Dentro l'abisso dell'interrogatorio
di Michael Ignatieff: Prigionieri dentro labisso dellinterrogatorio
da la Repubblica, 18 aprile 2006
E' lecito ricavare informazioni utili a proteggere i propri cittadini utilizzando il cosiddetto "interrrogatorio costrittivo" ? E che vuol dire "interrogare energicamente" un prigioniero? Che cosa è definibile maltrattamento in un interrogatorio condotto "energicamente"?
Abstract
-
Sono pochi gli imperativi morali che hanno così grande importanza su grande scala, ma che nel caso specifico la perdono così radicalmente. Limperativo morale non torturare, mai, da nessuna parte, in nessuna circostanza è contemplato dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e qualsiasi trattamento o punizione disumano e degradante. Nessuna circostanza eccezionale, di nessun tipo essa sia, che si tratti di guerra o di minaccia di guerra, o di instabilità politica interna o di qualsiasi altra emergenza pubblica si legge nella Convenzione, può essere invocata al fine di legittimare la tortura
... I problemi iniziano allorché ci caliamo nel caso specifico, allorché ci chiediamo che cosa esattamente sia definibile come tortura.
- la necessità può esigere che si commettano cattive azioni,
che la necessità, ciò nondimeno, non può assolvere
del loro problematico carattere dal punto di vista morale
- Al pari di Elshtain anche io sono disposto a "sporcarmi le mani",
ma diversamente da lei ho qualche difficoltà oggettiva a enumerare
le tecniche coercitive che sarei disposto a lasciare che una società
democratica infligga a mio nome. Posso ammettere, per esempio, che dare
una sberla a qualcuno non è la stessa cosa che picchiarlo, ma non
voglio che chi conduce un interrogatorio dia sberle ai detenuti, perché
non vedo come sia possibile evitare che una sberla occasionale degeneri
in botte assestate regolarmente. La questione non è, come implica
Elshtain, che io ho molto più a cuore la mia integrità morale,
ma piuttosto che non vedo alcun modo evidente di gestire istituzionalmente
gli interrogatori coercitivi in modo tale che non degenerino in tortura.
- Finché gli Stati Uniti - o qualsiasi altro Stato, in quanto a ciò - avranno il potere di rinchiudere a loro piacere in località segrete i prigionieri, il loro maltrattamento è inevitabile
Articolo
È difficile riflettere con sincerità sulla tortura. In un articolo
pubblicato di recente sulle tecniche di interrogatorio utilizzate dagli Stati
Uniti, lo scrittore Mark Bowden faceva notare che sono pochi gli imperativi
morali che hanno così grande importanza su grande scala, ma che nel
caso specifico la perdono così radicalmente. Limperativo
morale non torturare, mai, da nessuna parte, in nessuna circostanza
è contemplato dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la
tortura e qualsiasi trattamento o punizione disumano e degradante. Nessuna
circostanza eccezionale, di nessun tipo essa sia, che si tratti di guerra
o di minaccia di guerra, o di instabilità politica interna o di qualsiasi
altra emergenza pubblica si legge nella Convenzione, può
essere invocata al fine di legittimare la tortura. Che i terroristi
la pratichino, non cambia alcunché di questi imperativi: il fatto che
dobbiamo osservare quanto stabilito non ha nulla a che vedere con la reciprocità.
Finché rimaniamo in questo ambito elevato di divieto incondizionato,
sembriamo sapere bene come stanno le cose. I problemi iniziano allorché
ci caliamo nel caso specifico, allorché ci chiediamo che cosa esattamente
sia definibile come tortura.
