calcolato di aver comprato, lo scorso anno, circa 50 capsule di Goodwin, che l'artista ha chiamato Trashballs. "C'è un elemento di azzardo", dice Jennings, 42 anni, che si occupa di gestione di dati. Ha trovato cimeli più diversi, un'istantanea sgualcita risalente agli anni Settanta, una monetadanese ed un francobollo del 1981 con il timbro di Gibuti. Le Trashball sono nate allafine del 2005 come una sorta di originale installazione preparata per un bar cittadino e da allora hanno conquistato un numero sorprendente di appassionati. Ne sono
state vendute oltre 3.000.
Il successo non ha cambiato Goodwin. Pur avendo annunciato sul suo blog che le Trashball saranno spedite anche all'estero, non ha intenzione di alzarne il prezzo, 25 centesimi. (Goodwin spende 4 centesimi per ogni pallina). Né pensa di lasciare la sua occupazione di autista per un autotrasporto di roba vecchia.
Anche se qualche ammiratore considera le Trashball l'espressione di una critica dello spreco americano, Goodwin le considera una forma di archeologia, un modo per intuire chi sono le persone da ciò che gettano. Sul suo blog, guyclinch.blogspot.com, è possibile vedere alcuni rifiuti particolarmente curiosi, come un paio di denti del giudizio ingialliti ritrovati nel Maryland, oppure oggetti troppo grandi per essere chiusi nelle capsule di plastica.
"Mi interessa riuscire a ricostruire la storia della vita
di qualcuno basandomi su ciò che gettano", dice. 'La cosa più importante per me è la storia segreta degli oggetti",come la poesia scarabocchiata sul retro di foglietto con un messaggio telefonico.
0 come un telegramma dove si annuncia in modo asciutto la nascita di un maschietto, 4 chili e 200 grammi. Oppure come la pagina del diario di una ragazza che passa dalla descrizione di una partita di softball e ai regali di Pasqua ad una serie di frasi crude: "Oggi mamma è stata cattiva. Me ne ha date tante e sono triste. Mi fa male dappertutto. Papà è in California". Anche se alcune Trashball rappresentano una cronaca o un'istantanea nella vita di persone sconosciute, molte contengono semplicemente rifiuti. "I rifiuti di un uomo valgonoo i rifiuti di un altro", mette in guardia Goodwin con una scritta apposta sui distributori di Trashball "E tuttavia potreste trovare qualcosa di interessante".
Mercoledì, 2 maggio 2007
Accade in Cina 50 anni fa.
"Movimento dei cento fiori": così lo chiamava Mao. Cento fiori, Confronto aperto, Critica costruttiva ed altre belle parole. Tutto questo solo a parole, nei fatti, circa un milione di persone, in un modo o nell'altro, sono state epurate, ed alcuni dei loro parenti sono ancora oggi sotto sorveglianza...
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La "grande purga" di Mao che uccise la primavera cinese
Da la Repubblica 27.4.07
di Federico Rampini
L’anniversario passerà sotto silenzio, Il "grande Timoniere" invitò al confronto per poi ordinare ondate di arresti contro i critici
PECHINO - Molto prima del movimento di Piazza Tienanmen, un´altra "primavera di Pechino" moriva cinquant´anni fa, schiacciata da Mao Zedong nel terrore: 55.000 arresti in pochi mesi, un milione di perseguitati nel decennio successivo. Quella prova generale di radicalizzazione del maoismo sarebbe servita da modello per altre operazioni di repressione di massa del dissenso.
Il 27 aprile 1957 è un giorno d´infamia la cui memoria a Pechino anche quest´anno passerà in silenzio. Le vittime di allora sono sempre in attesa di una completa riabilitazione, perfino i loro parenti restano dei vigilati speciali.
La campagna di «rettifica contro i deviazionisti di destra» resta una delle pagine più nere nella storia del regime cinese.
Fino alla vigilia di quel 27 aprile la Repubblica popolare (fondata nel 1949) vive un illusorio esperimento di democrazia. Un anno prima, nel maggio 1956 il presidente Mao ha dato un segnale incoraggiante. Mentre in Unione sovietica sotto Nikita Kruscev matura la destalinizzazione, il padre della Cina rossa esorta gli intellettuali a esprimersi liberamente. Lo slogan libertario del `56, che fa il giro di tutto il mondo, è: «Lasciate che fioriscano cento fiori, che cento scuole di pensiero si affrontino». Il «movimento dei cento fiori» affascina l´intellighenzia di sinistra in Occidente.
