Tratto da : "La via della spoliazione"
di ITSUO TSUDA
Luni Editrice.
- «Da quando Bacone ha lanciato l'aforisma "sapere è
potere", l'Occidente si è incamminato sulla via dell'acquisizione.
Ho incontrato persone di grande erudizione, delle vere e proprie enciclopedie
viventi. Sanno tutto e vogliono sapere tutto.
«In quanto a me, devo adottare un atteggiamento diametralmente opposto in quello che faccio: la via della spoliazione. Per esempio, il principio che ho stabilito per il movimento rigeneratore è: senza conoscenza, senza tecnica, senza scopo. Il che non significa che io condanni la conoscenza. Chiedo soltanto di lasciarla negli spogliatoi, per lo meno durante la pratica del movimento rigeneratore. Cosa facile a dirsi ma difficile a farsi. Non si vuole e non si può separarsi da ciò che si possiede. Eppure il bagaglio non fa altro che intralciare il movimento
«Non posso sottovalutare l'apporto dell'Occidente nella via dell'acquisizione. Il mondo intero ne ha tratto beneficio, compresi noi giapponesi. È l'estremo sviluppo del cervello che ci ha permesso di avanzare in questa via. Oggi questo sviluppo ha raggiunto un livello inquietante. Temo che ciò sia avvenuto a discapito di tutto il resto. Ci sono sempre più persone che ignorano le proprie gambe. Sono come alberi le cui radici muoiono lentamente. Portano fiori verbali ma non riescono ad avere frutti. Le radici non si vedono: io però le vedo».
- Itsuo Tsuda nacque nel 1914. All'età di sedici anni si
rivoltò contro la volontà del padre che lo destinava a diventare
l'erede dei suoi beni (diritto di primogenitura); lasciò quindi la
sua famiglia e si mise a vagabondare, alla ricerca della libertà
di pensiero. Dopo essersi riconciliato con il padre, si recò in Francia
nel 1934, dove studiò sotto la guida di Marcel Granet e Marcel Mauss
fino al 1940, anno del suo ritorno in Giappone. Dopo il 1950 si interessò
agli aspetti culturali del Giappone: studiò la recitazione del Nó
con il Maestro Hosada, il Seitai con il Maestro Noguchi e 1'Aikidó
con il Maestro Ueshiba. Itsuo Tsuda tornò in Europa nel 1970 per
diffondere il movimento rigeneratore e le proprie idee sul ki. Nel 1973
pubblicò la sua prima opera, Il Non Fare, con il sottotitolo: «La
Scuola della Respirazione». La sua morte è avvenuta a Parigi
nel 1984.
Capitolo VIII - La spontaneità
La spontaneità
«Queste zucche non le ho seminate» direbbe un romano del tempo
di Cesare «ma sono spuntate volontariamente («voluntarie»).
Al che un francese replicherebbe: «Ma andiamo! Non sia ridicolo. Le
zucche non hanno volontà. Non spuntano volontariamente. Solo gli uomini
posseggono la volontà. Anzi bisognerebbe dire che esistono anche uomini
senza volontà. La volontà delle zucche? Lei mi fa ridere».
Il motivo di questo dialogo tra sordi è che la parola «volontà»
ha cambiato senso nel corso di questi ultimi due millenni. Un romano volontario
è qualcuno che agisce liberamente, spontaneamente. Un europeo che ai
giorni nostri agisse spontaneamente in modo abituale si troverebbe disorientato.
«Ho riso perché... Ho pianto perché...»: sarebbe
obbligato a giustificare ogni sua azione.
Le spiegazioni che vengono fornite per giustificarsi sono davvero esatte?
Non è forse il caso di chiedersi se non tradiscono piuttosto la preoccupazione
di proteggersi da eventuali critiche, richiamandosi a un sistema di riferimento?
L'europeo è un infaticabile inventore di sistemi. Ma nessun sistema
è perfetto. Esistono crepe, debolezze e fragilità. Per questo
si cercano sistemi sempre nuovi.
Dato il contesto, è difficile parlare di spontaneità se non
sì prendono sufficienti precauzioni per evitare malintesi.
Se spontaneità significasse distruzione di ogni sistema la coasa
sarebbe fin troppo semplive ma anche disastrosa. Non è quello che
io auspico. Sarebbe una supposizione davvero gratuita pensare che si possa
annientare in un sol colpo l'intera esperienza accumulata dall'umanità
in migliaia di anni. Si possono al limite rompere degli oggetti, distruggere
dei monumenti, sabotare il meccanismo sociale o massacrare la gente. Ma tutto
ciò non serve a niente. Prima o poi i sistemi vengono restaurati.
