|
Per l'esperto dei diritti umani Sandhya Srinivasan la scena
di devastazione che i bulldozer si sono lasciati dietro, quando hanno
finito di distruggere le catapecchie nei bassifondi di Mumbai, assomigliava
allo spettacolo del dopo tsunami. Gli abitanti non hanno ricevuto preavviso,
sono fuggiti alla disperata davanti alla furia delle ruspe, afferrando
quello che potevano salvare dalla distruzione: uno zainetto scolastico,
una pentola per cucinare. Per un paese democratico, dove le minoranze
hanno dei diritti, è una svolta. Per non dover rendere conto alle
vittime il municipio di Bombay ha cancellato lOO.OOO persone dalle liste
elettorali: non avendo più una casa non potranno votare, amen.
Sono scene abituali da vent'anni in Cina, le evacuazioni improvvise di
interi quartieri con la polizia in assetto di guerra, le vecchie case
polverizzate in poco tempo, l'arrivo delle gru e di eserciti di operai,
i cantieri che innalzano a gran velocità le nuove cattedrali dello
sviluppo. L'India agginge un tocco originale:
il consenso esplicito di fasce del ceto medio. La distruzione dei quartieri
poveri di Bombay è stata preceduta da una campagna pubblica, diretta
da illustri scrittori ed artisti, che sui giornali hanno denunciato gli
abitanti dei bassifondi come degli abusivi, parassiti e fuorilegge.
Quando la polizia è arrivata aveva dietro di sé un bel pezzo
della nuova lndia benestante, colta e hi-tech. Anche questa durezza tradisce
le nuove ambizioni globali del paese. Gareggiare con la Cina non è
una passeggiata. Cina e India saranno i "major global players",
i protagonisti globali entro il 2020: questo è il verdetto
della Cia. In un rapporto di 120 pagine intitolato Mapping the Global
Future, l'agenzia di intelligence americana paragona «l'ascesa di
Cina e India all'emergere degli Stati Uniti come potenza mondiale un secolo
fa». Aggiunge che «le due grandi nazioni asiatiche dotate
di armi nucleari trasformeranno il paesaggio geopolitico del pianeta per
effetto della loro crescita economica, del loro rafforzamento militare,
e delle loro immense popolazioni». La rivalità tra Cina e
India è eterna quanto le loro due civiltà le più
antiche nella storia umana, che si sono combattute, amate e influenzate
per millenni. La loro più recente storia repubblicana è
già stata segnata da una guerra in piena regola, nel 1962-63, vinta
dai cinesi che si sono annessi un pezzo della regione dell'Himalaya, e
poi seguita da trent' anni di tensioni militari e politiche, incluso il
dossier scottante del Tibet (è in India che hanno trovato rifugio
il Dalai Lama e i suoi seguaci). Oggi il clima è molto più
disteso, il dialogo diplomatico progredisce da anni. Tuttavìa ognuno
dei due attori percepisce l'altro come un rivale. Pechino fa tutto quel
che può per impedire che New Delhi ottenga un seggio permanente
al Consiglio di sicurezza dell'Onu. E quando l'Esercito di liberazione
popolare cinese è stato impegnato negli aiuti umanitari nelle aree
dello tsunami, New Delhi ha subito mobilitato la sua flotta militare per
indicare "a chi appartiene" l'Oceano Indiano.
Negli ultimi anni la vera rivalità si è spostata però
sul terreno economico. Cina e India sono i due pesi massimi protagonisti
del nuovo miracolo asiatico. Entrambi fanno notizia per i loro sorprendenti
progressi tecnologici. Per lo spettacolare aumento del benessere in larghe
fasce della popolazione. Per l'imbattibile concorrenza che fanno ai paesi
industrializzati su molti mercati. E infine perché sono la mèta
delle famigerate "defocalizzazioni", i trasferimenti di posti
di lavoro dall'Occidente ricco e costoso. Ma ì due giganti non
sono campioni a pari merito. La stessa Cia nel suo scenario vede la possibilità
che gli Stati Uniti siano sorpassati entro pochi decenni dalla Cina, non
dall'India. Partita dalla miseria degli anni della Rivoluzione culturale
maoista, in un quarto di secolo la Cina è cresciuta fino a diventare
la quarta o la seconda economia mondiale (dipende da come si calcola il
Pil). L'India ha affrancato dalla fame 210 milioni di abitanti in vent'anni
ma è rimasta più indietro, la sua economia produce annualmente
un terzo della ricchezza cinese. Questo si riflette nel tenore di vita.