Gli intellettuali cinesi all´inizio sono più cauti, forse intuendo il pericolo. Mao insiste per mesi nell´incoraggiare un confronto aperto delle idee e ogni «critica costruttiva» al regime.
Il 27 febbraio 1957 il leader comunista torna alla carica, parte in tournée in varie città del paese per incoraggiare la gente a discutere senza remore. Gli intellettuali che contribuiscono a far progredire il paese con idee nuove - garantisce il Grande Timoniere - devono essere considerati «leali e degni di fiducia». Invita gli otto partiti politici - nella Repubblica popolare vige una finzione di pluralismo - a contestare la dirigenza comunista quando sbaglia. A poco a poco le bocche si aprono, i «cento fiori» sbocciano davvero, si sviluppa un dibattito pubblico vivace, esplodono alla luce del sole le tensioni sociali e il malcontento diffuso.
Per una breve stagione, la primavera del 1957, il modello cinese sembra unire il socialismo e la libertà, l´eguaglianza e la democrazia. Ma l´intera operazione si rivela un diabolico inganno. Le ricostruzioni storiche più attendibili sono ormai tassative: già nel 1956 Mao in realtà ha deciso di impedire in Cina ogni imitazione del processo a Stalin iniziato a Mosca. I «cento fiori» servono solo a fare uscire allo scoperto i soggetti pericolosi per il regime.
La trappola si richiude in quel 27 aprile di cinquant´anni fa. Quel giorno il leader comunista ordina all´improvviso la «campagna di rettifica». Mao dichiara che «negli ultimi giorni i deviazionisti di destra nei partiti democratici e nelle istituzioni educative si sono mostrati determinati e aggressivi». Parte la prima purga di massa, decima il mondo della cultura, espelle dal partito gli audaci che avevano criticato il vertice, impone un clima di terrore nelle università e nei giornali. L´8 giugno il Quotidiano del Popolo scrive: «Alcuni elementi di destra invitano il partito a farsi da parte». Mao annuncia che almeno il 5% della popolazione è di destra, e questa percentuale guida le epurazioni nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nel mondo della cultura.
Per mostrare il proprio zelo ogni sezione del partito deve indicare almeno il 5% di colpevoli da condannare. Si sperimenta la pratica dei processi sommari in pubblico, delle condanne urlate dalle assemblee, delle umiliazioni in piazza.
E´ un copione destinato a ripetersi su scala più vasta un decennio più tardi quando Mao manderà allo sbaraglio le giovani Guardie rosse in una finta rivoluzione antiautoritaria, in realtà manipolata per consolidare il suo potere. Ma prima ancora la svolta repressiva del 1957 prepara un´altra tragedia in tempi rapidi: un anno dopo, ormai certo del suo predominio incontrastato sul paese, Mao lancia il Grande Balzo in avanti. E´ un piano ambizioso per accelerare l´industrializzazione, l´obiettivo simbolico è quello di superare la produzione di acciaio dell´Inghilterra. Le masse contadine vengono distolte dal lavoro dei campi per improvvisare altiforni siderurgici in ogni villaggio. Nel 1958-59 crollano i raccolti, il paese sprofonda nella carestia. Il bilancio finale sarà stimato ben oltre i 50 milioni di morti per fame.
Intanto la campagna contro i deviazionisti di destra prosegue, nel decennio successivo oltre un milione di cinesi verranno cacciati dal lavoro, deportati nei gulag o esiliati a lavorare nelle campagne.
Mezzo secolo dopo le ferite di quel periodo non sono riemarginate.
Alcuni «processi per riabilitazione» sono stati avviati nel 1978, due anni dopo la morte di Mao e la fine della Rivoluzione culturale. Ma tanti hanno patito una sorte simile alla vittima eccellente delle purghe Zhang Bojun, che nel 1957 dirigeva il Partito democratico dei contadini e degli operai, e non ha avuto diritto neppure a un riscatto postumo. La sua caduta in disgrazia continua a pagarla oggi perfino la figlia, Zhang Yihe: ancora di recente un suo libro (il terzo) è stato proibito dalla censura.