Poiché nessuno Stato intende passare per quello che tortura i sospetti
e poiché tutti gli Stati vogliono essere in grado di ricavarne informazioni
utili a proteggere i propri cittadini, la domanda cruciale che occorre porsi
è se gli Stati debbano usare metodi di "interrogatorio costrittivo"
che non si qualificano come tortura. Quando nel 1994 il Senato statunitense
ratificò la convenzione sulla tortura, sua preoccupazione primaria
fu quella di mantenere una distinzione comprensibile tra linterrogatorio
"costrittivo" ma lecito e la tortura vera e propria. Il Senato
ratificò la convenzione, fermo restando che la parola tortura dovesse
essere riservata a un "grave dolore o una grave sofferenza fisica o mentale"
risultante in un "danno mentale prolungato". Una volta iniziata
la guerra al terrorismo, linterpretazione della convenzione si è
spinta anche oltre. Negli ormai famigerati memorandum presentati dai consiglieri
giuridici della dal dipartimento di consulenza legale alla Casa Bianca nel
2002, queste definizioni furono portate ancora oltre, al punto che la soglia
della tortura "deve essere equivalente allintensità di dolore
che si accompagna a gravi lesioni fisiche, quali un cedimento organico, una
funzionalità corporea compromessa o perfino la morte". Qualsiasi
maltrattamento fisico al di sotto di questa soglia è dunque definito
"interrogatorio costrittivo". Alcune forme di interrogatorio
"costrittivo" - ammettono i legali - possono non essere considerate
forme di tortura, ma sarebbero ciò nondimeno perfettamente definibili
"trattamento disumano e degradante".
Quando nel 1978 la Corte Europea dei diritti delluomo si pronunciò
sulle pratiche britanniche di interrogatorio in uso in Irlanda del Nord durante
i primi anni Settanta, giunse alla conclusione che una vasta gamma di pratiche
dolorose era da ritenersi disumana e degradante, pur non qualificandosi come
tortura a tutti gli effetti. Quando nel 1999 la suprema corte di Israele emise
una sentenza contro le tecniche israeliane di interrogatorio - che includevano
la possibilità di tenere i sospetti in posizioni dolorose e incappucciati,
e di scuoterne energicamente testa e spalle - deliberò che si trattava
sì di pratiche disumane e degradanti, ma non di torture.
Di conseguenza, esiste una distinzione concettuale e concreta tra tortura
e interrogatorio "costrittivo". Ma vi è unulteriore
distinzione - quanto meno teorica - tra metodi di interrogatorio "costrittivo"
leciti e consentiti e trattamenti che possono essere disumani e degradanti.
Anche se questa distinzione in teoria esiste, la maggior parte degli attivisti
che si battono per il rispetto dei diritti umani negherebbe che nella pratica
comune tale distinzione sia percepibile. Questi stessi attivisti ammettono
che uninformazione attendibile è essenziale per combattere
i terroristi e che linterrogatorio è un elemento centrale della
strategia antiterroristica.
Kenneth Roth, di Human Rights Watch, sostiene che il "rispetto delle
Convenzioni di Ginevra non preclude la possibilità di interrogare energicamente
i prigionieri in merito a una molteplicità sterminata di argomenti".
Qual è la funzione della parola "energicamente" in questa
frase? Serve a dire chiaramente che un difensore dei diritti civili comprende
davvero la necessità di dover ottenere dai detenuti informazioni concrete
che possano impedire futuri attacchi terroristici. Ma che cosa comporta, nello
specifico, un interrogatorio "energico"? Ovviamente Roth e chiunque
altro che ha a cuore i diritti civili intende escludere qualsiasi forma di
maltrattamento. Che cosa è dunque definibile maltrattamento in un interrogatorio
condotto "energicamente"? Per impedire che un interrogatorio energico
degeneri, gli attivisti per i diritti umani vogliono eliminare la distinzione
che passa tra "interrogatorio costrittivo" e "tortura"
e proibire qualsiasi coercizione fisica o psicologica. Tra le due, però,
esiste una distinzione significativa. Come ha sostenuto Richard Posner, teorico
legale e giudice federale, "quasi tutti gli interrogatori ufficiali
sono costrittivi, tuttavia non tutti gli interrogatori costrittivi sarebbero
definiti torture da chi utilizza con competenza la lingua inglese".
