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Tutti
noi sappiamo dove eravamo l'11 settembre 2001 quando arrivò la
notizia dell'assalto alle Torri gemelle. Pochissimi ricordano dov'erano
l'11 luglio 1995, quando cadde Srebrenica e iniziò l'ultimo massacro
del secolo. Fu il triplo dei morti rispetto a New York, ma quasi nessuno
se ne accorse. Non c'erano immagini, in quei giorni, in tv. Srebrenica,
che roba era? Un buco tra le montagne dal nome impronunciabile. L'Europa
era al mare, la Bosnia non faceva notizia, la guerra stava finendo. E
poi, a che prò sapere? Eravamo compici. L'Europa, le Nazioni Unite,
la Nato. Avevamo lasciato che il massacro avvenisse.
Dieci anni dopo, sappiamo: i criminali al tribunale dell'Aja hanno parlato.
Sappiamo che migliaìa di musulmani bosniaci (musulmani solo perl'anagrafe,
va ripetuto, in Jugoslavia il fattore religioso era secondario) erano
fu ggiti a Srebrenica fin dal '92, all'inizio delle ostìlità,.
perché l'Onu l'aveva dichiarata zona protetta. Fuggiti, dunque;
per salvarsi la pelle. Invece, Srebrenica è diventata la loro trappola.
Un lager sovraffollato di denutrizione e isolamento.
Un filmato ci inchioda alla nostra vergogna. Il generale francese Philip
Morillon, capo dei Caschi Blu, dice agli abitanti: «Tranquilli,
sarete protetti», e quando questi gli offrono il loro pane miserabile
fatto di corteccia di nocciolo, decide di fingere ancora. «Salubre»,
gongola; «ottimo per la digestione». E difatti li tradisce.
Sequestra loro le poche armi di autodifésa, e non fa lo stesso
con gli assedianti, infinitarnente più equipaggiati. La cronaca
di una morte annunciàta inizia allora. Tre anni di solitudine cosmica,
dì impotenza, consumati in una valle tetra, fatta apposta per impazzire.
Li, racconta Emir Suljagic nel libro Cartolina dalla tomba
appena uscito a Sarajevo e di prossima apparizione in Italia con l'editore
Scheiwiller. «La gente», scrìve, «aveva scelto
quel luogo per sopravvivere, e questo rende la loro morte più terrificante».
Suljagic si salva per caso. Viene risparmiato perché il generale
Ratko Mlàdic, latitante, accusato numero uno per il massacro, l'ha
voluto come interprete d'inglese.
La guerra è «mors tua vita mea». A Srebrenica non è
guerra. Uno dei contendenti sa di essere stato venduto in anticipo. I
Caschi Blu olandesi di stanza in paese stanno a guardare. Quando possono,
si godono le donne dei vinti, i musulmani. E fanno baldoria con i vincenti,
i serbi, dei simpaticoni. E ap-pena - a fine estate del '94 - questi ultimi
cominciano a premere sulla città, loro calano le brache. Chiedono
allo stato maggiore Onu un bombardamento dissuasivo sugli assedianti,
ma non ottengono nulla. Le Nazioni Unite hanno già perso l'onore.
Quando l' 11 luglio '95 le truppe di Mlàdic occupano l'enclave,
la gente terrorizzata si riversa nella sede dei Caschi blu. «Difendeteci»,
implorano,«voi ci avete preso le armi, dunque voi ci difendete ora».
Ma i soldati Onu non fanno nulla. Piangono lacrime di coccodrillo, dichiarano
la loro impotenza. Non hanno l'autorizzazione a sparare. E il panico sì
diffonde.
Mlàdic convoca in un albergo
due ufficiali Onu. Per intimidirli, fa sgozzare un maiale; nel Cortile
appena fuori la sala, sbatte sul tavolo l'insegna spezzata del Comune
di Srebrenìca e intima; «Adesso farete quello che dico io
non me ne frega niente dei vostri capi». Spadroneggia, è
abituato all'impunità. La ottiene ancora, gli alti comandi Onu
sono paralizzati, non mettono mano alle armi nemmeno allora. Ha tutto
ciò che vuole: la consegna dei maschi validi, persino la benzina
per evacuarli.
Il resto è l'indicibile, l'inimmaginabile, disperso in brandelli
di sequenze, articoli, intercettazioni, testimonianze, filmati amatoriali.
