Se il denaro perde valore

La Repubblica, Dic 2005

di ILVO DIAMANTI

Il denaro riflette(va) capacità personale. Forniva un metro: della fatica, del lavoro, del rischio. E della qualità, dell'usura fisica, del prestigio. Nella professione, nell'impresa. Nella vita. E' difficile, oggi, crederci ancora. Per tanti motivi


PUÒ APPARIRE paradossale, nel giorno in cui viene nominato il nuovo governatore della Banca d'Italia. Celebrare la fine della "civiltà del denaro". Generata e propagata dai centri che ne coltivano il valore. Le banche, appunto. Eppure non si tratta di una provocazione. Perché, oggi, è diffìcile dare al denaro un senso. Certo e condiviso. Come Georg Simmel, un secolo fa. Quando ne fece il simbolo e il motore della modernità. Perché il denaro dava un "prezzo", quindi un valore, a tutto. Ma proprio tutto. E rende(va) tutto - le cose, ma anche gli affetti, i sentimenti, la cultura -comparabile. Misurabile.

CON il medesimo metro. Da cui il disincanto, inevitabile, dell'uomo metropolitano. Scettico e razionale. Abituato a proiettare tutto - ma proprio tutto - il suo mondo, interiore oltre che esterno; e le sue relazioni, le sue emozioni: sul mercato. il denaro, tuttavìa, proprio per questo, ha permesso, alle persone, di dare un valore alla propria posizione sociale, di stimare le necessità proprie e della propria famiglia, di progettare il futuro. Di rappresentare le gerarchie e le disuguaglianze. E di "giustificarle". Perché il denaro riflette(va) capacità personale. Forniva un metro: della fatica, del lavoro, del rischio. E della qualità, dell'usura fisica, del prestigio. Nella professione, nell'impresa. Nella vita. E' difficile, oggi, crederci ancora. Per tanti motivi.
Non ultima la difficoltà di "capirne" l'esatto valore, dopo l'introduzione dell'euro. Che ha spinto molti esercenti ad applicare la regola: "uno al prezzo di due". Disorientando i consumatori, oltre a taglieggiarli.
Ma, soprattutto, le vicende degli ultimi anni, degli ultimi mesi, ne hanno eroso, profondamente, la credibilità. Colpendo direttamente alcuni dei suoi principali "fondamenti".

1.Il risparmio, in primo luogo. L'Italia: popolo di lavoratori, piccoli imprenditori. E di risparmiatori. Ha dovuto rinunciare, faticosamente, ai Bot. Che garantivano rendimenti tanto più elevati quanto maggiore era il dissesto dello Stato. La sua necessità di ricorrere al prestito dei cittadini. I Bot.
Accentuavano il senso cinico degli italiani. Ma ne assecondavano e ne alimentavano la tradizionale parsimonia. Facendo del risparmio un investimento nel futuro. Finiti i Bot, i cittadini si sono trovati a navigare nel mare aperto della borsa e dei fondi. Nella new economy. Affidandosi, per questo, alla guida delle banche e dei loro funzionari. Divenuti, nel frattempo, consulenti e venditori di prodotti finanziari. A guadagno incerto e a rischio certo. Per i cittadini. I quali hanno appreso, molto presto, a "diffidare".
Delle banche, dei loro funzionari e consulenti.
Perché, al di là dell'esperienza riscontro, pesa, come un macigno, la sequenza di scandali, di cui le banche, negli ultimi anni, si sono rese protagoniste. E "complici". Cirio, Parmalat. Ultima la vicenda della Bpi. E quella, per quanto diversa, dell'Unipol.
Pesa, inoltre, il ruolo giocato dal governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio. Corresponsabile di queste penose vicende. Quantomeno per non aver garantito i necessari controlli.
Per non aver tutelato i risparmiatori. Per aver contribuito a "svalutare il valore" del denaro. Così i cittadini, fiaccati dal costo della vita e dalla perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni, faticano, sempre più, a "risparmiare". Ma, soprattutto, credono sempre meno nel risparmio. La quota di persone che esprimono fiducia nelle banche era del 33% nel 1998.
Oggi (o meglio: un mese fa, prima dell'arresto di Fiorani e delle dimissioni di Fazio) è scesa al 21%. La fiducia nella "borsa" - istituzione gemella, nella percezione dei cittadini - è calata in modo ancor più profondo.
Dal 31%, nel 1998, all'11%, registrato un mese fa (LaPolis: Rapporto su "Gli italiani e lo Stato", novembre 2005).

