La faccia oscura della tecnologia
di STEFANO RODOTÀ
Da La Repubblica, 26 maggio 2005
il "Guardian" ha scritto : non vi è bisogno di una tirannia per perdere le nostre libertà
Abstract
- Presso le società telefoniche si trovano anche dati riguardanti
l'attività di intercettazione ad esse affidata, e dal flusso continuo
e illegittimo di informazioni che dipendenti "infedeli" trasmettono
all'esterno, documentato da vicende personali di personaggi pubblici
- Le tracce relative a questo traffico (nome del chiamante e del chiamato,
luoghi dove questi si trovano, durata della conservazione) sono conservati
in media per quattro anni: questo vuoi dire una raccolta di informazioni
dell'ordine di mille seicento miliardi, tale da consentire la ricostruzione
dell'intera rete delle relazioni personali, polìtiche, economiche,
religiose di tutti.
- È irresponsabile disinteressarsi di questi problemi, abbandonarsi alle derive tecnologiche come se queste fossero buone in sé. L'articolo 15 della Costituzione garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Non è ammissibile, allora, che l'intera area della comunicazione elettronica venga lasciata vuota di garanzie costituzionali adeguate
Articolo
STA avvenendo qualcosa, in Italia come in molti altri paesi, che non è
misurabile solo con l'antico metro delle intercettazioni o delle schedature
abusive. Emerge una pericolosa vulnerabilità sociale, che nasce dall'esistenza
di banche dati sempre più ampie, nelle quali confluiscono informazioni
su milioni di persone e centinaia di miliardi di dati sui loro comportamenti.
Finalità di sicurezza, interessi di mercato, esigenze di efficienza
amministrativa concorrono a produrre questo risultato. Ma così si creano
anche gigantesche miniere a cielo aperto, difficili da difendere, alle quali
attingono in modo spregiudicato soggetti diversi, che inquinano i processi
democratici e la concorrenza tra le imprese.
Scopriamo cosi che la tutela della privacy, nata tra diffuse incomprensioni
e verso la quale ancora molti provano fastidio, rappresenta ormai uno strumento
ineliminabile per garantire diritti individuali e collettivi. Detto sinteticamente:
privacy è ormai il nome che diamo ad un aspetto essenziale delle nostre
libertà, all'indispensabile rispetto dovuto alla dignità di
ciascuno.
Ha ben ragione, allora, Giuseppe D'Avanzo non solo nel documentare puntualmente
violazioni delle regole e perversioni del sistema, ma nell'allarmarsi di fronte
ad un sostanziale disinteresse delle istituzioni di fronte a fenomeni così
gravi. Proprio per ciò è ottima cosa l'intervento del Garante
per la privacy, che può contribuire in maniera decisiva ad un chiarimento
della questione.
La vulnerabilità sociale è davanti ai nostri occhi. Negli
Stati Uniti vengono rubati i dati riguardanti cinquantadue milioni di
clienti di Mastercard, e scompaiono venticinque milioni di dati riguardanti
i veterani di guerra. Scoppia lo scandalo impropriamente definito delle intercettazioni,
che in realtà consiste nel fatto che l'amministrazione americana si
è impadronita dei tabulati contenenti miliardi di dati riguardanti
milioni di cittadini, che erano stati conservati dalle società telefoniche
per finalità legate alla gestione del servizio, costituendo con essi
una sua banca dati presso la National Security Agency. Si infrange così
il patto tra i cittadini e lo Stato, basato proprio sulla distinzione tra
raccolte di informazioni pubbliche e private. Tutto quel che viene raccolto
dalle società che gestiscono le carte di credito, o da banche o dai
portali di Internet, diviene disponibile per soggetti pubblici, che così
acquistano il potere di entrare capillarmente nella vita di ogni persona.
E l'opinione pubblica americana, pur condizionata ancora pesantemente dalla
vicenda dell' 11 settembre, comincia a reagire. Il più serio sondaggio
sull'ultima raccolta d'informazioni, commissionato all' istituto Gallup dal
giornale che ha sollevato la questione, "Usa Today", mostra che
il 51% degli intervistati è contrario, il 43% favorevole, e comunque
il 62% chiede una immediata indagine parlamentare.
Stanno nascendo "nazioni di sospetti", la faccia oscura delle
tecnologie dell'informazione e della comunicazione mette in pericolo i grandi
benefici che esse producono. Riflettendo su queste esperienze, e su quelle
di una Gran Bretagna divenuta ormai il paese europeo dove sono più
spinte le tecniche di sorveglianza, il "Guardian" ha scritto che
"non vi è bisogno di una tirannia per perdere le nostre libertà".