11 luglio, Potocari, periferia di Srebrenìca. La gente è
ammassata attorno alla sede dell'Onu. Arrivano soldati serbi con pastori
tedeschi, prelevano uomini. La sera la gente comincia a urlare, tutti
si alzano in piedi, chiedono che succede. Altri uomini sono portati via,
a volte arriva uno sparo, poi silenzio, poi altre grida. Cosi per tutta
la notte. Alcune donne impazziscono dalla paura, corre voce che qualcuna
si sia impiccata.
12 luglio, località imprecisata. Un video mostra sei bosniaci
che scendono da un camion e tremano di terrore. Quelli in divisa non sono
soldati
ma poliziotti serbi giunti da Belgrado. Corpo d'elite, detti Skorpions.
«Guarda, questo s'è cagato addosso», ridono di un condannato.
Si sente la voce dell'operatore che dice agli agenti di spicciarsi perché
ha poca batteria. Poi, la raffica sulla schiena di un ragazzo, e un pope
ai nome Gavrilo che benedice. Non i morituri ma gli assassini.
Altre testimonianze, raccolte da Andrea Rossini dell'Osservatorio del
Balcani, il miglior portale d'informazione sul Sudest Europa. 13 luglio,
frazione di Kravica. Mille, forse millecinquecento civili sono ammassati
in un magazzino e fucilati. Il generale Borovcanin telefona al generale
Krstic, brontola che ci sono «altri 3500 pacchi da distribuire»
e che servono altri trenta soldati. L'altro protesta che non li ha, manda
i colleghi a farsi fottere. Ma il primo insiste. Dice «pacchi»,
ma intende uomini. E «distribuire» significa ovviamente «liquidare».
15 luglio, un prato sulle sponde della Drina. Prigionieri maschi
ammassati, costretti a sdraiarsi per terra e gridare «Viva il re».
Vengono scherniti: «Non avrete la cena, tanto non ne avrete bisogno».
Poi, il trasferimento in un'aula piena di gente. Racconta un sopravvissuto,
creduto morto dopo la fucilazione; «Eravamo assetati e coperti di
pìscio, qualcuno ha tentato di aprire la finestra ma una guardia
ha aperto il fuoco e fatto sei feriti». I prigionieri sono denudati,
ammanettati, caricati su camion, portati via.
16 luglio, Zvornik, zona serba. II plotone di esecuzione deve liquidare
oltre mille uomini. Usa una mitragliatrice, che però mutila i prigionieri
senza ucciderli, e obbliga i soldati a giustiziare la gente con colpi
singoli. Nessuno viene risparmiato. Poi tocca ad altri settecento uomini,
chiusi in un cinema. Il plotone è esausto, qualcuno chiede di essere
sostituito. Si sentono le raffiche in città, ma la gente fa fìnta
di nulla.
Dei fatti di luglio sappiamo tutto, ormai. Da qualche settimana anche
in Serbia si fanno i conti con la verità. Ma l'informazione sul
«come» non aiuta a capire il perché di quel tradimento.
La pace di Dayton, ibernando la Bosnia al 1995, non ha risolto nessuno
dei nodi politici di allora. Perché laNato non è intervenuta?
Perché le Nazioni Unite sono scomparse? A che serve questo
anniversario se, di fronte all'Iraq e all'Afghanistan, i Balcani scompaiono
dalle agende della politica? Che futuro immaginiamo per queste terre dietro
casa?
Irfranka Pasagic, psichiatra, premio Langer 2005, è tornata a lavorare
nella sua città per curare i traumi della gente. «A Srebrenica»,
ne è certa, «la cappa di orrore permane» C'è
chi vive accanto all'assassino dei suoi figli, chi lo incontra ogni giorno
per strada. I criminali sono in circolazione, hanno cariche pubbliche,
si sono sfacciatamente arricchiti. E i giovani vanno «in scuole
sporche di sangue, in palestre che hanno conosciuto esecuzioni».
«La città continua a morire», racconta Roberta Biaggiarelli,
che lavora a un documentario sull'evento. «La vita è nera
come la terra che copre mio figlio» le ha detto una madre dimenticata
in un campo profughi. E mentre nelle camere mortuarie di Tuzla e Visoko
ancora si accumulano candidi sacchi pieni di ossa senza nome, i banditi
smascherati già schierano i morti serbi in un contro-monumento,
una gigantesca croce ai Caduti. A troppi fa comodo che non si sappia la
verità su Srebrenica.
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