Perché non comprare in Africa il cibo per aiutare gli affamati?

di CELIA W. DUGGER .
The New York Times de "la Repubblica". Ottobre 2005.

legge americana vuole favorire gli agricoltori Usa.


Sembrava tanto semplice: cambiare la legge affinchè il governo Usa potesse aiutare gli africani che rischiano di morire di fame comprando per loro prodotti locali, anziché pagare enormi somme per mandare generi alimentari dagli Stati Uniti. In questo modo, non solo le derrate arriverebbero nel giro di settimane anziché mesi, ma il governo risparmierebbe denaro, sostenendo al tempo stesso i contadini africani. In un tentativo di allineare gli Usa (di gran lunga il maggior donatore di derrate al mondo) con latendenza internazionale, l'Amministrazione Bush ha compiuto un passo in questa direzione, come già fatto da molti paesi ricchi, ultimo tra tutti il Canada. Perché allora questa proposta, apparentemente logica, rischia di essere respinta dal Congresso Usa?
Principalmente perché minaccia la premessa politica che è alla base del programma di aiuti, ovvero che la generosità americana deve, sì, alleviare la fame del mondo, ma anche sostenere l'agricoltura nazionale. È questo il motivo per cui la legge attuale prevede che tutti gli aiuti alimentari donati dall'Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale provengano da coltivazioni statunitensi e soprattutto che vengano spediti con imbarcazioni che battono bandiera Usa.
Da un punto di vista più pratico la proposta ha incontrato l'opposizione di tre gruppi di interesse che i critici definiscono il 'triangolo di ferro' degli aiuti alimentari: l'agricoltura, l'industria delle spedizioni e le organizzazioni umanitarie.
I membri del Congresso hanno spesso decantato i benefici che gli aiuti alimentari portano agli agricoltori americani, ma non è davvero così che funziona, come fa notare Christopher B. Barrett, economista della Cornwell University: "Sono i mediatori a trarre i maggiori profitti", dice, "non gli agricoltori".
La ricerca di Barrett ha evidenziato il terzo lato del 'triangolo di ferro': quello rappresentato
dalle organizzazioni non prof it e di aiuti. Con Daniel Maxwell, un dirigente di Care, ha scoperto che nel 2001 da un quarto a metà del bilancici dì almeno sette di queste era rappresentato dagli aiuti alimentari. Questi gruppi, che distribuiscono generi alimentari nei Paesi poveri, sono diventati a loro volta commercianti, poiché vendono grandi quantità dei cibi donati ai mercati dei Paesi poveri per generare decine di milioni di dollari poi rinvestiti nei loro programmi antipovertà.
Se verso la metà degli anni 80, quando un milione di persone morirono di fame, o nel 1999-2000, quando a morire furono ventimila persone, l'Agenzia per lo sviluppo internazionale avesse avuto l'autorità di acquistare cibo direttamente in Etiopia, si sarebbero salvate molte più vite, dice il suo amministratore Andrew S. Natsios. "Quando si tratta di rispondere alle carestie, la velocità è tutto", ha aggiunto.
Natsios ha fatto pressione sull'Amministrazione Bush per avanzare una proposta che permetta che sino ad un quarto del bilancio a disposizione della sua Agenzia per gli aiuti alimentari venga speso nei Paesi in via di sviluppo. Il presidente Bush ha approvato l'idea, ha detto, che poi è stata inclusa nella proposta di bilancio per il 2006. Ma i gruppi che rappresentano il cosiddetto triangolo di ferro hanno ribattuto che il denaro usato per comprare cibo si presterebbe facilmente ad essere speso male o addirittura trafugato. La proposta è stata anche ostacolata dalla Coalizione per gli aiuti alimentari, che rappresenta sedici gruppinon prof it. Oxfam, invece, che non accetta aiuti americani in cibo né è parte della Coalizione, ha appoggiato la proposta del governo.
In una testimonianza sottoposta al Congresso, si nota che 11 presente sistema offre troppe opportunità "per una varietà di interessi privati che traggono vantaggio dalla consegna, l'imballaggio, il trasporto e la distribuzione delle derrate".
Per ora, la proposta dell'Amministrazione è ferma. Il senatore Mike DeWine, repubblicano dell'Ohio, spera che il Congresso finisca per permettere che sino al 10 per cento del denaro per gli aiuti alimentari venga speso nei Paesi poveri. "Si tratta di salvare vite", ha detto. L'opposizione resta forte. Bob Goodlatte, repubblicano della Virginia, ha detto che persino il modesto compromesso di DeWine "incrinerebbe una coalizione che ha portato avanti uno dei programmi di aiuti alimentari di maggior successo nella storia del mondo".