Lapidario un titolo sulla copertina del magazine di "Le Monde":
"Internet: Stalin l'avrebbe adorato".
Solo nelle apparenze gli episodi italiani possono essere considerati
meno preoccupanti. Il cosiddetto "Lazio gate", con l'accesso abusivo
abanche dati pubbliche, l'uso illegale di informazioni personali e lo spionaggio
su candidati, ha mostrato come sia a rischio lo stesso processo formativo
della volontà democratica attraverso le elezioni. E le vicende per
le quali si indaga intorno a Telecom si presentano come un crocevia
dove s'incontrano "deviazioni" vecchie e nuove: schedature, raccolte
illegali di informazioni, abusive nei confronti dei consumatori, accesso illegittimo
a banche dati aventi altri fini (come la Base Unica dei Dati costituita per
la gestione degli elenchi telefonici). Tutto questo è aggravato dal
fatto che presso le società telefoniche si trovano anche dati riguardanti
l'attività di intercettazione ad esse affidata, e dal flusso continuo
e illegittimo di informazioni che dipendenti "infedeli" trasmettono
all'esterno, documentato da vicende personali di personaggi pubblici.
Ma non possiamo fermarci qui. Torno a richiamare l'attenzione su una situazione
italiana anomala ed estrema. Si è tornati a discutere in questi giorni
del problema delle intercettazioni, manifestando preoccupazioni mille volte
espresse. Nessuno, però, mostra di preoccuparsi del fatto che le norme
sulla conservazione dei dati sulle comunicazioni elettroniche (telefonia fissa
emobile, e-mail, accessi a Internet) fanno nascere problemi assai più
gravi. Consideriamo qualche dato. Nel 2003 le intercettazioni sono state 77.500
(stime più rècenti parlano dì cifre superiori). Ma ogni
giorno in Italia vi è un miliardo di comunicazioni elettroniche. Le
tracce relative a questo traffico (nome del chiamante e del chiamato, luoghi
dove questi si trovano, durata della conservazione) sono conservati in media
per quattro anni: questo vuoi dire una raccolta di informazioni dell'ordine
di mille seicento miliardi, tale da consentire la ricostruzione dell'intera
rete delle relazioni personali, polìtiche, economiche, religiose di
tutti.
Le intercettazioni telefoniche, piacciano o no, sono comunque mirate, autorizzate
dal giudice, sono legittime solo per specifiche categorie di reati. Le raccolte
di informazioni sulle comunicazioni elettroniche, invece, prescindono da ogni
valutazione preventiva, riguardano tutti, trasformano tutti in sospetti. E,
mentre si può contestare il contenuto di una intercettazione, liberandosi
così dal sospetto, questo diventa più difficile, o addirittura
impossibile, quando i dati conservati registrano solo il nudo fatto dell'aver
telefonato ad una persona.
È irresponsabile disinteressarsi di questi problemi, abbandonarsi alle
derive tecnologiche come se queste fossero buone in sé. L'articolo
15 della Costituzione garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni.
Non è ammissibile, allora, che l'intera area della comunicazione elettronica
venga lasciata vuota di garanzie costituzionali adeguate. Insieme alla riforma
del vecchio mondo delle intercettazioni dev'essere affrontato il nuovo mondo
delle grandi raccolte di informazioni personali per finalità investigative.
Per questo ha ragione D'Avanzo nell'invocare un adeguato dibattito pubblico.
Ma, così stando le cose, al nuovo Governo devono essere rivolte anche
alcune domande precise. Ai ministri dell'Interno e della Giustizia: poiché
si deve trasporre nell'ordinamento italiano la recentissima direttiva europea
pròprio sulla conservazione dei dati riguardanti le comunicazioni elettroniche,
si coglierà questa occasione non solo per un serio dibattito parlamentare,
ma soprattutto per una ripulitura del sistema e per la individuazione di nuove
garanzie? Al ministro della Funzione pubblica e dell' innovazione: poiché
si continuerà giustamente ad insistere sull'importanza dell'elettronica
nell'amministrazione pubblica, il criterio sarà soltanto quello della
pura efficienza, ad esempio connettendo tutte le banche dati in mano pubblica,
o sì avrà la consapevolezza della pericolosita di questa impostazione,
che crea un rischio grandissimo per le libertà dei cittadini e gli
equilibri istituzionali?