L'Iran, Bush e il pantano iracheno
BERNARDO VALLI
Da La Repubblica, 20 aprile 2006
Ma non assomiglia a una beffa il ritrovarsi davanti agli stessi fantasmi tre anni dopo l'invasione? Un'invasione giustificata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein; rivelatesi inesistenti nella valle del Tigri e dell'Eufrate; ma adesso rispuntate come dannati, maledetti fantasmi nel vicino Iran
LA QUESTIONE iraniana è di per sé preoccupante. Anzi angosciante, Mahmud Ahmadìnejad, il presidente eletto di Teheran, auspica la distruzione di un paese vicino (Israele), minaccia di sguinzagliare kamikaze nel mondo giudeo-cristiano che gli è ostile, e al tempo stesso annuncia (11 febbraio) di possedere la tecnologia necessaria per dotarsi di strumenti nucleari. Il deterrente di cui dispongono le potenze occidentali, in particolare gli StatiUniti, può distogliere, ben inteso, i successori di Ruhollah Khomeynì dall'idea di poter usare un giorno le eventuali armi atomiche in loro possesso, o dì fornirle a dei terroristi. Resta pur sempre inquietante la prospettiva di vedere tali ordigni di distruzione nelle mani di un regime di quel tipo(la cui credibilità è già inquinata dall'intenzione di violare il trattato di non proliferazione sottoscritto dall'Iran). Ma all'inquietudine alimentata dalla prospettiva di vedere l'Iran teocratico accedere al rango di potenza nucleare, se ne aggiunge un' altra: quella di vedere la(quasi) esclusiva responsabilità di risolvere la questione affidata a coloro che hanno gestito la vicenda irachena come degli «autisti ubriachi». (L'espressione è diThomas L. Friedman del New York Times). Stando a quanto ha scritto (sul New Yorker) Seymour Hersh, autore di affidabili inchieste giornalisti che, quegli « autisti ubriachi» starebbero considerando l'eventuale uso di armi atomiche tattiche per distruggere gli impianti sotterranei nucleari iraniani,
FONDATA o non fondata, smentita o non smentita, la semplice ipotesi suscita
sgomento. Altri commentatori americani, abitualmente cauti nell 'esprimere
opinioni, non escludono del tutto che l'amministrazione Bush, paralizzata,
boccheggiante nel pantano Iraq, adotti un vecchio proverbio, secondo il quale
se hai preso male una curva non devi schiacciare il freno, perché rischieresti
di uscire di strada, meglio schiacciare l'acceleratore. Per Bush, significherebbe
estendere l'avventura mediorientale all'Iran.
Visto attraverso il prisma iracheno il bilancio della politica americana in
Medio Oriente risulta un lungo elenco di insuccessi. Sarebbe di cattivo gusto
fare del sarcasmo mentre il terrorismo e il contro terrorismo uccidono ogni
giorno gente inerme.
Ma non assomiglia a una beffa il ritrovarsi davanti agli stessi fantasmi tre anni dopo l'invasione? Un'invasione giustificata dalla necessità di neutralizzare le armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein; rivelatesi inesistenti nella valle del Tigri e dell'Eufrate; ma adesso rispuntate come dannati, maledetti fantasmi nel vicino Iran. Quindi l'inseguimento rischia di ricominciare, sia pure sotto un'altra forma. Non ci sono più marine da mobilitare, ma negli arsenali non mancano le bombe.
Altro motivo della spedizione irachena era ed è la democrazia. La democrazia da seminare, come il grano o il granoturco, nel mondo musulmano che non ha conosciuto né la rivoluzione americana né quella francese. La messe, al primo raccolto, assomiglia tuttavia più a una guerra civile che a una democrazia, Le elezioni ci sono state, in gennaio e poi in dicembre del 2005. È stata persino approvata,con un referendum, la Costituzione federale.
Ma gli iracheni non hanno votato per questo o quel programma politico. Le schede sono servite per dichiarare l'appartenenza al proprio gruppo etnico e confessionale. In una società senza uno Stato in grado di garantire la sicurezza non può nascere la democrazia.
Nell'Iraq in preda alla violenza, dove neppure l'esercito della Superpotenza occupante è in grado di mantenere l'ordine, uomini e donne si rifugiano nelclan,nella tribù,nell'etnia,nella religione, che diventano fortezze dalle quali difendersi o attaccare gli avversari. Quattro mesi dopo le ultime elezioni politiche, che hanno dato vita a un Parlamento paralizzato,non c'è ancora quello che doveva essere il primo governo costituzionale della Repubblica democratica irachena. Nessuno riesce a scalzare il vecchio, inefficiente primo ministro, Ibrahim al Jaffari, benché egli non riesca a trovare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Il panorama politico uscito dalle elezioni è frantumato in Sciiti, Sunniti e Curdi. Spesso divisi al loro inteno in partiti, correnti e clan. Alle spalle dei quali si muove una miriade di milizie armate che formano come una cornice attorno alla guerra civile. Un mosaico che si compone e scompone, sotto lo sguardo smarrito degli americani impacciati sotto il peso di armi e di idee non adeguate all'Oriente che volevano convenire alla democrazia.