Come scrive la filosofa politica Jean Bethke Elshtain:
"Quando gli attivisti per i diritti umani definiscono tortura determinati
trattamenti sgradevoli o sconvenienti di vario tipo, non riescono a distinguere
i due casi", per esempio non distinguono "tra privazione del sonno
e amputazione o bruciature o qualche altra atrocità".
Una lucida riflessione sulla tortura non è aiutata delleliminazione
della distinzione tra interrogatorio "costrittivo" e tortura. Entrambi
possono essere ripugnanti, ma la ripugnanza non li rende una medesima cosa.
Se la coercizione e la tortura sono un tuttuno morale, a che punto di
questo continuum, per usare le parole di Posner, la nausea si trasforma in
repulsione? Interrogatorio "energico" può voler dire un lungo,
spossante, spiacevole colloquio con chi lo conduce. Niente contatti fisici
tra chi conduce linterrogatorio e chi vi è soggetto, nessuna
privazione del cibo o dellacqua nocivo per la salute: questo è
definibile un interrogatorio lecito. A ogni ulteriore gradino di coercizione,
però, insorgono problemi morali. La privazione del sonno non lascia
alcuna cicatrice fisica o permanente, eppure, come ricorda Menachem Begin,
interrogato a suo tempo nella Russia sovietica, "chiunque abbia sperimentato
questo bisogno (di dormire) sa che neanche fame o sete gli sono paragonabili".
Può essere lecito ingannare un soggetto sotto interrogatorio, dicendogli
che tutti i suoi complici sono già stati arrestati, mentre in effetti
si trovano ancora in libertà, ma qualsiasi altra forma di inganno è
in grado di infliggere una devastante angoscia psicologica. Minacciare un
soggetto di morte imminente o di torturare le persone che gli sono care può
non lasciare alcuna cicatrice fisica, ma può giustamente essere considerata
tortura, non solo coercizione, persino nella definizione adottata dal Senato
statunitense. Posner giustifica linterrogatorio
"costrittivo" a fini utilitaristici: salvare la vita di molte persone
conta di più, in termini etici, che maltrattare il corpo e la dignità
di un singolo individuo. Elshtain invece giustifica
linterrogatorio "costrittivo" con un complesso calcolo morale
di "mani sporche": le conseguenze positive non sono in grado di
legittimare le cattive azioni, ma le cattive azioni talvolta sono tragicamente
necessarie. Le azioni rimangono cattive, e le persone devono accettare
linfamia morale e non cercare di scusare ciò che non è
scusabile giustificandosi con lo stato di necessità.
Il mio stesso libro sul Male minore mi ha portato vicino alle posizioni di
Elshtain. Concordo infatti con lei che la necessità può esigere
che si commettano cattive azioni, che la necessità, ciò nondimeno,
non può assolvere del loro problematico carattere dal punto di vista
morale. Ma ho ancora un problema. Se si enumerano le forme di interrogatorio
coercitivo che sono state ritenute disumane e degradanti dai tribunali israeliani
ed europei - incappucciare i prigionieri, tenere i soggetti in posizioni dolorose,
esporli al caldo o al freddo o a rumori da spaccare i timpani - anche queste
pratiche paiono inaccettabili, seppure ad un gradino inferiore di atrocità
rispetto alla tortura. Al pari di Elshtain anche io sono disposto a "sporcarmi
le mani", ma diversamente da lei ho qualche difficoltà oggettiva
a enumerare le tecniche coercitive che sarei disposto a lasciare che una società
democratica infligga a mio nome. Posso ammettere, per esempio, che dare una
sberla a qualcuno non è la stessa cosa che picchiarlo, ma non voglio
che chi conduce un interrogatorio dia sberle ai detenuti, perché non
vedo come sia possibile evitare che una sberla occasionale degeneri in botte
assestate regolarmente. La questione non è, come implica Elshtain,
che io ho molto più a cuore la mia integrità morale, ma piuttosto
che non vedo alcun modo evidente di gestire istituzionalmente gli interrogatori
coercitivi in modo tale che non degenerino in tortura.