Proprio ieri il governo di Pechino ha annunciato invece una campagna per «costruire una sana cultura di Internet in linea con le caratteristiche culturali cinesi e con i valori del partito».
Lunedì, 26 marzo 2007
... nell'umana piccolezza
infatti come potrebbe sussistere il capitalismo senza l'invidia e l'emulazione da parte di noi altri, piccoli consumatori?
Mercoledì, 28 febbraio 2007
Vi siete mai messi nei panni di uno Scrittore esordiente?
Per far capire come ci si sente quando si parla o si scrive a un Editore consentitemi di invertire le parti
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Ancora in pigiama si toccava le dita del piede stupito forse di ritrovarle tutte al loro posto mentre rispondeva all’Editore per telefono:
- Ufff ! Non ho ancora nulla da farti leggere, per ora.
- Ma neanche un pagina? Che so io, neanche mezza pagina? Anche solo per farmi un idea!
- Come faccio a dirtelo… – rispondeva senza interesse – non ne ho avuto il tempo e poi… in questo periodo mi sento stanco… sarà la vita che faccio, sempre uguale, tutti giorni. Forse la mancanza di stimoli, anche sessuali, credo. Anche i miei piedi lo pensano, li vedo annoiati.
- E tu smettila di pensare con i piedi, insomma! Dopo tutto, ho preso degli impegni, lo sai… se ho puntato tutto su di te è perché ti ritengo il migliore e ora non mi puoi deludere! – rispondeva l’Editore con un filo di voce, quasi spaventato.
- Lascialo dire a me: sono io ad essere deluso, deluso della vita… di te. Possibile che mi devi chiamare ogni momento? Cosa c’è che non va? Ti ha lasciato tua moglie?
- Ma se sono divorziato già da anni! Maledizione… e in che cosa di avrei deluso? Quale sarebbe la mia colpa? Che ti sto troppo dietro forse?
- Già. Ultimamente mi sento controllato, braccato!
- Vuoi che non ti chiami più? Che mi disinteressi di te? E sia! Ma tu mi devi promettere che penserai a me ogni tanto… più di ogni tanto. Farò come vuoi, aspetterò, aspetteremo, ma daccelo un segno di te ogni tanto!
- Come, daccelo! E chi sarebbero gli altri? Non mi avevi mai parlato di “altri” – diceva lo Scrittore un irritato.
- Ma sì, è inutile tenertelo nascosto. Non sono solo io che aspetto, vedi, qui siamo un po’ tutti bloccati se tu non ci dai un segno… e poi c’è il pubblico, i lettori. Noi li abbiamo preparati, ci siamo sbilanciati sai? Anche loro si aspettano qualcosa da te, e non lo dico per farti sentire in colpa – diceva l’Editore in una supplica.
- Ma io sono un po’ stanco ora. Ho anche altre cose da fare… - rispondeva lo Scrittore contro voglia accorgendosi che le sue mani erano state contaminate dal contatto con i piedi – ogni tanto mi chiedono di scrivere.
- Ma questo non puoi farlo! – l’interrompeva l’Editore accalorato – questo non potresti farlo – ripeteva moderando il tono ed i termini – vedi, il tuo talento così, in mano a chiunque, si potrebbe rovinare e tu, lasciamelo dire perché ti sento un po’ demotivato, di talento ne hai da vendere, devi solo affidarlo alla persona giusta!
- Ma no, Carlo, ma cosa dici, io non ho talento, semmai sono gli altri ad averne troppo poco – rispondeva lo Scrittore lusingato - la mia penna semplicemente (e infallibilmente) va dove mi dice la mano in quel momento, non devo neanche pensarci su.
- Ma lo vedi che non sbagliavo? – lo interrompeva l’Editore in un impeto di esaltazione – lo vedi che hai talento da vendere? Nessuno può scrivere così, di getto, come fai tu, gli altri… gli altri ci devono pensare, e invece le tue storie sono uniche, senza precedenti, forti, originali, fresche, coinvolgenti! - - Ma insomma – continuava dopo una pausa significativa – cosa vuoi? Perchè se sono i soldi guarda, io… ti raddoppio la percentuale. Credimi sulla parola, la percentuale che ti ho sempre dato, da oggi, te la raddoppio!
