Srebrenica, uno smacco per il palazzo di vetro

da "La Repubblica".
9 Luglio 2005.
Di Antonio Cassese

GLI ERRORI DELLE NAZIONI UNITE E DELTRIBUNALE DELL'AJA


A livello intemazionale il massacro di Srebrenica del 1995 segnò un triplice smacco: per le Nazioni Unite, per l'Olanda e per il Tribunale dell'Aja. Ma costituì anche il punto di non ritorno, dal quale cominciò il risveglio della comunità internazionale.
Cominciamo dalle Nazioni Unite. Le forze di peace-keeping per l'ex-Jugoslavia, Unprofor, erano state istituite nel 1992, ma furono sempre inadeguate e mal dirette. L'embargo sulle armi, ideato per arrestare il rafforzamento delle parti in conflitto, finì per impedire ai musulmani bosniacì di armarsi per assicurare la propria difesa, mentre lasciò i serbi con la loro schiacciante superiorità. L'Onu diede anche un illusorio senso di sicurezza alle popolazioni della Bosnia. Srebrenica era una delle sei "zone di sicurezza" create dall'Onu per garantire protezione ai civili, e si rivelò un'enorme trappola. Quando apparve evidente che i serbi si apprestavano a liquidare le popolazioni musulmane a Srebrenica, Boutros Ghali e Kofi Annan (all'epoca responsabile per il peace-keeping) commisero un errore madornale: non chiesero l'intervento dell'aviazione della Nato, per ragioni politico-diplomatiche che poi ammisero (il timore che l'Onu venisse percepita come ostile ai Serbi, che l'intervento sfuggisse di mano a New York e pregiudicasse la missione umanitaria dell'Unprofor, e che i Serbi potessero compiere rappresaglie contro l'Onu).
Srebrenica segnò anche una profonda umiliazione per le truppe olandesi che dovevano tutelare la popolazione. Certo, avevano solo armi leggere, mentre i Serbi erano forniti di armamento pesante. Ma si resero conto che i Serbi si accingevano a distruggere la popolazione civile. Non riferirono immediatamente ai vertici Onu quel che stava avvenendo e, soprattutto, non si interposero tra i civili e le forze Serbe. Peccarono di grave imprevidenza e codardia.
Srebrenica segnò anche una sconfitta, pur se passeggera, per il Tribunale Internazionale dell'Aja. Agli inizi del 1994 i giudici internazionali avevano appreso che i generali serbi avevano espresso il timore di essere un giorno processati dal Tribunale lnternazionale.
I giudici si cullavano dunque nella falsa speranza che il Tribunale potesse avere un effetto dissuasivo. Pura illusione, perché tra fine 1994 e inizio 1995 era divenuto chiaro che il Consiglio di sicurezza vedeva il Tribunale come un meccanismo creato per nascondere la propria impotenza politico-militare; il Consiglio, inoltre, centellinando i fondi necessari, impediva al Tribunale di diventare un'istituzione vitale ed efficace. Nel contempo il Procuratore Goldstone, adottando la sua "strategia piramidale" secondo cui occorreva partire dalla base per poi colpire gradualmente e in futuro i vertici politici e militari, stava incriminando solo pesci piccoli. I pesci grossi si sentivano dunque al sicuro. Arrivò così il luglio 1995, e all'Aja i giudici appresero con sgomento che i massacri erano in corso, e che i leader serbi sfidavano sprezzanti l'ONU e la giustizia internazionale. Fu il momento più nero per il Tribunale, il segno tangibile delle sue inadeguatezze.
Le stragi di Srebrenica diedero però una sferzata alla Comunità internazionale. Resero chiaro che era intollerabile assistere inerti a crimini così gravi. Probabilmente gli accordi di Dayton, del novembre 1995, non ci sarebbero stati senza tutti quei morti. Quegli accordi segnarono una svolta, predisponendo tra l'altro la massiccia presenza della Nato in Bosnia.
Anche il Tribunale si riscosse. Il 25 luglio 1995 Goldstone incriminò Karadzic e Mladic, ma per crimini anteriori a Srebrenica. E il 16 novembre dello stesso anno venne finalmente l'atto di accusa per i fatti di Srebrenica. Peraltro, già a fine gennaio dello stesso anno i giudici, facendosi carico di tutta l'istituzione internazionale per la quale operavano, con gesto inconsueto ma eccezionalmente motivato dalle esigenze specifiche della giustizia internazionaie, avevano adottato una mozione unanime che invitava il procuratore a mutare strategia penale, perseguendo coloro che presumibilmente avessero maggiori responsabilità per aver pianificato, ordinato e diretto massacri.
Il Procuratore, anche su richiesta di Boutros Ghali, si adeguò e cominciò ad incriminare comandanti militari e dirigenti di vertice che avessero gravi responsabilità. Tra essi, egli accusò, sempre nel 1995, tre comandanti serbi presumibilmente responsabili del massacro di Vukovar (circa duecento croati che si trovavano in un ospedale erano stati trucidati dalle truppe serbe). Da allora il Tribunale è diventato sempre più efficace, processando decine di leader serbi, croati e musulmani, incluso un militare serbo agli ordini di Mladic, il generale Krstic, e il leader di Belgrado che presumibilmente aveva tutto pianificato e ordinato, Miloseyic. Il Tribunale ha così mostrato che si può fare giustizia in modo rigoroso ma anche equanime.
Rimane un punto nero, la cui responsabilità va però accollata non al Tribunale, ma ai dirigenti politici e militari europei e statunitensi. Sono passati dieci anni e i due maggiori responsabili di quel genocidio, Karadzic e Mladic sono ancora latitanti. Solo colpevoli connivenze politiche possono spiegare perché le forze della Nato in Bosnia, i servizi segreti e i corpi speciali di Francia, Usa, Inghilterra, Germania e Italia, non sono riusciti a scovare ed arrestare i due.
Quale modo più significativo di celebrare l'anniversario della strage di tanti poveri civili, dell'arresto e della consegna dei due al Tribunale dell'Aja?