Oppure si cerca l'evasione: la droga, la spiritualità o il ritiro sulle
montagne.
Ho già detto che Robinson Crusoe, nella sua vita solitaria, continuava
a contare i giorni della settimana. Fu così che, trovato un uomo, lo
battezzò Venerdì. Il fatto di contare significa già di
per sé appartenere a un sistema.
I sistemi esistono virtualmente in noi. Non è la negazione dell'ambiente
esterno che risolve il problema.
C'è un precetto zen che dice:
«I piccoli eremiti si rifugiano sulle montagne e nelle foreste. I grandi
eremiti si rifugiano nei quartieri popolati».
Ho sentito gente di città che invidia i contadini che vivono in campagna
e che respirano l'aria pura. Ho sentito anche contadini esasperati che dicono:
«Loro però non hanno tutte le seccature che abbiamo noi».
Il benessere degli uni è fonte di malessere per gli altri. Per quanto
mi riguarda non mi occupo di problemi di ambiente. Mi occupo soltanto di quanto
succede dentro di noi. Se le persone vogliono diventare piccoli eremiti ciò
riguarda loro. In ogni caso, non sono io che li incoraggio a farlo, perché
rimane inalterato il problema di fondo.
Benché l'educazione abbia introdotto l'idea che si possano sottoporre
tutti i nostri atti a un controllo cosciente e volontario, questa non è
di fatto che una pura illusione. Niente avviene nella vita senza la spontaneità.
Anche in condizioni di assoluta costrizione la spontaneità fa il suo
lavoro: il cuore batte, il sangue circola, i polmoni respirano. Non ci si
può fare niente. Sotto la minaccia di una pistola, si alzano le
mani. Si tratta di un gesto provocato e non spontaneo. Ma una volta che la
mente abbia accettato di fare questo gesto, il movimento si fa in modo di
per sé spontaneo. Non conosciamo il meccanismo mediante il quale un'idea
si trasforma in movimento. I fisiologi spiegano questo processo con grande
sottigliezza; riescono in parte a riprodurlo con mezzi fisico-chimici o elettrici.
Ma non interamente. Generalmente, più essi intervengono più
diminuisce la spontaneità del corpo, facendo posto alla pigrizia viscerale.
La chirurgia, invece, può contare solo sulla spontaneità per
la riuscita dell'operazione. Nessun intervento sarebbe possibile se la ferita
non si cicatrizzasse da sola, se i visceri non riprendessero la loro posizione,
se la sutura non si rimarginasse naturalmente. Il chirurgo lavora in funzione
del credito che accorda a questo misterioso lavoro della natura di cui non
conosce ancora il segreto. Il giorno in cui lo conoscerà non avrà
forse più bisogno del bisturi.
[...]
Uno sbadiglio può esser provocato dal bisogno del corpo o dall'affaticamento
del cervello (fisico). Può anche esser provocato per contagio, guardando
sbadigliare un altro (psichico). Oppure può essere provocato dall'addestramento,
come nel caso del cane di Pavlov (riflesso condizionato). Esistono dunque
differenze di varia natura in movimenti che all'apparenza sono simili.
[...]
La parola «spontaneità» comporta un certo pericolo per
le persone che capiscono un po' troppo velocemente, perché possono
dirsi: tutto è permesso. Si può fare qualunque cosa. Di
fatto la interpretano così le persone complessate. Se tutto fosse permesso,
si potrebbe schiaffeggiare o prendere a pugni il proprio partner. La parola
«spontaneità» non può servire come giustificazione,
e nemmeno le parole «naturale», «intuizione» ecc.
L'officiante deve essere capace di prevedere una tale eventualità.
Ma casi come questi non si verificano spesso.
Se malgrado tutti questi rischi e ambiguità devo insistere sulla spontaneità,
è perché solo il movimento spontaneo può agire e contribuire
alla normalizzazione del terreno.
Per quanto bello sia il nome che si dà a un movimento - ginnastica
di bellezza o di ringiovanimento, arti marziali, sport - esso ha valore solo
nella misura in cui avviene spontaneamente, ovvero con la partecipazione dell'essere
intero e non come l'esecuzione di un imperativo.