Il reddito pro capite dei cinesi è mille dollari all'anno, quello
degli indiani la metà. La diffusione di segni del benessere come
l'automobile, il telefonino e le vacanze all'estero, vede Shanghai ben
più avanti di Bombay. La Cina l'anno scorso ha attirato un afflusso
record di investimenti stranieri, oltre 60 miliardi di dollari, l'India
ne ha ricevuti a stento un decimo. Gli economisti di New Delhi parlano
con autoironia del "ritmo di crescita indù", alludendo
al fatto che l'aumento medio del loro Pil negli ultimi decenni si aggira
attorno al 5%: un risultato invidiabile eppure inadeguato per tenere il
passo con Pechino dove il Pil cresce del 9% l'anno.
Gli indiani sanno quali sono i loro handicap. «Il peso dell'agricoltura
è ancora eccessivo», spiega il ministro delle Finanze Palaniappan
Chidambaran, per cui basta una cattiva stagione dei monsoni a toglierci
il 2% del Pil». Rispetto alla Cina la modernizzazione delle infrastrutture
autostrade, aeroporti, porti, energia, è rimasta indietro. «Per
ogni abitante cinese il governo di Pechino spende 24 dollari pro capite
nella costruzione di nuove strade; è dodici volte quello che investiamo
noi indiani» spiega il presidente della pianificazione di New Delhi
Montek Ahluwalia. A nome delle multinazionali straniere James Goodnight
dell'India Economìe Summit dice che l'India è penalizzata
«da una burocrazia soffocante e leggi troppo complicate».
Il regime comunista cinese è sorprendentemente più efficace
nel promuovere la deregulation, le privatizzazioni, e un ambiente più
accogliente per gli investitori stranieri. L'India conosce anche i
suoi vantaggi. Grazie all'eredità coloniale ha due "rendite"
naturali: la conoscenza dell'inglese molto diffusa e un sistema giudiziario
di qualità. Inoltre i Politecnici indiani sfornano nove volte più
laureati in ingegneria, matematica e fisica, rispetto alle università
cinesi. Mentre la Cina è irresistibile nello "hardware"
- in tutti i mestieri di produzione industriale - l'india la batte nel
"software", nelle attività di servizio che impegnano
più talentì intellettuali. Come osserva l'esperto Andy Mukherjee,
«Intel ha scelto la Cina per fabbricare semiconduttori, Google ha
scelto l'India per il suo centro di ricerca al di fuori dalla California».
L'eccellenza scientifica degli indiani spazia dalla programmazione informatica
fino alla ricerca farmaceutica e biogenetica.
La differenza maggiore tra la Cina e l'India è un'altra: a New
Delhi ha sede la più grande democrazia pluralista del pianeta,
mentre Pechino è governata da un partito unico che controlla l'informazione
e non ammette alternative al suo monopolio del potere. Finora il capitalismo
globale ha "votato" per il modello cinese, prediletto dalle
multinazionali per quel mix di autoritarismo e mercato che consente di
fare affari senza render conto a sindacati, magistratura, associazioni
dei consumatori, partiti d'opposizione, stampa indipendente.
Il presidente di un'azienda di punta dell'alta tecnologia indiana, Narayana
Murthy della Infosys, descrive con lucidità la differenza: «In
India le riforme economiche sono più lente, la liberalizzazione
procede a un ritmo incerto. Il governo deve dare il giusto peso a un'agenda
sociale e alla giustizia distributiva». Nonostante l'operazione
shock effettuata a Bombay con l'evacuazione violenta del popolo dei bassifondi,
le autorità indiane devono pur sempre rispondere a un'opinione
pubblica, affrontare il verdetto degli elettori. Non a caso l'indice di
diseguaglianza sociale - la distanza assoluta tra i più ricchi
e i più poveri - oggi è più alto nella "comunista"
Cina. La mancanza di democrazia rende il governo di Pechino più
veloce, decisionista, efficiente. Nell'arco di mezzo secolo, però,
includendovi le tragedie del Grande Balzo in avanti e della Rivoluzione
culturale, la rigidità politica della Cina ha rivelato i suoi punti
deboli: senza opposizione il sistema fa fatica a correggere i suoi errori,
l'accumularsi delle tensioni sociali può sfociare in crisi violente.
Nella gara tra i due giganti asiatici è ancora presto per il verdetto
finale.
|