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Un
nuovo studio usa una tecnologia avanzata che analizza il cervello per
gettare luce su un argomento che per oltre mezzo secolo ha sconcertato
gli psicologi : il conformismo sociale.
Lo studio si è basato su una famosa serie dì esperimenti
di laboratorio eseguiti a partire dagli anni '50 da uno psicologo sociale,
Solomon Asch.
In quegli studi, ai soggetti analizzati venivano mostrate due schede.
Sulla prima era stata tracciata una linea verticale. Sulla seconda c'erano
tre linee, una delle quali della stessa lunghezza di quella riportata
sulla prima scheda. Alle persone veniva chiesto di dire quali linee erano
uguali.
Ma Asch aggiungeva una variante. Anche altre sette persone, in collaborazione
con i ricercatori, esaminavano le linee, dando la risposta prima dei soggetti
analizzati nel test. E, a volte, la loro risposta era intenzionalmente
sbagliata. Asch rimase stupito da quanto avvenne successivamente. Dopo
averci pensato, almeno una volta ciascuno, tre soggetti su quattro concordarono
con le risposte sbagliate date dai compiici dei ricercatori. Uno su quattro
si conformò nel 50 per cento delle risposte.
Asch, morto nel 1996, si era sempre meravigliato dei risultati del suo
studio. Quelli che si arrendevano alla pressione esercitata dal gruppo
lo facevano pur sapendo che le loro risposte erano sbagliate? Oppure la
pressione sociale riusciva a cambiare le loro percezioni?
La nuova ricerca ha tentato di trovare una risposta a queste domande usando
le immagini della risonanza magnetica funzionale, in grado di spiare il
funzionamento del cervello.
I ricercatori hanno scoperto che il conformismo sociale si manifesta
nel cervello come attività relativa a regioni cerebrali dedicate
alla percezione mentre l'indipendenza di giudizio - il difendere le proprie
convinzioni - è un'attività che si manifesta in aree del
cervello che coinvolgono le emozioni, suggerendo che vi sia un prezzo
da pagare nell'andare contro il parere del gruppo.
"Ci piace pensare che vedere sia credere", dice Gregory Berns,
psichiatra e neuroscienziato dell' Emory University di Atlanta che ha
condotto lo studio. Ma le conclusioni della ricerca, spiega, di
mostrano che vedere è credere ciò che il gruppo ci dice
di credere.
"E' un lavoro molto importante", dice Dan Ariely, che insegna
management e processi decisionali al Massachusetts Institute of Technology.
"Ci suggerisce che le informazioni che riceviamo dagli altri possono
modificare le nostre percezioni a un livello molto profondo".
La
nuova ricerca ha coinvolto 32 volontari a cui è stato chiesto di
ruotare mentalmente l'immagine tridimensionale di alcuni oggetti per capire
se fossero gli stessi o diversi. Nella sala d'attesa, i soggetti hanno
incontrato quattro persone che hanno creduto essere altri volontari ma
che in realtà erano attori, pronti a contraffare le loro risposte.
Come previsto, gli attori hanno dato risposte sbagliate in alcuni casi
e corrette in altri.
A questo punto, ai partecipanti sono state mostrate le risposte date dai
finti volontari ed è stato chiesto loro di esprimere un giudizio
sugli oggetti che vedevano.
Erano gli stessi o diversi? Come era accaduto con l'esperimento di Asch,
molte persone hanno ceduto alla pressione esercitata dal gruppo. In media,
dice Berns, nel 41 per cento dei casi, si sono detti d'accordo con le
risposte sbagliate. Le implicazioni di queste conclusioni sono enormi,
sostiene.
In molte aree della società - ad esempio le elezioni, o la giuria
in un processo - la soluzione accettata per la risoluzione dei conflitti
è quella di invocare la "regola della maggioranza". C'è
una valida ragione: la maggioranza rappresenta la saggezza collettiva
di molte persone anziché il giudizio di una sola. Ma la superiorità
del gruppo, spiega Berns, potrebbe svanire quando il gruppo esercita una
pressione sugli individui. La sgradevolezza di dover sostenere da soli
un'opinione può far apparire quella espressa dalla maggioranza
più attraente della propria.
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