2. Il denaro come "valore del mercato". "Destabilizzato" dall'intreccio tra la finanza e l'economia, prima. Dalla progressiva sopraffazione della finanza sull'economia, successivamente.
Per cui, più dell'andamento delle imprese, degli indici della produzione e delle vendite, oggi contano le operazioni condotte in borsa. I movimenti di capitale. Le acquisizioni e le cessioni azionarie. Così, un'impresa, attiva dal punto di vista dei conti economici, può andare in crisi, profonda, oppure scomparire, venire assorbita, trasferita altrove. Per causa - e per via - "finanziaria". D'altronde, le imprese - grandi e piccole, multinazionali e locali - hanno relazioni sempre più strette con le banche. Che, spesso, ne divengono le vere proprietarie. Da ciò, la difficoltà, da parte della società, di "capire" la ricchezza. Di "giustificarla". Accettarla.
Laicamente: come abilità di affermare e "vendere" le proprie competenze. Di "stare sul mercato". Cristianamente: come capacità di far fruttare i propri "talenti".

3. Il denaro come misura del merito professionale. Anche perché, negli ultimi anni, si è assistito al declino del prestìgio sociale del lavoro. Inteso come attività operosa. Ma anche come creatività individuale. Gli operai. Invisibili. Inesistenti. Sui media, almeno. Anche quando scioperano da anni, per rinnovare un contratto. Come i metalmeccanici. Categoria dotata di grande identità sociale, negli anni Settanta, Quando, come suggeriva il tìtolo di una nota pellicola di Elio Petri, la classe operaia sembrava destinata ad andare in Paradiso. Gli impiegati, pubblici e privati. Ceto medio in declino.
Ma anche gli artigiani, i piccoli imprenditori. Icone dell'Italia emergente e affluente degli anni Ottanta e Novanta. Celebrati da Gian Antonio Stella, insieme agli "schei". I soldi. Il motore e il "mito", che spinge i veneti a lavorare (lavorare, lavorare, lavorare.). Perché da (dava) evidenza, remunerazìone, riconoscimento ai loro sacrifici.
Oggi riposano nella penembra. E in pochi si azzardano a proporli come mito sociale. Italian dream.
Al centro della scena - al posto dei lavoratori, dipendenti e autonomi - sono subentrate altre figure. Altri attori. Uomini di finanza e di immagine. Spesso identificati. Coincidenti. Imprenditori, uomini di finanza e di affari, al tempo stesso. Impegnati a promuovere la loro immagine. Oltre che i loro affari.
Peraltro, tra le "professioni" che hanno guadagnato di più, in termini reali e di "potere", troviamo, non a caso, consulenti finanziari, fiscalisti, commercialisti. E immobiliaristi. Attività che, per lo più, riproducono il denaro a partire dal denaro.
Sintomi, emblemi, di un'epoca nella quale il denaro si auto - genera. (O si auto-degenera). Da solo.
Così, il denaro suscita nelle persone atteggiamenti contrastanti.
Oggetto di desiderio, come sempre. E anche di più. Per necessità.
Visto che i più faticano a mantenere il livello di vita e di consumi cui si erano abituati. E molti, semplicemente, faticano a vivere. Mentre le ricchezze vengono esibite, comunicate. In quel salotto globale proposto, minuto per minuto, dai media. E se otto italiani su dieci (indagine di Renato Mannheimer per Banca Intesa, settembre 2005) sostengono che "al di là di quel che dicono, tutti vorrebbero diventare più ricchi", solo tre su dieci pensano che coloro che hanno guadagnato molti soldi lo debbano ai propri meriti e alla propria bravura.
Da ciò la fine - o, almeno, la seria crisi - della "civiltà del denaro". Il denaro. Necessità, oggetto di desiderio. Ma non più metro di misura condiviso. Valore legittimo. Linguaggio compreso e comprensibile.
Il professor Mario Draghi, a differenza di coloro che l'hanno preceduto nella carica, si accinge, dunque, a governare una istituzione svalutata. Per esercitare davvero il suo potere, dovrà ricostruire la fiducia nelle banche. Ma, prima ancora, restituire dignità - e significato sociale - al denaro.
Non sarà facile.