Il dollaro debole mette alla prova i banchieri d'Asia.

dal New York Times.
di James Brooke e Keith Bradsher.

Masatsugu Asakawa, a lui la responsabilità di una buona parte dell'economia mondiale.


TOKYO - Gli americani si preparano per un'altra stagione di acquisti natalizi con soldi presi in prestito, ma dovrebbero anche ringraziare i fatto che Masatsugu Asakawa continua ad acquistare in America.

Asakawa, 46 anni, funzionario capo del ministero delle Finanze, ha la responsabilità di gestire il portafoglio più consistente del mondo di titoli del debito del governo statunitense, dallo stupefacente valore di circa 550 miliardi di euro. Con il crollo del dollaro quest'autunno, in molti investitori è sorta la preoccupazione che se Asakawa e le sue controparti in Asia cedessero alla tentazione di ridurre le loro posizioni, innescando così una probabile ulteriore caduta della valuta, ciò potrebbe indurre a una serie di rialzi del tasso d'interesse, che condurrebbero l'economia globale verso una recessione.
Asakawa, almeno per ora, afferma di voler continuare a rimpolpare il portafoglio di Tokyo di titoli americani. "Abbiamo sentito delle voci in questi ultimi giorni secondo cui i nostri colleghi cinesi, indiani e africani starebbero sganciandosi un po' dal dollaro", spiega Asakawa. "Noi non intendiamo ridurre le nostre posizioni in dollari".
Asakawa ammette, tuttavia, di non aver dormito sonni tranquilli ultimamente. "Sono cose che mi svegliano nella notte, è terribile", dice giocando con un monitor portatile di plastica azzurra col quale segue le quotazioni delle valute. Finita la sua giornata lavorativa, il monitor continua a emettere un segnale ogniqualvolta il dollaro scende sotto il livello prefissato. "Per fortuna", dice, "mia moglie è molto comprensiva".
Per anni, le imprese manifatturiere giapponesi, cinesi, sudcoreane e tailandesi hanno venduto agli americani molto più di quanto gli americani vendessero a loro. Gli asiatici hanno così accumulato quantità sostanziose di valuta estera che hanno usato soprattutto per acquistare obbligazioni del governo Usa.
In questo modo, hanno contribuito a tenere bassi i tassi d'interesse negli Stati Uniti e il dollaro relativamente forte. Ciò ha permesso agli americani di ottenere crediti convenienti e acquistare merce a buon mercato importata dall'Asia. I tassi d'interesse bassi hanno, inoltre, consentito a Washington di finanziare pron
tamente l'enorme deficit di bilancio del governo federale.
Ma con l'incremento dell'indebitamento degli Stati Uniti verso l'estero a quasi 470 miliardi di euro, un record equivalente al 5,7 per cento delle complessive attività economiche del paese, molti all'estero sono diventati riluttanti a continuare ad accumulare dollari allo stesso ritmo. Ciò ha dato ad Asakawa e ai funzionari di altre banche centrali asiatiche un certo potere sull'economia Usa.
La riserva totale di valuta estera del Giappone, che ammonta a 630 miliardi di euro, è ancora la più consistente del mondo, ma la Cina, che ora possiede circa 460 miliardi di euro, sta raggiungendola velocemente.
Tra i paesi che stanno accumulando dollari — la Cina in particolare — si comincia a sentire sommessamente una protesta: Washington dovrebbe fare di più per proteggere il valore dei suoi investimenti, riducendo il deficit e rallentando la svalutazione del dollaro.
Come in Giappone e in Cina, anche a Taiwan e nella Corea del Sud, piccoli gruppi di funzionari dello Stato stanno tentando disperatamente di investire considerevoli riserve di dollari rispettivamente circa 180 e 150 miliardi di euro. Per anni, questi Paesi hanno tenuto gran parte delle loro riserve investite in buoni, certificati e titoli del Tesoro americano, che hanno finanziato il deficit federale. Insieme, queste istituzioni asiatiche detengono ali'incirca il 40 per cento del debito pubblico del governo Usa.
Diversamente dal Giappone, coloro che gestiscono il denaro per conto della Cina hanno venduto poco delle loro posizioni in titoli del debito del Tesoro americano, ma non ne hanno neppure acquistati molti. Le riserve in valuta della Cina sono salite di circa 85 miliardi nel primi tre trimestri dell'anno, secondo i dati ufficiali cinesi. Ma i titoli del Tesoro Usa in suo possesso sono cresciuti poco oltre gli 85 miliardi di euro. Anzi, secondo i banchieri che aiutano Pechino a gestire il denaro, i funzionari dell'amministrazione statale dell'Ufficio di cambio di Pechino stanno rincorrendo rendimenti più alti con massicci investimenti in obbligazioni garantite da mutui per le case in tutti gli Usa. Contribuendo a non far salire i tassi dei mutui, negli ultimi quattro anni la Cina ha avuto un ruolo importante, seppure nell'ombra, nel sostenere il boom del mercato immobiliare statunitense.

La quota detenuta dalla Cina in titoli emessi dal Tesoro Usa è scesa al 35 per cento circa, in confronto al 90 per cento delle riserve in valuta estera del Giappone, ancora parcheggiate in titoli del Tesoro Usa. Il problema per il Giappone è che la magnitudine del suo impegno è tale da essere in misura non indifferente vincolato al suo debitore americano. Ogni tentativo di vendita da parte del Giappone si ripercuoterebbe su tutto il mercato e ridurrebbe ancora di più il valore del portafoglio dello stesso Giappone.
Richard Koo, economista del Nornura Research Institute, sostiene che qualunque tentativo del Giappone di rallentare i suoi acquisti in dollari rappresenterebbe un boomerang. "Se potessero sganciarsi dal dollaro in un solo giorno, sono certo che lo farebbero", dice Koo, "ma se spostano un 10 per cento, si ritrovano con un 90 per cento del proprio portafoglio ridotto di 20 punti percentuali".
Altri in Giappone non sono affatto contenti della svalutazione del dollaro. La Toyota, primo esportatore del Giappone, lamenta che per ogni rivalutazione dello yen i profitti della società scendono di 20 miliardi di yen, circa 150 milioni di euro.
Il Giappone e la Cina possiedono una parte troppo grande del debito americano per poter diversificare. Stanno invece sollecitando l'amministrazione Bush a migliorare l'equilibrio del suo bilancio. "Quello che Cina e Giappone stanno tentando di dire è : per favore, fate una riforma fiscale che vi rimetta in carreggiata", conclude Robert Feldman, economista della Morgan Stanley in Giappone.

Hanno collaborato a questo articolo James Brooke da Tokyo e Keith Bradsher