Il futuro dell'occidente
di Umberto Galimberti.
Da La Repubblica, 20 dicembre 2005
Umberto Galimberti "smonta" in tre mosse la tesi di Rèmi Brague, professore di Filosofia medioevale alla Sorbona di Parigi, autore del bel libro II futuro dell'Occidente (Bompiani, pagg. 226, euro 7,50) dove si segnala la «salvezza dell'Europa» nel recupero del modello romano, con riferimento non tanto alla Roma pagana, quanto a quella cristiana, anzi cattolica, che ha saputo fondere grecita ed ebraismo, le due grandi matrici culturali dell'Occidente, senza trascurare gli influssi arabi e bizantini.
Abstract
- La tesi del libro è suggestiva perché la romanità cristiana aveva trovato la sua identità nell'accoglienza di tutte le alterità che la storia, di tempo in tempo, portava. Ma oggi la storia ha cambiato radicalmente passo, perché non è più la «storia della salvezza», ma solo «tempo dello sviluppo» e per giunta "afinalizzato", perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non redime, non svela la verità
Che l'Europa fosse cristiana era cosa nota ai limiti dell'ovvio, fino a
quando la mancata introduzione di questa ovvietà nella Costituzione
europea ha trasformato un dato di fatto in una rivendicazione. E questo proprio
quando l'Islam stava riconsegnando un'identità e un'appartenenza a
molti popoli dell'Africa, del Medio Oriente e dell'Estremo Oriente, creando
quel conflitto tra i «signori dell'Assoluto» (come scrivono Antonio
Gnoli e Franco Volpi nella loro ottima introduzione all'edizione italiana
del libro) che ha preso il posto di tramontate ideologie.
Su questo conflitto interviene Rèmi Brague, professore di Filosofia
medioevale alla Sorbona di Parigi, con un bel libro II futuro dell'Occidente
(Bompiani, pagg. 226, euro 7,50) dove si segnala la «salvezza dell'Europa»
nel recupero del modello romano, con riferimento non tanto alla Roma pagana,
quanto a quella cristiana, anzi cattolica, che ha saputo fondere grecita ed
ebraismo, le due grandi matrici culturali dell'Occidente, senza trascurare
gli influssi arabi e bizantini.
In questo modo la romanità cristiana è stata in grado di costruire
un'identità europea attraverso ciò che è altro o straniero,
reperendo la propria specificità non nella difesa arroccata di un contenuto
proprio, ma nell'apertura all'altro. Se questo fosse vero, oggi che l'Europa
si vede progressivamente abitata da genti altre, sarebbe proprio il caso che
il nostro continente riflettesse su questa sua specificità e recuperasse
questo atteggiamento di apertura all'altro che, a parere di Brague, ha le
sue radici nella Roma cristiana.
Ma perché la Roma cristiana? Per due ragioni, dice Brague: la prima
perché solo il cristianesimo, a differenza dell'Islam ad esempio, ha
saputo distinguere il potere temporale da quello spirituale a partire dal
principio evangelico: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a
Dio quel che è di Dio», la seconda perche il cristianesimo è
l'unica religione al mondo che crede nell 'incarnazione di Dio, il Dio che
sì fa uomo ed entra nella storia senza rifiutare la contaminazione,
e quindi aprendosi a tutto quanto accade nella città terrena.
L'ipotesi è seducente, l'argomentazione a sostegno è stringata
e coerente, le obiezioni però sono inevitabili.
La prima è che per qualsiasi religione monoteista è impossibile
una vera apertura all'altro che non sia di pura cortesia. Perché se
io sono persuaso di possedere la verità assoluta, anche se porgo l'altra
guancia, anche se promuovo il dialogo con le altre religioni e persino con
l'ateismo, anche se cerco punti di convergenza e mi dispongo all'ascolto,
mi limito a dare segnali di buona educazione, ma non di tolleranza, perché
la vera tolleranza non consiste nell'ascoltare o nell'accogliere chi pensa
e crede diversamente da me, ma nell'ipotizzare, almeno in linea di principio,
che chi pensa o crede diversamente da me possa avere un gradiente di verità
superiore al mio. Cosa questa che per un credente è semplicemente impossibile,
se non al prezzo di inserire il dubbio nella propria fede. Si vedano a questo
proposito le pagine illuminanti di Karl Jaspers ne La fede filosofica, edito
di recente da Raffaello Cortina.
La seconda obiezione riguarda la separazione tra potere spirituale e potere
temporale che solo il cristianesimo, in linea di principio, ha formulato,
distinguendosi in questo da tutte le altre religioni. Vero. Ma non dimentichiamo
che i due poteri, opportunamente distinti, non sono per il cristianesimo sullo
stesso piano, perché la «città terrena», come vuole
l'immagine dì Agostino, resta comunque subordinata alla «città
celeste».
Questa gerarchia, sottesa alla distinzione dei poteri, si fonda sul fatto
che per il cristianesimo la destinazione dell'individuo è ultraterrena,
la sua esistenza, pur svolgendosi nel mondo, dovrà essere separata
dal mondo, e il senso della sua vita privatizzato o spiritualizzato. Si consuma
così la separazione tra individuo e società. All'individuo il
compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, alla società
e a chi la governa il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a
questa realizzazione.
Morale e politica, unificate nel pensiero greco, divaricano nel pensiero cristiano,
perché la destinazione dell'individuo non ha più parentela con
la destinazione della società. Questa è la ragione per cui Jean-Jacques
Rousseau scrive che: «II cristiano è un cattivo cittadino. Se
nella società fa il suo dovere, ciò è un dato di fatto,
non di principio, perché per il cristiano essenziale è il paradiso.
