Tratto da : "La via della spoliazione"

di ITSUO TSUDA
Luni Editrice.

Capitolo VIII - La spontaneità


La spontaneità


«Queste zucche non le ho seminate» direbbe un romano del tempo di Cesare «ma sono spuntate volontariamente («voluntarie»). Al che un francese replicherebbe: «Ma andiamo! Non sia ridicolo. Le zucche non hanno volontà. Non spuntano volontariamente. Solo gli uomini posseggono la volontà. Anzi bisognerebbe dire che esistono anche uomini senza volontà. La volontà delle zucche? Lei mi fa ridere».
Il motivo di questo dialogo tra sordi è che la parola «volontà» ha cambiato senso nel corso di questi ultimi due millenni. Un romano volontario è qualcuno che agisce liberamente, spontaneamente. Un europeo che ai giorni nostri agisse spontaneamente in modo abituale si troverebbe disorientato. «Ho riso perché... Ho pianto perché...»: sarebbe obbligato a giustificare ogni sua azione.
Le spiegazioni che vengono fornite per giustificarsi sono davvero esatte? Non è forse il caso di chiedersi se non tradiscono piuttosto la preoccupazione di proteggersi da eventuali critiche, richiamandosi a un sistema di riferimento?
L'europeo è un infaticabile inventore di sistemi. Ma nessun sistema è perfetto. Esistono crepe, debolezze e fragilità. Per questo si cercano sistemi sempre nuovi.
Dato il contesto, è difficile parlare di spontaneità se non sì prendono sufficienti precauzioni per evitare malintesi.

Se spontaneità significasse distruzione di ogni sistema la coasa sarebbe fin troppo semplive ma anche disastrosa. Non è quello che io auspico. Sarebbe una supposizione davvero gratuita pensare che si possa annientare in un sol colpo l'intera esperienza accumulata dall'umanità in migliaia di anni. Si possono al limite rompere degli oggetti, distruggere dei monumenti, sabotare il meccanismo sociale o massacrare la gente. Ma tutto ciò non serve a niente. Prima o poi i sistemi vengono restaurati.
Oppure si cerca l'evasione: la droga, la spiritualità o il ritiro sulle montagne.
Ho già detto che Robinson Crusoe, nella sua vita solitaria, continuava a contare i giorni della settimana. Fu così che, trovato un uomo, lo battezzò Venerdì. Il fatto di contare significa già di per sé appartenere a un sistema.
I sistemi esistono virtualmente in noi. Non è la negazione dell'ambiente esterno che risolve il problema.
C'è un precetto zen che dice:
«I piccoli eremiti si rifugiano sulle montagne e nelle foreste. I grandi eremiti si rifugiano nei quartieri popolati».

