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LOS
ANGELES — Aldous Huxley, molto tempo fa, aveva già messo in guardia
contro un futuro in cui l'amore sarebbe stato secondario e la felicità
una semplice questione di beni di consumo e di disponibilità di
soma, una droga progettata per dare piacere. Più di 70 anni dopo,
il dottar Peter C. Whybrow, direttore del Semel Institute of Neuroscience
and Human Behavior alla University of California, a Los Angeles, ha constatato
che il futuro e la società che descrìve non sono poi così
lontani dal nuovo mondo di Huxley, sebbene il soma, a quanto pare, sia
una cosa che è dentro di noi.
Nel suo nuovo libro, American Mania: When More is Not Enough ("Una
mania americana: quando di più non è abbastanza"),
Peter Whybrow sostiene che, nell'epoca della globalizzazione, gli americani
sono spinti dai centri del piacere situati nel cervello a ricercare posizione
sociale e beni materiali a discapito delle sole cose che possono renderci
felici: i rapporti con gli altri.
"Nella nostra ossessiva ricerca di avere sempre di più",
scrive Whybrow, 64 anni, professore di psichiatria e di scienza bio-comportamentale,
"ci facciamo del male".
Il suo libro appartiene ad un nuovo filone critico che paragona la società
ad un malato di mente. "E' una metafora che aiuta a guidarci",
dice. "Penso che abbiamo rifuggito la felicità e siamo sbucati
dalla parte opposta e ora non sappiamo più bene dove ci troviamo.
Credo che la felicità sia da qualche parte, alle nostre spalle.
Questo modo frenetico che abbiamo di cercare ciò che speriamo sìa
la felicità e la perfezione è in realtà una follia,
come lo sono le manie". Whybrow considera gli scandali come quello
della Enrons e della Worldcoms non come un problema morale, ma comportamentale.
"L'esplosione dell' avidità a cui abbiamo assistito, in particolare
nel mondo degli affari, dipende in parte dalle mutevoli possibilità
che abbiamo dato agli uomini d'affari", dice. "Se dico a qualcuno:
puoi diventare incredibilmente ricco mantenendo alto
il prezzo dei titoli di borsa fino a quando scadono le tue azioni, cioè
tra sei mesi, soltanto una persona incredibilmente forte può dire
: il prezzo dei titoli scende? Ho paura di non poterci fare niente. Qui
c'è una offerta di ricchezza che una persona non è in grado
di rifiutare. Non ha bisogno di altro denaro, ma lo vuole".
Anche in altri paesi si avverte questo tipo di pressione, ma negli Stati
Uniti è peggio, dice il dottor Whybrow, perché è
una nazione di immigrati, geneticamente auto-selezionati per favorire
l'individualismo e la novità. Gli americani sono competitivi, inquieti
e attratti dal successo. Ma il paradosso della prosperità è
anche che gli americani sono troppo impegnati per goderne. E la competitività
che fa da spinta all'economia, associata al declino dei vincoli sociali,
ha contribuito a rendere chi è ricco molto più ricco, lasciandosi
indietro la gran parte del Paese, mentre la rete di sicurezza sociale
governativa si fa sempre più debole. Siamo alla ricerca di più
di quello di cui abbiamo bisogno perché il consumo attiva le dopamine
neurotrasmettitrici, che ci premiano con il piacere, viaggiando sugli
stessi percorsi cerebrali seguiti da droghe come la caffeina e la cocaina.
Storicamente, dice Whybrow, i freni sociali automatici ci guidano nel
nostri istinti al possesso. Nell'utopia capitalista immaginata da Adam
Smìth nel XVIII secolo, il tornaconto personale era moderato dalle
altre esigenze del mercato e dalla stessa comunità. Ma con la globalizzazione,
l'idea di fare affari con il proprio vicino, con la stessa persona che
domani ci troveremo di fronte, è un ricordo di altri tempi.
Whybrow cita le statistiche del governo degli Usa che spingono ad un ridimensionamento.
Il 30 per cento della popolazione soffre d'ansia, il doppio della percentuale
di diecianni fa. Anche la depressione è in aumento, specie tra
i nati negli dopo il 1966. Con la crescita dell'epoca dell'informazione,
negli anni 90, quando il mercato globale ha iniziato a restare aperto
24 ore su 24, la mania americana ha raggiunto il suo vertice, asserisce
Whybrow. E oggi che il Paese indietreggia, dovrebbe fermarsi e controllare
i danni prodotti.
"La neurobiologia ci insegna che siamo creature guidate dal sistema
dì gratificazione, il che è positivo", dice. "E'
una parte divertente della vita. Ma accade anche che ci amiamo e che vogliamo
sentirci uniti in un contesto sociale. Perciò, perché non
pensiamo a una società civile che prenda in considerazione entrambi
i piatti della bilancia, anziché incoraggiare l'individualismo?
Perché l'individualismo è una cosa che ci sta bene e che
dura un po' più a lungo, ma credo che abbia un'influenza molto
negativa su questo Paese e che non sìa ciò che si voleva
originariamente".
L'analisi di Whybrow sulla mania che affligge la società contemporanea
è stata giudicata molto penetrante, ma è stata criticata
per non aver saputo indicare un antidoto. "Whybrow offre una visione
molto interessante delle contraddizioni sociali e culturali del capitalismo",
ha scritto Michael Roth, presidente del California College of the Arts
in una recensione apparsa 11 mese scorso sul The San Francìsco
Chronicle, "ma non ci da indicazioni su come ricostruire un sistema
sociale e politico in grado di creare un modo di lavorare che sia più
significativo e una migliore distribuzione della ricchezza e della speranza".
Ma per Whybrow, con la globalizzazione destinata ad accompagnarci anche
in futuro, la soluzione sta nell'individuo: sta ad ognuno di noi pensare
alla propria vita e rallentare il ritmo, in modo di ridimensionare i nostri
appetiti e trovare un miglior equilibrio tra lavoro e famiglia. Whybrow
suggerisce di seguire l'esempio di un uomo che un suo amico vide correre
sulla spiaggia. "L'alta marea aveva spinto tanti pesciolini fin sulla
spiaggia, boccheggiavano senza poter respirare, così questo tizio
li raccoglieva ad uno ad uno e li ributtava in acqua; il mio amico si
è avvcinato e gli ha detto: è un lavoro inutile, non fa
nessuna differenza. Quel tizio ha sollevato un pesciolino, lo ha gettato
in mare, egli ha risposto : per questo pesce, invece, fa una gran differenza".
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