Noi, l'opposizione a Bush

da la Repubblica
30 Agosto 2005.

di Gary Hart

Per il 2008 vorrei un leader disposto a dire: ho commesso un errore. E per questo mio errore sono pronto a recarmi in Iraq e ad accompagnare il prossimo carico di bare ricoperte dalla bandiera americana nel loro rientro alla base aeronautica di Dover, e chiederò perdono per il mio errore a ogni genitore che vorrà rivolgersi a me.

L'autore è ex senatore ed ex
candidato democratico alla
presidenza degli Stati Uniti

NELLE sabbie mobili fino alla vita, e' il fiume sta salendo», era l'avvertimento, molti anni fa, di una canzone contro il Vietnam. La campagna presidenziale di McGovern di allora, di cui so qualcosa, è ritenuta in genere la causa del declino del partito democratico, un varco lasciato aperto dal quale è penetrata una nuova era conservatrice. Come il gatto che saltò sui fornelli accesi e poi mai più saltò sui fornelli, accesi o spenti che fossero, i dirigenti del partito democratico non hanno voluto ripetere lo stesso errore. Molti sono stati favorevoli alla risoluzione sulla guerra in Iraq e ora si trovano, mentre sprofondano nuovamente nelle sabbie mobili, a dover tacere o a tentare di battere un presidente che continua a chiedere truppe.
È così che il denaro onesto di tutti si spende per le cose sbagliate e che alle cattive politiche seguono altre ancora peggiori.
La storia si occuperà di Gorge W. Bush e dei neo conservatori che hanno fuorviato una potente nazione verso una guerra che sta dissanguando la miglior forza militare del mondo, dirottando dalla Guardia nazionale e dalla Riserva risorse umane che dovrebbero stare in prima linea nella difesa del territorio nazionale, stracciando alleanze rafforzatesi durante le due guerre mondiali e durante la Guerra fredda, accumulando degli stupefacenti deficit, usando malamente risorse destinate all'istruzione per costruire in Iraq edifici da noi distrutti e indebolendo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Mi chiedo cosa dirà la storia di un partito di opposizione che tace mentre tutto ciò avviene. Il partito democratico della mia generazione saltò sui fornelli accesi del Vietnam, quello attuale - i suoi dirigenti con incarichi di responsabilità - ha paura di saltare su qualsivoglia fornello politico, inclusi quelli che esigono con urgenza la più seria attenzione. Gli americani si aspettano dai loro leader forza, determinazione e fiducia in se stéssi, ma anche coraggio, saggezza, capacità di giudizio, nonché, in tempi di crisi morale, la disponibilità a dire: ho sbagliato. Non pronunciarsi nel corso dì una crisi, e non farlo più che altro con l'idea che le disgrazie di questa amministrazione sono la fortuna dei democratici, è da codardi. Per il 2008 vorrei un leader disposto a dire: ho commesso un errore. E per questo mio errore sono pronto a recarmi in Iraq e ad accompagnare il prossimo carico di bare ricoperte dalla bandiera americana nel loro rientro alla base aeronautica di Dover, e chiederò perdono per il mio errore a ogni genitore che vorrà rivolgersi a me.
Questo leader dovrebbe inoltre impegnarsi a tenere discorsi ovunque nel paese portando a conoscenza di tutti il fatto che l'amministrazione ha taciuto al popolo americano la verità: i motivi per cui questa guerra sta rendendo il nostro paese più vulnerabile e meno sicuro, come possiamo mettere un cuneo tra i ribelli iracheni e i jihadisti provenienti dall'esterno, come possiamo riparare i danni causati alle nostre forze militari, ciò che noi e i nostri alleati possiamo fare per prosciugare la palude dei jihadisti e le misure drastiche che occorre prendere per garantire l'energia al nostro paese evitando una terza e una quarta Guerra del Golfo.
Non sono in gioco soltanto la leadership del partito democratico e la nazione. Sono in gioco anche l'onore della nostra nazione, la nobiltà e i nostri princìpi. Franklin Roosevelt fondò una comunità nazionale basata sulla giustizia sociale. Harry Truman creò delle reti internazionali per far fronte ai danni della Seconda guerra mondiale e sconfisse il comunismo. John Kennedy riprese l'ideale della repubblica e il senso dell'obbligo civile. Per sperare di entrare in questo panteon, il prossimo leader democratico dovrà ora affrontare tutti e tre questi compiti.
Ma ciò non può essere fatto mentre si sprofonda nelle sabbie mobili del Medio Oriente. Nessun democratico, men che meno quelli che oggi tacciono, può pensare di essere eletto automaticamente. Gli elettori vanno conquistati, e parlare oggi con chiarezza, con franchezza e con decisione sul pasticcio in Iraq è il primo passo giusto.
I veri disfattisti sono oggi coloro che non contestano questa guerra. I veri disfattisti sono coloro che stanno al potere e i loro sostenitori silenziosi del partito di opposizione, ridottisi a ripetere "non uscire dal tracciato", quando il "tracciato", qualunque esso sia attualmente, dista anni luce da quello intrapreso. La verità è che abbiamo perso la strada. Abbiamo scoperchiato con un calcio un nido di vespe con conseguenze che l'America non ha ancora visto. Abbiamo indebolito noi stessi e il mondo. Siamo meno sicuri oggi di prima dell'inizio di questa guerra.
Chi ha il coraggio di dirlo ora?

traduzione di Guiomar Parada