Ho sentito gente di città che invidia i contadini che vivono in campagna e che respirano l'aria pura. Ho sentito anche contadini esasperati che dicono: «Loro però non hanno tutte le seccature che abbiamo noi».
Il benessere degli uni è fonte di malessere per gli altri. Per quanto mi riguarda non mi occupo di problemi di ambiente. Mi occupo soltanto di quanto succede dentro di noi. Se le persone vogliono diventare piccoli eremiti ciò riguarda loro. In ogni caso, non sono io che li incoraggio a farlo, perché rimane inalterato il problema di fondo.
Benché l'educazione abbia introdotto l'idea che si possano sottoporre tutti i nostri atti a un controllo cosciente e volontario, questa non è di fatto che una pura illusione. Niente avviene nella vita senza la spontaneità. Anche in condizioni di assoluta costrizione la spontaneità fa il suo lavoro: il cuore batte, il sangue circola, i polmoni respirano. Non ci si può fare niente. Sotto la minaccia di una pistola, si alzano le mani. Si tratta di un gesto provocato e non spontaneo. Ma una volta che la mente abbia accettato di fare questo gesto, il movimento si fa in modo di per sé spontaneo. Non conosciamo il meccanismo mediante il quale un'idea si trasforma in movimento. I fisiologi spiegano questo processo con grande sottigliezza; riescono in parte a riprodurlo con mezzi fisico-chimici o elettrici. Ma non interamente. Generalmente, più essi intervengono più diminuisce la spontaneità del corpo, facendo posto alla pigrizia viscerale. La chirurgia, invece, può contare solo sulla spontaneità per la riuscita dell'operazione. Nessun intervento sarebbe possibile se la ferita non si cicatrizzasse da sola, se i visceri non riprendessero la loro posizione, se la sutura non si rimarginasse naturalmente. Il chirurgo lavora in funzione del credito che accorda a questo misterioso lavoro della natura di cui non conosce ancora il segreto. Il giorno in cui lo conoscerà non avrà forse più bisogno del bisturi.
[...]
Uno sbadiglio può esser provocato dal bisogno del corpo o dall'affaticamento del cervello (fisico). Può anche esser provocato per contagio, guardando sbadigliare un altro (psichico). Oppure può essere provocato dall'addestramento, come nel caso del cane di Pavlov (riflesso condizionato). Esistono dunque differenze di varia natura in movimenti che all'apparenza sono simili.
[...]
La parola «spontaneità» comporta un certo pericolo per le persone che capiscono un po' troppo velocemente, perché possono dirsi: tutto è permesso. Si può fare qualunque cosa. Di fatto la interpretano così le persone complessate. Se tutto fosse permesso, si potrebbe schiaffeggiare o prendere a pugni il proprio partner. La parola «spontaneità» non può servire come giustificazione, e nemmeno le parole «naturale», «intuizione» ecc. L'officiante deve essere capace di prevedere una tale eventualità. Ma casi come questi non si verificano spesso.
Se malgrado tutti questi rischi e ambiguità devo insistere sulla spontaneità, è perché solo il movimento spontaneo può agire e contribuire alla normalizzazione del terreno.
Per quanto bello sia il nome che si dà a un movimento - ginnastica di bellezza o di ringiovanimento, arti marziali, sport - esso ha valore solo nella misura in cui avviene spontaneamente, ovvero con la partecipazione dell'essere intero e non come l'esecuzione di un imperativo.
Già Alexis Carrel aveva denunciato il pericolo dello sforzo muscolare condizionato artificialmente.
«Lo sforzo muscolare è praticato solo dagli atleti, e in una forma standardizzata e sottoposta a regole arbitrarie. Noi dobbiamo chiederci se questi esercizi artificiali sostituiscano in modo completo gli esercizi naturali delle antiche condizioni di vita'».
Io stesso constato continuamente i danni provocati da esercizi di diverso genere che causano l'ipertrofia muscolare senza armonia con il resto del corpo. Ma cito ancora Alexis Carrel:
«Se i muscoli rimangono attivi quando cuore e vasi sono già logorati, essi diventano un pericolo per l'individuo. Organi anormalmente vigorosi in un corpo vecchio sono quasi altrettanto nocivi di organi prematuramente senili in un corpo giovane'».
L'ardore della giovinezza ci fa facilmente confondere la spontaneità con l'entusiasmo sconsiderato. Ma presto o tardi la natura si vendica. È paradossale constatare che maggiori sono i progressi della medicina, più numerose sono le malattie, e che ci sono sempre più corpi devastati dagli sport.
Se un movimento è spontaneo, deve sbarazzarsi poco alla volta degli elementi inutili alla vita e diventare talmente semplice da coincidere con il movimento della vita di tutti i giorni. In questo senso il movimento rigeneratore è una sorta di depurazione, e non l'acquisizione di una nuova abitudine.
Il concetto di lavoro è definito, nella meccanica classica, come il prodotto di una forza misurata dallo spostamento del suo punto di applicazione. La massa, l'accelerazione e la distanza dello spostamento effettuato, questi sono i fattori che costituiscono questo prodotto. Dalla fine del XIX secolo, con il progresso della termodinamica, si è cominciato a parlare di energia come capacità di un sistema a produrre lavoro. Nel XX secolo si è trovata una sublime equazione per l'energia, che corrisponderebbe al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce.
Tutti questi concetti - lavoro, sistema, energia - sono concetti fisici la cui applicazione non ha tardato a estendersi in altri campi. Si parla di uomini «energici».
L'essere umano, considerato come un sistema organico, viene equiparato a un sistema energetico dotato di intelligenza. Deve dunque spendere intelligentemente la propria energia.
Tuttavia un simile essere umano non si incontra mai in natura. Si tratta di un'entità giuridica, economica e politica che, proprio come la nozione di eguaglianza, non ha contenuto concreto. Quelli che si vedono nella realtà sono solo individui.
Cosa fanno questi individui? Spesso non fanno quello che pensano o fanno proprio il contrario di quello che pensano.
