L'orrore "comune'' di una guerra civile

di BERNARDO VALLl
da “la Repubblica”, 5 giugno 2006

Abstract

Articolo


OGNI VOLTA che mi capitava di parlare dell'Iraq esitavo a usare l'espressione "guerra civile". E se proprio non potevo evitarla, per attenuarne il significato scrivevo che il Paese era in preda a una guerra civile "non dichiarata". Più che ipocrisia era pudore. Meglio non bollare con una sentenza definitiva una tragedia dall'esito ancora incerto. Ma come chiamare adesso, altrimenti che guerra civile, i massacri quotidiani tra sciiti e sunniti, che in maggio, nella sola Bagdad, hanno fatto più di mille morti? Che cosa è, se non un episodio di guerra civile, quel che è accaduto ieri mattina a Nord Est di Bagdad?
UNA manciata di uomini armati fermano un autobus, fanno scendere i passeggeri, risparmiano quattro sunniti, e fucilano sul bordo della strada ventiquattro persone, quasi tutte sciite. Dodici dei quali erano studenti diretti a una scuola dove avrebbero dovuto passare degli esami.
Il massacro è di chiaro stampo sunnita, come di stampo sciita erano i recenti attacchi, sempre nella provincia di Diyala, alle moschee sunnite. E si tratta unicamente degli ultimi eventi. I massacri avvengono con quotidiana puntualità. Non solo con autobombe nel traffico diurno delle città. Ma anche con incursioni notturne nelle case abitate da famiglie appartenenti a comunità rivali. Aggressioni promosse con l'obiettivo di compiere una "pulizia etnica" nel quartiere o nella strada. E qualche ora o giorno dopo se ne trovano le tracce: corpi seviziati, anche di donne e bambini, spesso decapitati. I morti ammazzati, non sempre contabilizzati, sono quotidiani anche nel Sud dell'Iraq, dove non c'è la promiscuità di sciiti e sunniti, che nella regione centrale facilita la guerra civile. Là, nelle province meridionali, gli scontri avvengono tra tribù e clan sciiti, impigliati in rivalità feudali.
All'orrore comune per le atrocità di cui ci arrivano senza sosta notizie e immagini, aggiungo un personale rammarico. Con un Paese di cui hai vissuto tanti momenti della lunga tragedia nazionale, si stabilisce un legame particolare.
Soprattutto se vi conti ancora amici che, appena possono, ti comunicano le loro angosce. E a volte raccontano le tragedie appena vissute. Se a quegli amici dicessi che da noi si fanno pubbliche riunioni per dibattere, in un comune generico consenso (anche da parte di esponenti della sinistra che vi partecipano), su un supposto «Iraq liberato», e ormai avviato sulla strada della democrazia, grazie a un tentativo di patto sociale, etnico e religioso, legittimato dalle elezioni,, quegli amici iracheni, di cui conosco le frustrate maferme convinzioni democratiche, più che stupiti o scandalizzati, si sentirebbero offesi. Beffati. Riassumo la loro possibile morale: «Noi crepiamo e loro celebrano la nostra liberazione». Ho assistito alle elezioni irachene e non sono rimasto insensibile alle immagini delle donne, spesso avvolte nelle cappe nere, in coda davanti alle urne. Né al coraggio degli uomini che le accompagnavano, sfidando le minacce dei terroristi. Oggi è tuttavia evidente che con quei voti gli iracheni, nella loro stragrande maggioranza, hanno voluto esprimere anzitutto la loro appartenenza alla comunità. Gli sciiti hanno votato per gli sciiti. I sunniti per sunniti. I curdi per i curdi. E così via. Il voto è stata «la continuazione politica della guerra civile». Era la (troppo semplice) formula del collega iracheno che mi ha fatto spesso da guida.
Lui non perdeva un'occasione per imprecare contro gli americani. Ad ogni passaggio di un mezzo blindato lanciava un insulto. Quando la sua collera raggiungeva il culmine, abbassava il finestrino e sputava. In occasione di una di quelle sue manifestazioni gli chiesi: «E se domani gli americani se ne andassero, cosa accadrebbe?». La risposta fu immediata: «Ci sarebbe un milione di morti». Il dialogo avveniva a Bagdad. Risale all'autunno scorso, nel giorni precedenti al 15 ottobre, data del referendum sulla nuova Costituzione. All'inizio dell'anno c'erano state le elezioni per l'Assemblea costituente e in dicembre, approvata la Costituzione, si sarebbe votato un'altra volta per il primo Parlamento della neo Repubblica federale.
