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TOKYO
- Gli americani si preparano per un'altra stagione di acquisti natalizi
con soldi presi in prestito, ma dovrebbero anche ringraziare i fatto che
Masatsugu Asakawa continua ad acquistare in America.
Asakawa, 46 anni, funzionario capo del ministero delle Finanze,
ha la responsabilità di gestire il portafoglio più consistente
del mondo di titoli del debito del governo statunitense, dallo stupefacente
valore di circa 550 miliardi di euro. Con il crollo del dollaro
quest'autunno, in molti investitori è sorta la preoccupazione che
se Asakawa e le sue controparti in Asia cedessero alla tentazione di ridurre
le loro posizioni, innescando così una probabile ulteriore caduta
della valuta, ciò potrebbe indurre a una serie di rialzi del tasso
d'interesse, che condurrebbero l'economia globale verso una recessione.
Asakawa, almeno per ora, afferma di voler continuare a rimpolpare il portafoglio
di Tokyo di titoli americani. "Abbiamo sentito delle voci in questi
ultimi giorni secondo cui i nostri colleghi cinesi, indiani e africani
starebbero sganciandosi un po' dal dollaro", spiega Asakawa. "Noi
non intendiamo ridurre le nostre posizioni in dollari".
Asakawa ammette, tuttavia, di non aver dormito sonni tranquilli ultimamente.
"Sono cose che mi svegliano nella notte, è terribile",
dice giocando con un monitor portatile di plastica azzurra col quale segue
le quotazioni delle valute. Finita la sua giornata lavorativa, il monitor
continua a emettere un segnale ogniqualvolta il dollaro scende sotto il
livello prefissato. "Per fortuna", dice, "mia moglie è
molto comprensiva".
Per anni, le imprese manifatturiere giapponesi, cinesi, sudcoreane e tailandesi
hanno venduto agli americani molto più di quanto gli americani
vendessero a loro. Gli asiatici hanno così accumulato quantità
sostanziose di valuta estera che hanno usato soprattutto per acquistare
obbligazioni del governo Usa.
In questo modo, hanno contribuito a tenere bassi i tassi d'interesse negli
Stati Uniti e il dollaro relativamente forte. Ciò ha permesso agli
americani di ottenere crediti convenienti e acquistare merce a buon mercato
importata dall'Asia. I tassi d'interesse bassi hanno, inoltre, consentito
a Washington di finanziare prontamente
l'enorme deficit di bilancio del governo federale.
Ma con l'incremento dell'indebitamento degli Stati
Uniti verso l'estero a quasi 470 miliardi di euro, un record equivalente
al 5,7 per cento delle complessive attività economiche del paese,
molti all'estero sono diventati riluttanti a continuare ad accumulare
dollari allo stesso ritmo. Ciò ha dato ad Asakawa e ai funzionari
di altre banche centrali asiatiche un certo potere sull'economia Usa.
La riserva totale di valuta estera del Giappone, che ammonta a 630 miliardi
di euro, è ancora la più consistente del mondo, ma la Cina,
che ora possiede circa 460 miliardi di euro, sta raggiungendola velocemente.
Tra
i paesi che stanno accumulando dollari — la Cina in particolare — si comincia
a sentire sommessamente una protesta: Washington dovrebbe fare di più
per proteggere il valore dei suoi investimenti, riducendo il deficit e
rallentando la svalutazione del dollaro.
Come in Giappone e in Cina, anche a Taiwan e nella Corea del Sud, piccoli
gruppi di funzionari dello Stato stanno tentando disperatamente di investire
considerevoli riserve di dollari rispettivamente circa 180 e 150 miliardi
di euro. Per anni, questi Paesi hanno tenuto gran parte delle loro riserve
investite in buoni, certificati e titoli del Tesoro americano, che hanno
finanziato il deficit federale. Insieme, queste
istituzioni asiatiche detengono ali'incirca il 40 per cento del debito
pubblico del governo Usa.
Diversamente dal Giappone, coloro che gestiscono il denaro per conto della
Cina hanno venduto poco delle loro posizioni in titoli del debito del
Tesoro americano, ma non ne hanno neppure acquistati molti. Le riserve
in valuta della Cina sono salite di circa 85 miliardi nel primi tre trimestri
dell'anno, secondo i dati ufficiali cinesi. Ma i titoli del Tesoro Usa
in suo possesso sono cresciuti poco oltre gli 85 miliardi di euro. Anzi,
secondo i banchieri che aiutano Pechino a gestire il denaro, i funzionari
dell'amministrazione statale dell'Ufficio di cambio di Pechino stanno
rincorrendo rendimenti più alti con massicci investimenti in obbligazioni
garantite da mutui per le case in tutti gli Usa. Contribuendo
a non far salire i tassi dei mutui, negli ultimi quattro anni la Cina
ha avuto un ruolo importante, seppure nell'ombra, nel sostenere il boom
del mercato immobiliare statunitense.
La quota detenuta dalla Cina in titoli emessi dal Tesoro Usa è
scesa al 35 per cento circa, in confronto al 90 per cento delle riserve
in valuta estera del Giappone, ancora parcheggiate in titoli del Tesoro
Usa. Il problema per il Giappone
è che la magnitudine del suo impegno è tale da essere in
misura non indifferente vincolato al suo debitore americano.
Ogni tentativo di vendita da parte del Giappone si ripercuoterebbe su
tutto il mercato e ridurrebbe ancora di più il valore del portafoglio
dello stesso Giappone.
Richard Koo, economista del Nornura Research Institute, sostiene che qualunque
tentativo del Giappone di rallentare i suoi acquisti in dollari rappresenterebbe
un boomerang. "Se potessero sganciarsi dal
dollaro in un solo giorno, sono certo che lo farebbero", dice Koo,
"ma se spostano un 10 per cento, si ritrovano con un 90 per cento
del proprio portafoglio ridotto di 20 punti percentuali".
Altri in Giappone non sono affatto contenti della svalutazione del dollaro.
La Toyota, primo esportatore del Giappone, lamenta che per ogni rivalutazione
dello yen i profitti della società scendono di 20 miliardi di yen,
circa 150 milioni di euro.
Il Giappone e la Cina possiedono una parte troppo grande del debito americano
per poter diversificare. Stanno invece sollecitando l'amministrazione
Bush a migliorare l'equilibrio del suo bilancio. "Quello che Cina
e Giappone stanno tentando di dire è : per favore, fate una riforma
fiscale che vi rimetta in carreggiata", conclude Robert Feldman,
economista della Morgan Stanley in Giappone.
Hanno
collaborato a questo articolo James Brooke da Tokyo e Keith Bradsher
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