Già Alexis Carrel aveva denunciato il pericolo dello sforzo muscolare
condizionato artificialmente.
«Lo sforzo muscolare è praticato solo dagli atleti, e in una
forma standardizzata e sottoposta a regole arbitrarie. Noi dobbiamo chiederci
se questi esercizi artificiali sostituiscano in modo completo gli esercizi
naturali delle antiche condizioni di vita'».
Io stesso constato continuamente i danni provocati da esercizi di diverso
genere che causano l'ipertrofia muscolare senza armonia con il resto del corpo.
Ma cito ancora Alexis Carrel:
«Se i muscoli rimangono attivi quando cuore e vasi sono già
logorati, essi diventano un pericolo per l'individuo. Organi anormalmente
vigorosi in un corpo vecchio sono quasi altrettanto nocivi di organi prematuramente
senili in un corpo giovane'».
L'ardore della giovinezza ci fa facilmente confondere la spontaneità
con l'entusiasmo sconsiderato. Ma presto o tardi la natura si vendica. È
paradossale constatare che maggiori sono i progressi della medicina, più
numerose sono le malattie, e che ci sono sempre più corpi devastati
dagli sport.
Se un movimento è spontaneo, deve sbarazzarsi poco alla volta degli
elementi inutili alla vita e diventare talmente semplice da coincidere con
il movimento della vita di tutti i giorni. In questo senso il movimento rigeneratore
è una sorta di depurazione, e non l'acquisizione di una nuova abitudine.
Il concetto di lavoro è definito, nella meccanica classica, come il
prodotto di una forza misurata dallo spostamento del suo punto di applicazione.
La massa, l'accelerazione e la distanza dello spostamento effettuato, questi
sono i fattori che costituiscono questo prodotto. Dalla fine del XIX secolo,
con il progresso della termodinamica, si è cominciato a parlare di
energia come capacità di un sistema a produrre lavoro. Nel XX secolo
si è trovata una sublime equazione per l'energia, che corrisponderebbe
al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce.
Tutti questi concetti - lavoro, sistema, energia - sono concetti fisici la
cui applicazione non ha tardato a estendersi in altri campi. Si parla di uomini
«energici».
L'essere umano, considerato come un sistema organico, viene equiparato
a un sistema energetico dotato di intelligenza. Deve dunque spendere intelligentemente
la propria energia.
Tuttavia un simile essere umano non si incontra mai in natura. Si tratta di
un'entità giuridica, economica e politica che, proprio come la nozione
di eguaglianza, non ha contenuto concreto. Quelli che si vedono nella realtà
sono solo individui.
Cosa fanno questi individui? Spesso non fanno quello che pensano o fanno proprio
il contrario di quello che pensano. Protestano, si lagnano, cercano
di distruggere gli altri o se stessi. Sono troppo complessi per essere ricondotti
a una semplice equazione matematica.
Il lavoro umano è essenzialmente diverso dal lavoro meccanico, poiché
dipende ampiamente da un fattore secondario. La fatica, sensazione che si
prova dopo aver speso dell'energia, è completamente condizionata dal
fatto che si tratti di un lavoro obbligatorio o di un lavoro spontaneo.
Per esempio, il trasporto di un bagaglio dello stesso peso e per uno stesso
percorso può esser sentito in modo diverso a seconda dell'etichetta
che si vuole attribuirgli: lavoro obbligatorio, punizione, esercizio fisico,
passeggiata, escursione ecc. Per questo esistono persone estenuate da una
giornata di lavoro che passano la notte a giocare a ma-jong, un gioco importato
dalla Cina: il rumore delle pedine che vengono mescolate sul tavolo è
sufficientemente forte perché i vicini sappiano che il gioco non ha
subìto interruzioni fino all'alba.
Un esperto in medicina del lavoro è venuto a osservare il movimento.
Dopo la seduta si è intrattenuto con una praticante. Era molto stupito
di vederla seduta tranquillamente al suo fianco nell'atto di rispondere alle
sue domande senza essere affannata, poiché, per quanto gli era sembrato,
il movimento che lei aveva eseguito richiedeva un tale consumo di energia
fisica che gli risultava difficile immaginare che potesse ora stare così.
Non voglio confondere la spontaneità con l'immediatezza. La spontaneità
può avere una risonanza estremamente profonda a seconda della capacità
di un individuo. Iniziata con uno stimolo, all'apparenza insignificante, può
richiedere lunghi anni prima di maturare in una forma osservabile. La capacità
dell'individuo risiede nel fatto di poter conservare questa risonanza tanto
quanto è necessario.