Protestano, si lagnano, cercano di distruggere gli altri o se stessi. Sono troppo complessi per essere ricondotti a una semplice equazione matematica.
Il lavoro umano è essenzialmente diverso dal lavoro meccanico, poiché dipende ampiamente da un fattore secondario. La fatica, sensazione che si prova dopo aver speso dell'energia, è completamente condizionata dal fatto che si tratti di un lavoro obbligatorio o di un lavoro spontaneo.
Per esempio, il trasporto di un bagaglio dello stesso peso e per uno stesso percorso può esser sentito in modo diverso a seconda dell'etichetta che si vuole attribuirgli: lavoro obbligatorio, punizione, esercizio fisico, passeggiata, escursione ecc. Per questo esistono persone estenuate da una giornata di lavoro che passano la notte a giocare a ma-jong, un gioco importato dalla Cina: il rumore delle pedine che vengono mescolate sul tavolo è sufficientemente forte perché i vicini sappiano che il gioco non ha subìto interruzioni fino all'alba.
Un esperto in medicina del lavoro è venuto a osservare il movimento. Dopo la seduta si è intrattenuto con una praticante. Era molto stupito di vederla seduta tranquillamente al suo fianco nell'atto di rispondere alle sue domande senza essere affannata, poiché, per quanto gli era sembrato, il movimento che lei aveva eseguito richiedeva un tale consumo di energia fisica che gli risultava difficile immaginare che potesse ora stare così.
Non voglio confondere la spontaneità con l'immediatezza. La spontaneità può avere una risonanza estremamente profonda a seconda della capacità di un individuo. Iniziata con uno stimolo, all'apparenza insignificante, può richiedere lunghi anni prima di maturare in una forma osservabile. La capacità dell'individuo risiede nel fatto di poter conservare questa risonanza tanto quanto è necessario.
Konosuke Matsushita è uno degli uomini più ricchi del Giappone. È alla testa di molte decine di aziende associate sotto il suo nome. Nato in una famiglia povera, esordì come manovale presso un commerciante di biciclette. Fin d'allora mostrò una grande inventiva, soprattutto per quanto riguardava le apparecchiature elettriche. Ma se si tratta soltanto di avere dell'inventiva, il mondo è pieno di persone che ne hanno.
Un piccolo incidente nel corso della sua giovinezza fu decisivo per il suo orientamento futuro. Un giorno d'estate passava per strada accanto a una schiera di povere abitazioni. All'entrata di un vicolo vide un passante che si chinava su un rubinetto comune a tutte le case del vicolo per dissetarsi. Una scena assolutamente banale, a cui si poteva assistere di frequente a quei tempi. Ma per il giovane Matsushita essa costituì uno stimolo folgorante.
Egli si disse: «Questo rubinetto comune serve agli abitanti del vicolo che non sono abbastanza ricchi per possedere una canalizzazione privata che porti l'acqua fino in casa. Pagano collettivamente il consumo d'acqua. Dunque non è gratuita. Un passante ne beve senza chiedere il permesso e nessuno grida al ladro. Perché? È perché l'acqua è talmente a buon mercato che non ci si presta nemmeno attenzione. Inonderò il Giappone con i miei apparecchi elettrici».
La risonanza prodotta dallo stimolo lo spingeva senza sosta in avanti: senza di essa egli sarebbe rimasto soltanto un uomo più o meno intelligente o creativo. Comunque, malgrado l'idea del prezzo basso, egli non ha mai abbandonato il principio che un onesto uomo d'affari deve sempre salvaguardare un comodo margine di profitto.
Lo stimolo è importante, ma il terreno lo è ancora di più. Uno stimolo, a seconda dell'affettività, può provocare risonanze molto diverse. Se Matsushita avesse visto, come Lawrence, uccidere un arabo per aver bevuto un sorso d'acqua da un pozzo che non gli apparteneva, la sua reazione sarebbe stata diversa. Prima della guerra c'erano numerose piccole fontane Wallace a Parigi, ma ciò non bastava per produrre dei miliardari.
In compenso conosco un miliardario suo malgrado, scontento come pochi. E giovane, bello, intelligente. Non gli manca niente. Può avere tutto dall'oggi al domani. Ma è proprio questa facilità che lo esaspera. Non sa come raggiungere una vera soddisfazione.
Ciò che è spontaneo è qualcosa che si sente. È il ki. È l'invisibile, l'imponderabile che cerca di prendere una forma tangibile. Se la forma è soddisfacente, la spontaneità si spegne.
Quando prende forma, il ki muore, ecco il punto comune che ho trovato nei Maestri Ueshiba e Noguchi. Intendo il ki come impulso.
Si ha fame. Si mangia. Ci si sazia. Non si vuol più sentir parlare di cibo.
Ma il valore dell'uomo sta nella possibilità di trovare il ki che non è mai soddisfatto. Il Maestro Ueshiba mi ha parlato di come sarebbe stato il suo aikidó quando avesse avuto centocinquant'anni. E morto a metà strada.
Un commerciante di quadri è andato da Picasso per mostrargli un disegno. Picasso ha detto: «E' un falso». Gliene ha portato un altro: «E' un falso». «Ma Maestro» ha detto il commerciante «lo ha fatto lei». «Dipingo dei falsi» ha risposto Picasso. Forse anche lui è morto a metà strada.
Diverse persone hanno messo in dubbio che sia io l'autore dei mio libro. La nostra segretaria si è difesa mostrando loro il manoscritto. Sono stupefatto. Scrivo dei falsi... di già.
Il Seitai è una tecnica che serve a provocare la spontaneità. Ciò è impossibile, si dice. Se qualcosa viene provocato non è spontaneo. Invece sì, dico io. Tutti lo fanno più o meno senza saperlo. Napoleone l'ha utilizzato molte volte.
Ecco un piccolo brano che ho tratto dal Reader's Digest (nov. 1973): «La giovane madre aveva fretta di mostrare ai genitori il bambino che aveva appena avuto e di cui era molto fiera, ma loro abitavano a diverse centinaia di chilometri e dicevano che le loro occupazioni non consentivano loro di spostarsi. Dopo qualche mese la giovane donna ebbe un'idea: fotografò il bambino di schiena e inviò la foto ai genitori. Il weekend successivo eccoli arrivare a casa sua».