Petrolio in Ciad: tanti profitti ma non ai poveri

di LYDIA POLGREEN e CELIA W.DUGGER

I responsabili del Ciad dicono che il governo non ha soldi ed è costretto a fronteggiare una ribellione. Una strada di Ndjamena, la capitale. Elementi per questo articolo sono stati raccolti da Lydia Polgreen a Ndjamena e da Celia W. Dugger a Washington.

Abstract

Articolo

NDJAMENA, Ciad - Gli studenti dell'Istituto di Mongo hanno tutto quello di cui necessitano per l'apprendimento: banchi, computer, professori, quaderni e menti brillanti e desiderose di imparare. L'unica cosa che manca loro è la scuola. Si supponeva che per costruirla nella loro città natia, a circa 450 chilometri da qui, dovessero servire le ricchezze di recente affluite nel loro Paese grazie al petrolio, ma dopo tre anni di attesa nulla è ancora pronto. Così i ragazzi studiano in classi prese in affitto nella polverosa capitale. "È da tanto tempo che aspettiamo, ma il Ciad è fatto così", dice Abdelraman Choua, 22 anni, studente di Mongo. "Siamo sempre in attesa". Questa è la realtà sotto un programma sottenuto dalla Banca Mondiale che avrebbe dovuto utilizzare la ricchezza petrolifera di questa poverissima nazione africana per il bene dei suoi abitanti più poveri. A partire dalla metà del 2004 un oleodotto costato 4,2 miliardi di dollari (3,36 miliardi di euro) ha apportato al Ciad utili per 399 milioni di dollari (319,2 milioni di euro), ma il modo in cui questi soldi sono stati spesi è stato gravemente compromesso da cattiva gestione, corruzione e, in tempi più recenti, dalla decisione del governo di utilizzare una larga fetta di tale cifra per reprimere una rivolta. La banca ha risposto sospendendo tutti i prestiti al Paese.
Quanto sta accadendo in Ciad, un Paese dell'Africa centrale grande due volte la Francia, mette alla prova la teoria secondo la quale istituzioni internazionali come la Banca mondiale possono indurre i governi dei Paesi più poveri a investire le ricchezze accumulate a beneficio della popolazione, invece di spenderle per rafforzare il proprio potere. Questo è particolarmente difficile con i prezzi del petrolio alle stelle, perché ora Paesi come il Ciad possono attirare investitori che pongono poche domande su come sono investiti quei profitti. Recenti colloqui ad alto livello tenutisi a Parigi per risolvere la crisi si sono conclusi con un nulla di fatto, anche se funzionari della Banca mondiale sperano ancora in una soluzione. Con i proventi del petrolio che affluiscono nei Paesi africani poveri, alla Banca resta poco altro da fare oltre che lottare per il proprio ruolo.
"Non è affatto chiaro quale possa essere il modo migliore di occuparci della questione" dice Paul D. Wolfowitz, che l'estate scorsa è diventato presidente della Banca. "Credo però che sia miope starcene in disparte, affermare che l'intera questione è una sporca faccenda e che noi della Banca mondiale non vogliamo averci nulla a che fare". L'Africa è in pieno boom petrolifero. Dall'Angela alla Nigeria, dal Gabon al Sudan i proventi del petrolio spesso finiscono nelle tasche delle élite al governo. A pari merito con il Bangladesh, il Ciad guida la classifica dei Paesi più corrotti al mondo stilata da Transparency international. La speranza che il Ciad potesse imboccare una strada più umana si è infranta quando il parlamento di recente ha modificato la legge sugli investimenti degli utili del petrolio, consentendo che una ingente percentuale sia usata altrimenti.
"Abbiamo le spalle al muro" dice Hourmadji Moussa Doumgor, ministro delle Comunicazioni del Ciad, spiegando che la nazione è senza soldi e deve far fronte a una rivolta. "In passato abbiamo vissuto senza petrolio e siamo pronti a farlo ancora pur di preservare la nostra dignità. E vi sono altri partner con i quali possiamo stringere accordi".
Che il governo del Ciad si trovi di fronte a una crisi è fuor di dubbio : i funzìonari pubblici hanno scioperato per settimane perché gli stipendi non venivano pagati da mesi e i pensionati non ricevono i sussidi dal 2004. Il malridotto Idriss Déby, presidente dal 1990, deve far fronte a una ribellione armata scoppiata nella regione orientale. Il Ciad ha preteso che il consorzio guidato dalla Exxon Mobil che ha costruito l'oleodotto iniziasse a versare le royalties del petrolio direttamente nella banca centrale del Paese, invece che in un conto istituito appositamente in seguito al suo accordo con la Banca mondiale. Il consorzio capeggiato dalla Exxon era disposto a costruire l'oleodotto -1.070 chilometri dalle zone interne del Ciad senza sbocco sul mare all'oceano - soltanto con il supporto della Banca mondiale, dice Rashad Kaldany, direttore del settore petrolio, gas, e miniere della Banca e della sua agenzia per gli investimenti privati, la International Finance Corporation. Nel 2000 la Banca ha prestato al Ciad 37 milioni di dollari (29,6 milioni di euro) per la sua parte di oleodotto, mentre l'agenzia di finanziamento ha prestato alle società che lo hanno effettivamente realizzato 100 milioni di dollari (80 milioni di euro). Il sostegno era condizionato all'impegno del Ciad di utilizzare la maggior parte dei proventi del petrolio per alleviare la povertà dei suoi abitanti. Le royalties dovevano essere depositate in un conto estero e un comitato indipendente di controllo era stato incaricato di approvare e monitorare tutte le spese, ma quando nel 2004 hanno iniziato ad arrivare gli utili del petrolio, il programma modello è rapidamente andato a rotoli. Il comitato di controllo nel maggio scorso ha stilato un elenco schiacciante di episodi di corruzione e di cattiva amministrazione, che comprendono spese esagerate per attrezzature d'ufficio, inettitudine o addirittura sospensione dei progetti di opere pubbliche A Moissala, per esempio, era stata approvata la costruzione di una torre idrica ed era stato versato un acconto di 360.000 dollari (288.000 euro) al costruttore, ma quando gli ispettori sono andati a constatare a che punto era la sua realizzazione, non hanno trovato nessuna torre e hanno scoperto che il governo locale non aveva mai neppure sentito parlare del progetto. La parte più sostanziosa di questi soldi - 51 milioni di dollari (40,8 milioni di euro) distribuiti nell'arco dello scorso anno - è stata assegnata alla realizzazione di opere pubbliche, soprattutto strade. Di questa cifra ben 48 milioni, secondo il comitato di controllo, sono finiti ad una partnership tra una società straniera e una società capeggiata dal fratello del presidente Déby, Daoussa Déby. Per quanto fallito possa essere l'esperimento condotto in Ciad, persino alcuni di coloro che lo criticavano maggiormente sono lieti che la Banca mondiale sia presente. "Senza la Banca mondiale saremmo in un disastro ancora peggiore", dice il sindacalista Boukinebe Garka. "Quanto meno una forma dì controllo esiste, anche se non è perfetta e neppure buona. E' un inizio".