Il processo fissato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza, e auspicato, voluto, dal presidente degli Stati è dunque nel frattempo stato ultimato, e in Iraq dovrebbe esserci la democrazia.
Invece c'è la guerra civile. Quel che il giornalista iracheno paventava è avvenuto anche con la presenza di centocin-quantamila soldati della Forza multinazionale. Non c'è il "milione di morti" pronosticato, ma la violenza cresce e il processo politico, alimentato, legittimato dalle elezioni, non ha condotto a nessun valido patto di convivenza tra le comunità. I governativi sono sciiti e curdi. L'opposizione armata (compresa la sua componente terroristica guidata dall'orribile al -Zarkawi) è apertamente sunnita.
Nella Zona Verde, l'area bunkerizzata di Bagdad, la società politica eletta al suffragio universale recita i suoi riti. Ma quando arriva ai problemi concreti, quando deve formare un governo, ci mette cinque mesi, e non riesce ad aggiudicare i ministeri chiave della Difesa, degli Interni, e della Sicurezza Nazionale, perché gli sciiti non vogliono vedere l'esercito e la polizia (infiltrata da clan e tribù sciite) sotto il controllo di un ministro sunnita; e i sunniti ricambiando non si fidano degli sciiti. I massacri quotidiani, gli attentati, i rapimenti fuori dalla Zona Verde sono la realtà. All'interno della Zona Verde si svolge una rappresentazione secondo un copióne che sembra scritto altrove.
Seguendo la rappresentazione, da lontano, dalle capitali occidentali, si può anche avere l'impressione che la democrazia sia stata, almeno in parte, realizzata.
Non ho dubbi. Il collega iracheno continua a imprecare contro gli americani, o addirittura a sputare al loro passaggio. Ma continua a temere che se ne vadano troppo presto.
Con me ripeteva: «Non ne ho mai visto uno bere un bicchiere d'acqua o una coca cola con un iracheno, in una strada di Bagdad. Ci disprezzano». Replicavo: «Non mi meraviglia. Se non stanno con la carabina puntata o rinchiusi in un autoblindo, gli sparate addosso». E aggiungevo: «Neanch'io posso girare da solo per le strade di Bagdad, senza correre il rischio di essere rapito e magari ucciso, decapitato». Era un dialogo sconclusionato. Confuso come la situazione. Lui finiva col dire: «Vedi, nonostante ci siano centocinquantamila soldati occidentali, l'Iraq è forse il solo Paese al mondo in cui un occidentale non può camminare per strada. Bel risultato!». Era ed è la verità.
Nel frattempo, dalla mia ultima visita a Bagdad, tutto è peggiorato. Alla vergogna di Abu Ghraib, il carcere dove furono scattate le famose fotografìe dei seviziatori americani con i prigionieri iracheni, si sono aggiunte tante altre denunce sul comportamento dei marines. La più recente, fatta dalla rivista Time, riguarda il massacro dei ventiquattro civili, tra cui donne e bambini, nel novembre scorso, nella città di Haditha. Un eccidio avvenuto per rabbia, per rappresaglia. A compierlo è stata un'unità di marines che aveva appena perduto un compagno in un attentato terroristico. Nuri Kamal al Maliki, il primo ministro, ha protestato con gli americani. Ha detto che episodi del genere accadono troppo spesso. Il mio collega giornalista avrà imprecato o sputato ancora di più. È intrappolato in un discorso che non ha una conclusione. Luì è un democratico, ha studiato a Londra e sogna la democrazia britannica. Ma la democrazia non c'entra, non c'entra più, con il suo dilemma. Pensa: se gli americani se ne vanno la guerra civile dilaga e i morti aumentano. M a se restano la guerra civile continua, e i morti non diminuiscono, anzi crescono, anche se a un ritmo contenuto. E allora? L'interrogativo lo tormenta a tal punto, che l'ultima volta mi ha detto: «Non ricordo neppure più come tutto è cominciato».