- Ma… io non saprei…dirti così su due piedi quanto può valere la mia arte… E tu cosa vorresti in cambio?
- Nulla! Puoi stare anche senza far niente. Dalla mattina alla sera, solo che tu, ogni tanto, pensi a me. Qualche volta. Ti è possibile? …E poi quella mezza paginetta che ti avevo chiesto, così calmo un po’ di scocciatori che mi stanno alle costole. Sai…mi sono impegnato molto con te, ma, non credere, non te lo dico per fartelo pesare.
- Beh, allora lo vedi che mi stai mettendo fretta? Insomma, ci penserò, ora ti devo lasciare. Che dici Carlo, ci esco con Eleonora, è tanto che mi puntella, e poi, in fondo è una bella figliola. Non mi farà male, vero?
- Io penso che ti potrà far bene, ti potrà aiutare – diceva l’Editore contento di trovare un modo per continuare la conversazione.
- Ma come fai a dirlo se neppure la conosci! – rispondeva lo Scrittore perplesso.
- Non è Eleonora G. quella di cui si sente tanto parlare ultimamente?
- Allora, che dici, ci esco?
- Direi di si, avevi detto che la tua vita ti sembrava monotona e senza stimoli. Ti potrebbe far bene – consigliava l’Editore tutto serio, preso dal caso.
- Non avevo detto “senza stimoli”, è che avevo un problema con i miei piedi… E che dico a mia moglie?
- Ci mancherebbe ora che le dicessi “esco con Elonora G.”
- E allora aiutami! Che ci stai a fare se non mi sai consigliare!
- Ecco… va bene – rispondeva l’Editore esasperato ed offeso per quel tono perentorio – ma fammici pensare un attimo, non è che tradisca mia moglie tutti giorni! Dille che vieni a cena da me per parlare di lavoro, sì, del tuo ultimo libro.
- Ehi, ma sei entrato in fissa co’ sto’ libro? Pensi sempre al lavoro tu? Beh, va bene, le dirò così, ma tu mi reggerai il gioco? Caso mai lei ti telefonasse…
- Ma certo Andrea, gli amici a che servono allora – diceva l’Editore contento di avere un favore da chiedere in cambio.
- Vabbè, io scappo allora, sono in ritardo per il golf.
- Aspetta!
- Che c’è ancora! – sbottava lo Scrittore brusco.
- Chiamami eh? Abbiamo degli impegni insieme. Lo sai.
- E magari mi chiederai un giorno di restituirti il favorino che mi stai facendo…
- I veri amici non chiedono nulla in cambio quando possono dare un aiuto – viscidamente mentiva l’Editore.
- Sì, sì… ma ora fammi andare…lavoro, sempre lavoro! Mai un momento di pace… una vacanza, quello mi ci vorrebbe!
Alla terza lettera ricevuta da una casa editrice, tra loro tutte non dissimili, contrariamente a quanto mi ero ripromesso, rispondo. Ritengo di aver diritto anch'io a un piccolo sfogo.
Riporto l'ultima lettera e la mia risposta.
La proposta sembra abbastanza interessante.
Purtroppo, le novità che vengono poste sul mercato librario, senza un giusto battage pubblicitario, soprattutto televisivo, non trovano acquirenti.
Per questo motivo, la piccola editoria, chiede agli Autori l'acquisto di un determinato numero di libri, per un minimo di spese iniziali, sempre che il libro venga ritenuto idoneo alla linea editoriale della Casa Editrice.
Se intende avvalersi dell'Agemina, invii pure il manoscritto, avrà la risposta entro circa un mese dal ricevimento.
Con i più cordiali saluti xxxx
Spett.le xxxx Edizioni,
innanzitutto Vi ringrazio per la chiarezza e la serietà.
Ora consentitemi un paio di libertà: le grandi Case Editrici non ti
pubblicano perchè non sei un nome noto, le piccole Case Editrici non
ti pubblicano perchè se no rischiano troppo, il che evidentemente non
fa parte del loro mestiere. Ma vi siete mai messi nei panni di uno
scrittore esordiente?
Io sono disposto a scherzarci sopra, se vi va di farlo anche a voi
leggete l'allegato, e' un breve racconto.
Cordiali saluti e buon lavoro
Alessandro Formiconi
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