Konosuke Matsushita è uno degli uomini più ricchi del Giappone.
È alla testa di molte decine di aziende associate sotto il suo nome.
Nato in una famiglia povera, esordì come manovale presso un commerciante
di biciclette. Fin d'allora mostrò una grande inventiva, soprattutto
per quanto riguardava le apparecchiature elettriche. Ma se si tratta soltanto
di avere dell'inventiva, il mondo è pieno di persone che ne hanno.
Un piccolo incidente nel corso della sua giovinezza fu decisivo per il suo
orientamento futuro. Un giorno d'estate passava per strada accanto a una schiera
di povere abitazioni. All'entrata di un vicolo vide un passante che si chinava
su un rubinetto comune a tutte le case del vicolo per dissetarsi. Una scena
assolutamente banale, a cui si poteva assistere di frequente a quei tempi.
Ma per il giovane Matsushita essa costituì uno stimolo folgorante.
Egli si disse: «Questo rubinetto comune serve agli abitanti del vicolo
che non sono abbastanza ricchi per possedere una canalizzazione privata che
porti l'acqua fino in casa. Pagano collettivamente il consumo d'acqua. Dunque
non è gratuita. Un passante ne beve senza chiedere il permesso e nessuno
grida al ladro. Perché? È perché l'acqua è talmente
a buon mercato che non ci si presta nemmeno attenzione. Inonderò il
Giappone con i miei apparecchi elettrici».
La risonanza prodotta dallo stimolo lo spingeva senza sosta in avanti: senza
di essa egli sarebbe rimasto soltanto un uomo più o meno intelligente
o creativo. Comunque, malgrado l'idea del prezzo basso, egli non ha mai abbandonato
il principio che un onesto uomo d'affari deve sempre salvaguardare un comodo
margine di profitto.
Lo stimolo è importante, ma il terreno lo è ancora di più.
Uno stimolo, a seconda dell'affettività, può provocare risonanze
molto diverse. Se Matsushita avesse visto, come Lawrence, uccidere un arabo
per aver bevuto un sorso d'acqua da un pozzo che non gli apparteneva, la sua
reazione sarebbe stata diversa. Prima della guerra c'erano numerose piccole
fontane Wallace a Parigi, ma ciò non bastava per produrre dei miliardari.
In compenso conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. E giovane,
bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall'oggi
al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non
sa come raggiungere una vera soddisfazione.
Ciò che è spontaneo è qualcosa che si sente. È
il ki. È l'invisibile, l'imponderabile che cerca di prendere
una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, la spontaneità
si spegne.
Quando prende forma, il ki muore, ecco il punto comune che ho trovato nei
Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendo il ki come impulso.
Si ha fame. Si mangia. Ci si sazia. Non si vuol più sentir parlare
di cibo.
Ma il valore dell'uomo sta nella possibilità di trovare il ki che
non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe
stato il suo aikidó quando avesse avuto centocinquant'anni. E morto
a metà strada.
Un commerciante di quadri è andato da Picasso per mostrargli un disegno.
Picasso ha detto: «E' un falso». Gliene ha portato un altro: «E'
un falso». «Ma Maestro» ha detto il commerciante «lo
ha fatto lei». «Dipingo dei falsi» ha risposto Picasso.
Forse anche lui è morto a metà strada.
Diverse persone hanno messo in dubbio che sia io l'autore dei mio libro. La
nostra segretaria si è difesa mostrando loro il manoscritto. Sono stupefatto.
Scrivo dei falsi... di già.
Il Seitai è una tecnica che serve a provocare la spontaneità.
Ciò è impossibile, si dice. Se qualcosa viene provocato non
è spontaneo. Invece sì, dico io. Tutti lo fanno più
o meno senza saperlo. Napoleone l'ha utilizzato molte volte.
Ecco un piccolo brano che ho tratto dal Reader's Digest (nov. 1973): «La
giovane madre aveva fretta di mostrare ai genitori il bambino che aveva appena
avuto e di cui era molto fiera, ma loro abitavano a diverse centinaia di chilometri
e dicevano che le loro occupazioni non consentivano loro di spostarsi. Dopo
qualche mese la giovane donna ebbe un'idea: fotografò il bambino di
schiena e inviò la foto ai genitori. Il weekend successivo eccoli arrivare
a casa sua».