Per quanto riguarda le normative, ci sono quanti credono - come Alan
Dershowitz, per esempio - che proibire completamente la tortura e la
coercizione è irrealistico. Al contrario, tale pratica dovrebbe essere
coordinata da ordini del tribunale. Ma regolarizzare la tortura e le tecniche
di interrogatorio "costrittivo" che implicano stress e costrizione,
maltrattamento fisico, privazione del sonno e così via, può
far sì che la tortura e la coercizione diventino routine, invece che
uneccezione. Una posizione favorevole alla proibizione in toto sia
della tortura sia dellinterrogatorio coercitivo è andata guadagnando
credito in seguito ai maltrattamenti di Abu Ghraib e ai memorandum dellufficio
dei consiglieri giuridici della Casa Bianca che interpretano la convenzione
sulla tortura per consentire linterrogatorio "costrittivo".
Pare evidente, dalla disastrosa esperienza di Abu Ghraib, che vietare in
assoluto sia la tortura sia linterrogatorio "costrittivo"
è lunico modo di procedere. Precise regole per gli interrogatori,
con pene previste dal codice stesso della giustizia militare, dovrebbero essere
obbligatorie.
Proibire in assoluto, tuttavia, è facile. Difficile è applicare
una simile legge e in questo caso norme e punizioni in caso di infrazione
non sono sufficienti. Fattore cruciale per far applicare le norme e le procedure
contro il maltrattamento dei prigionieri è lhabeas corpus,
lobbligo legale che in una democrazia ha ogni autorità che trattiene
qualcuno per interrogarlo di portare i detenuti davanti a un tribunale e di
motivarne la detenzione al cospetto di unautorità legale debitamente
incaricata. Finché gli Stati Uniti - o qualsiasi altro Stato, in
quanto a ciò - avranno il potere di rinchiudere a loro piacere in località
segrete i prigionieri, il loro maltrattamento è inevitabile. Le
pressioni internazionali, la mobilitazione nazionale, e infine anche le disposizioni
del Congresso sono tutti elementi necessari perché cessi il fenomeno
dei "prigionieri fantasma", le cui identità restano ignote
e che possono essere trattenuti da qualche parte fuori degli Stati Uniti,
come dentro agli Stati Uniti o in Paesi terzi. Dovrebbe invece essere obbligatorio
rendere nota lidentità di qualsiasi prigioniero trattenuto dagli
Stati Uniti, americano o non americano. Qualora per necessità operative
- per esempio impedire che il nemico sappia chi si trova sotto custodia -
si renda necessario mantenere la segretezza, si dovrebbero rivelare i loro
nomi a porte chiuse al Congresso e ai tribunali.
Non sono così ingenuo da supporre che il controllo di una corte federale
delle condizioni di detenzione possa sempre e comunque portare benefici ai
detenuti, ma la prova dellimpatto avuto da alcune recenti decisioni
prese dalla corte suprema e dalla corte federale sul tribunale che sta prendendo
in esame quanto accade a Guantanamo, e sul trattamento riservato di norma
ai detenuti, lascia intendere che per quanto imperfetto il controllo della
corte e laccesso ad essa sono lunico modo sicuro per far sì
che la detenzione resti nellambito della legalità.
Concludo dunque dichiarandomi favorevole a un divieto assoluto e incondizionato
sia della tortura, sia di quelle forme di interrogatorio "costrittivo"
che implicano stress e coercizione, e credo che debba essere il sistema della
giustizia militare insieme alle corti federali a farlo rispettare. Credo anche
che laddestramento di coloro che conducono gli interrogatori debba essere
migliorato con ordine esecutivo e che la loro preparazione debba rigorosamente
escludere qualsiasi metodo che implichi stress e coercizione.
