La faccia oscura della tecnologia

di STEFANO RODOTÀ
Da La Repubblica, 26 maggio 2005

il "Guardian" ha scritto : non vi è bisogno di una tirannia per perdere le nostre libertà

Abstract


Articolo

STA avvenendo qualcosa, in Italia come in molti altri paesi, che non è misurabile solo con l'antico metro delle intercettazioni o delle schedature abusive. Emerge una pericolosa vulnerabilità sociale, che nasce dall'esistenza di banche dati sempre più ampie, nelle quali confluiscono informazioni su milioni di persone e centinaia di miliardi di dati sui loro comportamenti. Finalità di sicurezza, interessi di mercato, esigenze di efficienza amministrativa concorrono a produrre questo risultato. Ma così si creano anche gigantesche miniere a cielo aperto, difficili da difendere, alle quali attingono in modo spregiudicato soggetti diversi, che inquinano i processi democratici e la concorrenza tra le imprese.
Scopriamo cosi che la tutela della privacy, nata tra diffuse incomprensioni e verso la quale ancora molti provano fastidio, rappresenta ormai uno strumento ineliminabile per garantire diritti individuali e collettivi. Detto sinteticamente: privacy è ormai il nome che diamo ad un aspetto essenziale delle nostre libertà, all'indispensabile rispetto dovuto alla dignità di ciascuno.
Ha ben ragione, allora, Giuseppe D'Avanzo non solo nel documentare puntualmente violazioni delle regole e perversioni del sistema, ma nell'allarmarsi di fronte ad un sostanziale disinteresse delle istituzioni di fronte a fenomeni così gravi. Proprio per ciò è ottima cosa l'intervento del Garante per la privacy, che può contribuire in maniera decisiva ad un chiarimento della questione.
La vulnerabilità sociale è davanti ai nostri occhi. Negli Stati Uniti vengono rubati i dati riguardanti cinquantadue milioni di clienti di Mastercard, e scompaiono venticinque milioni di dati riguardanti i veterani di guerra. Scoppia lo scandalo impropriamente definito delle intercettazioni, che in realtà consiste nel fatto che l'amministrazione americana si è impadronita dei tabulati contenenti miliardi di dati riguardanti milioni di cittadini, che erano stati conservati dalle società telefoniche per finalità legate alla gestione del servizio, costituendo con essi una sua banca dati presso la National Security Agency. Si infrange così il patto tra i cittadini e lo Stato, basato proprio sulla distinzione tra raccolte di informazioni pubbliche e private. Tutto quel che viene raccolto dalle società che gestiscono le carte di credito, o da banche o dai portali di Internet, diviene disponibile per soggetti pubblici, che così acquistano il potere di entrare capillarmente nella vita di ogni persona. E l'opinione pubblica americana, pur condizionata ancora pesantemente dalla vicenda dell' 11 settembre, comincia a reagire. Il più serio sondaggio sull'ultima raccolta d'informazioni, commissionato all' istituto Gallup dal giornale che ha sollevato la questione, "Usa Today", mostra che il 51% degli intervistati è contrario, il 43% favorevole, e comunque il 62% chiede una immediata indagine parlamentare.
Stanno nascendo "nazioni di sospetti", la faccia oscura delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione mette in pericolo i grandi benefici che esse producono. Riflettendo su queste esperienze, e su quelle di una Gran Bretagna divenuta ormai il paese europeo dove sono più spinte le tecniche di sorveglianza, il "Guardian" ha scritto che "non vi è bisogno di una tirannia per perdere le nostre libertà". Lapidario un titolo sulla copertina del magazine di "Le Monde": "Internet: Stalin l'avrebbe adorato".

Solo nelle apparenze gli episodi italiani possono essere considerati meno preoccupanti. Il cosiddetto "Lazio gate", con l'accesso abusivo abanche dati pubbliche, l'uso illegale di informazioni personali e lo spionaggio su candidati, ha mostrato come sia a rischio lo stesso processo formativo della volontà democratica attraverso le elezioni. E le vicende per le quali si indaga intorno a Telecom si presentano come un crocevia dove s'incontrano "deviazioni" vecchie e nuove: schedature, raccolte illegali di informazioni, abusive nei confronti dei consumatori, accesso illegittimo a banche dati aventi altri fini (come la Base Unica dei Dati costituita per la gestione degli elenchi telefonici). Tutto questo è aggravato dal fatto che presso le società telefoniche si trovano anche dati riguardanti l'attività di intercettazione ad esse affidata, e dal flusso continuo e illegittimo di informazioni che dipendenti "infedeli" trasmettono all'esterno, documentato da vicende personali di personaggi pubblici.
Ma non possiamo fermarci qui. Torno a richiamare l'attenzione su una situazione italiana anomala ed estrema. Si è tornati a discutere in questi giorni del problema delle intercettazioni, manifestando preoccupazioni mille volte espresse. Nessuno, però, mostra di preoccuparsi del fatto che le norme sulla conservazione dei dati sulle comunicazioni elettroniche (telefonia fissa emobile, e-mail, accessi a Internet) fanno nascere problemi assai più gravi. Consideriamo qualche dato. Nel 2003 le intercettazioni sono state 77.500 (stime più rècenti parlano dì cifre superiori). Ma ogni giorno in Italia vi è un miliardo di comunicazioni elettroniche. Le tracce relative a questo traffico (nome del chiamante e del chiamato, luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) sono conservati in media per quattro anni: questo vuoi dire una raccolta di informazioni dell'ordine di mille seicento miliardi, tale da consentire la ricostruzione dell'intera rete delle relazioni personali, polìtiche, economiche, religiose di tutti.
Le intercettazioni telefoniche, piacciano o no, sono comunque mirate, autorizzate dal giudice, sono legittime solo per specifiche categorie di reati. Le raccolte di informazioni sulle comunicazioni elettroniche, invece, prescindono da ogni valutazione preventiva, riguardano tutti, trasformano tutti in sospetti. E, mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell'aver telefonato ad una persona.
È irresponsabile disinteressarsi di questi problemi, abbandonarsi alle derive tecnologiche come se queste fossero buone in sé. L'articolo 15 della Costituzione garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Non è ammissibile, allora, che l'intera area della comunicazione elettronica venga lasciata vuota di garanzie costituzionali adeguate. Insieme alla riforma del vecchio mondo delle intercettazioni dev'essere affrontato il nuovo mondo delle grandi raccolte di informazioni personali per finalità investigative. Per questo ha ragione D'Avanzo nell'invocare un adeguato dibattito pubblico.
Ma, così stando le cose, al nuovo Governo devono essere rivolte anche alcune domande precise. Ai ministri dell'Interno e della Giustizia: poiché si deve trasporre nell'ordinamento italiano la recentissima direttiva europea pròprio sulla conservazione dei dati riguardanti le comunicazioni elettroniche, si coglierà questa occasione non solo per un serio dibattito parlamentare, ma soprattutto per una ripulitura del sistema e per la individuazione di nuove garanzie? Al ministro della Funzione pubblica e dell' innovazione: poiché si continuerà giustamente ad insistere sull'importanza dell'elettronica nell'amministrazione pubblica, il criterio sarà soltanto quello della pura efficienza, ad esempio connettendo tutte le banche dati in mano pubblica, o sì avrà la consapevolezza della pericolosita di questa impostazione, che crea un rischio grandissimo per le libertà dei cittadini e gli equilibri istituzionali?