Il modo piatto comincia a far paura agli americani.

da La Repubblica - Affari e Finanza 21 Marzo 2005.

di Arturo Zampaglione

La concorrenza con i paesi emergenti si preannuncia spietata.


Entro il 15 aprile - la giornata delle tasse Bill Gates, George W. Bush e milioni di americani dovranno presentare la denuncia annuale dei redditi. Sono dunque ore frenetiche, con scariche di malumore e disperati appuntamenti notturni negli studi dei commercialisti. Sono in pochi, però, a rendersi conto di una rivoluzione silenziosa nel mondo del fìsco: sempre più spesso la preparazione dei moduli per l' 'Irs (Internai Revenue Service, l'agenzia del fisco) viene subappaltata a società indiane. Nel 2003 gli «esperti» di Bangalore compilarono 25mila denunce di altrettanti contribuenti americani. Nel 2004 le denunce furono lOOmila, quest'anno la cifra dovrebbe superare 400mila. Il dato sull'insolita ed esplosiva delocalizzazione fiscale è rivelato da Thomas Friedman in un libro appena pubblicato, e già ai vertici delle hit parade, dal titolo «The world is fiat» (II mondo è piatto).
Editorialista di politica estera del New York Times, autore di altri due libri di successo, Friedman spiega come la globalizzazione abbia preso una piega imprevista e lanciato una sfida ai vecchi paesi industrializzati. Nel giro di pochi anni sono scomparsi i «muri» politici, tecnologici e culturali che proteggevano e favorivano gli angoli più ricchi del pianeta, a cominciare dall'Europa occidentale e dal Nord America. In compenso l'India e la Cìnà, con le loro emergenti classi medie, sono state proiettate sulla ribalta intemazionale grazie ai computer e all'Internet. «Il terreno di gioco è stato livellato», annuncia Friedman. «Il lavoro intellettuale e il capitale intellettuale possono essere forniti da ogni luogo del pianeta».
Dieci anni fa aveva più possibilità di successo professionale un modesto scolaro di Brooklyn piuttosto che un piccolo genio di una scuola dì Pechino. Adesso il genio non ha più bisogno di emigrare, mentre l'asino di Brooklyn rischia di rimanere senza lavoro. Adesso 3 miliardi di indiani, cinesi, russi vanno alla conquista del capitalismo informatico.
«Quando ero piccolo», racconta Friedman, «mio padre mi diceva di finire la minestra perchè in India e in Cina c'erano dei bambini affamati. Adesso sono io a dire alle mie figlie di finire i compiti perché in india e in Cina sono affamati dei loro posti di lavoro». Il libro sta avendo molto successo. Nelle librerie vicino a Times Square va letteralmente a ruba. Ed è un bene, non solo perché le tesi di Friedman sono intelligenti e offrono una convincente chiave di lettura delle dinamiche internazionali, ma soprattutto perché l'autore non si stanca di evidenziare i rischi del sommovimento e le cure necessarie per evitarli. Gli americani - dice - stanno diventando troppo pigri, ignoranti, distratti, per affrontare seriamente una concorrenza che si annuncia spietata. Per non soccombere, gli Stati Uniti devono invece potenziare le scuole, puntare sulla scienza (non solo sui miliardi facili di Wall Street), credere in un progetto unificante e innovativo, come quello dell'indipendenza energetica.
Friedman si rivolge all'America, ma mi sembra chiaro che le sue analisi e le sue ricette valgono anche per l'Italia.