Separazione dei poteri, dunque. Certo. Ma con la subordinazione della politica
alla morale religiosa, come confermano i frequenti moniti della gerarchia
ecclesiastica (la «Roma cattolica») proprio di questi tempi.
La terza obiezione riguarda l'argomento di Brague secondo cui, come religione
dell'incarnazione, il cristianesimo, a differenza delle altre religioni monoteiste
che si alimentano dell'assoluta trascendenza di Dio, crede in un Dìo
che sì fa uomo e, contaminandosi con la storia, si apre a tutto ciò
che nella storia accade. E in effetti la storia è
evento cristiano, ignoto alla cultura greca che conosceva solo il tempo ciclico
[primavera, estate, autunno, inverno) e la sua eterna ripetizione. Conferendo
al tempo un «senso», il senso della redenzione e della salvezza,
il cristianesimo traduce il «tempo» in «storia», per
cui alla fine si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato.
Una storia sacra che però non tarda a diventare profana, perché
se Dio si fa uomo e l'uomo è immagine di Dio, allora come Dio ha creato
il mondo, così l'uomo, prima per comando di Dio e poi senza Dìo,
crea il suo mondo, cioè il saeculum, la sua storia. E'allora evidente
che è proprio l'incarnazione, il farsi uomo da parte di Dio che il
cristianesimo annuncia, a preparare il «regno dell'uomo» che Bacone
prefigura inaugurando la scienza moderna, grazie alla quale, l'uomo può
ottenere da sé quel che un tempo implorava da Dio.
In questo senso dico che fu proprio l'annuncio cristiano dell'incarnazione
a preparare la «morte di Dio», che ovviamente non ha lasciato
solo orfani ma anche eredi. Tali sono la scienza, la rivoluzione, l'utopia,
dove la triade religiosa: colpa, redenzione, salvezza, trova la sua riformulazione
in quell'omologa prospettiva dove il passato appare come male, il presente
come riscatto, il futuro come progresso. Al pari del cristianesimo, infatti,
anche la rivoluzione prevede un rovesciamento del dominio del male in quello
del bene, anche l'utopia guarda al futuro dove i mali si eliminano gradatamente
con il controllo razionale degli effetti, anche la scienza si alimenta della
visione cristiana del tempo, dove la ricerca, sconfìggendo l'ignoranza
del passato, aprirà un futuro di speranza e di progresso. Ma senza
Dio o come se Dio non fosse.
L'incarnazione ha svuotato il concetto di Dio e al tempo stesso ha divinizzato l'uomo. Il risultato di questo duplice processo è l'attuale clima spirituale dell'Europa che,con le parole di Salvatore Natoli, possiamo definire «un paganesimo senza tragedia e un bisogno di salvezza senza fede» (I nuovi pagani, il Saggiatore, 1995). Siamo pagani senza tragedia perché la coscienza europea è stata attraversata dal sogno cristiano di un mondo senza dolore. E anche se lo crede inverosimile vuole che ci sia, ma, essendo senza fede, non lo affida più a Dio, bensì alla tecnica. Dal canto suo la tecnica appare da un lato come l'unica dimensione in cui l'uomo può pensare la propria salvezza, dall'altro, non essendoci più quel garante assoluto che un tempo si chiamava Dio, la tecnica può anche essere la possibilità del supremo orrore, perché oggi rientra nelle sue capacità anche quella di distruggere la terra.
La creazione e la distruzione del mondo, un tempo nelle mani di Dio, oggi sono nelle possibilità della tecnica, il vero Assoluto, rispetto al quale gli assoluti religiosi sembrano appartenere a una storia passata, intorno a cui ancora ci si attarda. In molti, tra cui a mio parere anche Rémì Brague che vede il futuro dell'Occidente e la salvezza dell'Europa nel recupero del modello romano della cristianità.
La tesi del libro è suggestiva perché la romanità
cristiana aveva trovato la sua identità nell'accoglienza di tutte le
alterità che la storia, di tempo in tempo, portava. Ma oggi la storia
ha cambiato radicalmente passo, perché non è più la «storia
della salvezza», ma solo «tempo dello sviluppo» e per giunta
"afinalizzato", perché la tecnica non tende a uno scopo,
non promuove un senso, non redime, non svela la verità. La tecnica
semplicemente «funziona», E siccome il suo funzionamento diventa
planetario, «il futuro dell'Occidente» e «la salvezza dell'Europa»
non potranno essere pensati nel recupero di modelli storici del passato, ma
da un profondo ripensamento di che cosa significa vivere nell'età della
tecnica.
E' questa un'età dove la politica sembra non essere pìù
il luogo della decisione, perché per decidere è costretta a
guardare all'economia e questa a sua volta alle risorse tecnologiche disponibili;
dove la morale è sempre in affanno dì fronte a scenari imprevisti
che la tecnica con le sue scoperte dìschiude, costringendo l'etica
a implorare la tecnica che può di
non fare ciò che può; dove la religione, nell'irreperibilità
di un senso, diventa rifugio di private speranze, debolmente sorrette da una
fede ormai incrinata che neppure sa dove davvero riporle. La tecnica infatti
ha corroso anche il trono di Dio, mentre quell'ospite inquietante che Nietzsche
aveva chiamato «nichilismo» sembra la vera anima dell'Occidente,
questa «terra della sera» dove il cristianesimo, sotto il profilo
della malinconia, ancora proietta l'ombra della sua promessa salvifica sugli
abitanti di una terra delusa, e perciò in ogni suo aspetto disorientata
e pagana.