Si dice spesso - e io stesso mi ripeto - che né linterrogatorio
"costrittivo" né la tortura sono necessari, poiché
un interrogatorio condotto con mezzi leciti può assicurare gli stessi
risultati. Ci deve essere qualcosa di vero in questo. Ma la tesi secondo cui
la tortura e la coercizione non funzionano è contraddetta dalla spaventosa
frequenza con la quale entrambe queste pratiche sono attuate. Ritengo che
lo sceicco Khalid Mohammed non sarebbe stato sottoposto alla pratica del "sottomarino"
immergendolo sottacqua finché egli non prova il supplizio
di un semi-annegamento se gli agenti dellintelligence non ritenessero
che ciò fosse necessario a spezzare il network di al-Qaeda che egli
comandava. In effetti, Mark Bowden ricorda un
articolo pubblicato su Time nel marzo 2003 nel quale si afferma
che lo sceicco Mohammed ha fornito nel corso degli interrogatori i nomi
e la descrizione di una dozzina circa di agenti chiave di al-Qaeda che si
ritiene stiano complottando e preparando attacchi terroristici. Dobbiamo
dunque quanto meno prendere in considerazione la possibilità che gli
agenti al lavoro con lo sceicco Mohammed non siano impegnati in una forma
gratuita di sadismo, ma agiscano nel convincimento sincero che questa forma
di tortura - che di fatto si qualifica come tale - possa fare la differenza.
Se costoro hanno ragione, quanti sono favorevoli a vietare qualsiasi forma
di tortura farebbero meglio ad ammettere onestamente che linterdizione
morale comporta uno scotto che si deve pagare. Molte delle dichiarazioni che
gli attivisti per i diritti umani adducono per giustificare ciò è
riassumibile nella dichiarazione che la tortura disonora la loro identità
morale di esseri umani e cittadini, e che essi non vogliono che simili azioni
siano commesse a loro nome. Altri cittadini in una democrazia potrebbero non
dare al loro scrupolo morale un valore superiore allinteresse della
collettività di disporre di accurate informazioni pertinenti alla loro
sicurezza, anche qualora tali informazioni fossero raccolte con mezzi discutibili.
Contestare queste dichiarazioni potrebbe essere del tutto ovvio per gli attivisti
dei diritti umani, ma non è ovvio per me. In altre parole, io non
vedo alcuna ragione superiore a favore dei diritti e della dignità
dei detenuti reclusi nei carceri di sicurezza che possa far sì che
le loro pretese abbiano la meglio sugli interessi della sicurezza (e sul diritto
umano a vivere) della maggioranza. Il massimo che posso fare è mettere
in rapporto il divieto di tortura con lidentità politica delle
democrazie che noi stiamo cercando di difendere - sostenendo che le democrazie
limitano i poteri che i governi possono giustamente esercitare sugli esseri
umani sotto il loro potere, e che questi limiti includono un divieto assoluto
di sottoporre gli individui a forme di dolore che li privino della loro dignità,
identità e perfino sanità mentale.
In altre parole noi non possiamo torturare perché siamo quello che
siamo. Questo è il meglio che posso fare, ma quanti di noi credono
in questo farebbero bene ad ammettere che altri nostri concittadini sicuramente
non saranno daccordo. È nella natura stessa della democrazia
che i concittadini definiscano la loro identità con modalità
che privilegiano la sicurezza rispetto alla libertà e pertanto con
qualche riluttanza approvino la tortura praticata per loro conto. Se siamo
contrari alla tortura, dobbiamo sentirci impegnati a discutere con i nostri
concittadini, non a trattare come mostri di immoralità coloro che difendono
la tortura. Anche coloro che si oppongono alla tortura dovrebbero essere abbastanza
onesti da ammettere che potremmo dover pagare uno scotto per le nostre convinzioni.
Ex ante, ovviamente, non sono in grado di dire quanto alto sarà tale
prezzo. Ex post, invece, dopo un altro attacco terroristico che si sarebbe
potuto prevenire praticando un interrogatorio "costrittivo", il
prezzo del mio scrupolo potrebbe semplicemente essere troppo elevato. Questo
è un rischio che sono disposto a correre, ma francamente è inverosimile
che così possa essere per la maggioranza dei nostri concittadini.
© 2006 Michael Ignatieff
(Distributed by The New York
Times Syndicate)
Traduzione di Anna Bissanti