Tre anni dopo l'invasione angloamericana, l'Iraq sprofonda sempre più
nella barbarie. Decine di innocenti, a volte centinaia, quando le esplosioni
avvengono in un mercato o sul sagrato di una moschea, sono dilaniati dalle
autobombe guidate kakamikaze. Continuano i rapimenti criminali o politici
che fanno ruggire medici, avvocati, ingegneri, commercianti nei paesi vicini,
in Giordania, in Sìria, in Arabia Saudita. Si moltiplicano le bande
armate, guidate da signori della guerra o da capi clan incaricati di difendere
una tribù, un quartiere, una qualsiasi attività economica, dagli
assassini che colpiscono per denaro o per conto di una comunità etnica
o religiosa. Il sospetto si insinua dappertutto. In tutti gli ambienti.
Oltre agli attentati spettacolari, ogni giorno si trovano cadaveri nei quartieri
misti di Bagdad, dove un tempo convivevano in pace sciiti e sunniti. Per spingere
una comunità o una famiglia ad andarsene viene ucciso uno dei suoi
componenti. È una violenza che fa in media una ventina di morti quotidiani
ma che passa quasi inosservata nella metropoli. È una pulizia etnica
silenziosa. E un veleno che alimenta quella che ancora viene chiamata una
guerra civile «non dichiarata», perché i capi religiosi,
sciiti e sunniti, nella loro ufficiale saggezza, si guardano bene dal proclamare
nelle moschee.
Non stupisce che molti rimpiangano la dittatura sanguinaria di Saddam Hussein,
il tiranno di cui si celebra con fatica il processo, nella Zona Verde, quella
bunkerizzata in cui si trovano ministri, deputati, diplomatici (in particolare
quelli americani), e non pochi giornalisti stranieri. Ai tempi di Saddam le
strade erano sicure e la donne non erano costrette a coprirsi i capelli con
uno scialle nero. L'Iraq occupato dal più potente esercito occidentale
è il Paese meno sicuro per un occidentale. C'è stato un momento,
dopo lo scioglimento del regime di Saddam, in cui si poteva assaporare una
insolita, promettente libertà di espressione. Non era ancora la democrazìa.
Ma ne poteva essere il preludio. La violenza, l'insicurezza, l'odio hanno
fatto abortire quel tentativo. Hanno polverizzato il ricordo delle prime emozionanti
elezioni, quando uomini e donne andavano alle urne affrontando le minacce
dei terroristi.
Quest'ultimi, provenienti da numerose contrade dell'Islam, si sono annidati
nel Paese. Si sono alleati o si sono imposti all'insurrezione armata dei sunniti,
i quali rimpiangono i tempi in cui, pur essendo minoritari, loro, i sunniti,
governavano il Paese.
Il prisma iracheno non rivela soltanto il fallimento dell'impresa americana
in Mesopotamia, aiuta anche a decifrare la crisi iraniana. La presenza militare
in Iraq riduce la capacità dissuasiva di Bush nei confronti di Ahmadmejad,
e delle sue ambizioni nucleari. Il regime sciita di Teheran esercita una forte
influenza sulla comunità sciita irachena, che è stata l'alleata,
non solo obiettiva,
della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Le ripetute elezioni non hanno
dato alla luce una democrazia, ma hanno condotto al legittimo riconoscimento
della maggioranza sciita(55per cento della popolazione), a lungo frustrata
dallo strapotere sunnita. Da qui una complicità,sia pur tormentata,tra
la comunità riabilitata e le forze della coalizione. L'esercito iracheno
che si batte a fianco degli americani contro l'insurrezione armata, è
composto da curdi, ma soprattutto da sciiti.
Al tempo stesso il più importante partito (sciita) del Paese, il Consiglio
supremo per la Rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), è stato fondato
in Iran ai tempi di Khomeìni, e la sua milizia ha combattuto a fianco
degli iraniani nella guerra 1980-88. Conflitto che ha opposto l'Iraq all'Iran,
e ha fatto, si dice, un milione di morti. Lo stesso percorso ha seguito l'altro
grande partito sciita (Dawa), del quale è uno dei massimi esponenti
Ibrahirn al Jaffari, il primo ministro di cui gli americani non riescono o
non possono liberarsi. L'obbedienza degli sciiti iracheni ai dirigenti sciiti
di Teheran non è assoluta. Il nazionalismo talvolta prevale sul rapporto
religioso. Ma resta che l'Iran, oggi principale nemico degli Stati Uniti in
Medio Oriente, ha buoni alleati, se non addirittura dei complici, nella comunità
grazie alla quale gli Stati Uniti riescono a galleggiare sul fallimento iracheno.
Una grande zattera non troppo sicura.