Bombay come Shangai: duello economico tra i giganti asiatici.

da La Rebubblica 07-Feb-2005.

di FEDERIGO RAMPINI

Grattacieli, fabbriche e hi-tech, l' India lancia la sfida alla Cina.


Per l'esperto dei diritti umani Sandhya Srinivasan la scena di devastazione che i bulldozer si sono lasciati dietro, quando hanno finito di distruggere le catapecchie nei bassifondi di Mumbai, assomigliava allo spettacolo del dopo tsunami. Gli abitanti non hanno ricevuto preavviso, sono fuggiti alla disperata davanti alla furia delle ruspe, afferrando quello che potevano salvare dalla distruzione: uno zainetto scolastico, una pentola per cucinare. Per un paese democratico, dove le minoranze hanno dei diritti, è una svolta. Per non dover rendere conto alle vittime il municipio di Bombay ha cancellato lOO.OOO persone dalle liste elettorali: non avendo più una casa non potranno votare, amen.
Sono scene abituali da vent'anni in Cina, le evacuazioni improvvise di interi quartieri con la polizia in assetto di guerra, le vecchie case polverizzate in poco tempo, l'arrivo delle gru e di eserciti di operai, i cantieri che innalzano a gran velocità le nuove cattedrali dello sviluppo. L'India agginge un tocco ori
ginale: il consenso esplicito di fasce del ceto medio. La distruzione dei quartieri poveri di Bombay è stata preceduta da una campagna pubblica, diretta da illustri scrittori ed artisti, che sui giornali hanno denunciato gli abitanti dei bassifondi come degli abusivi, parassiti e fuorilegge. Quando la polizia è arrivata aveva dietro di sé un bel pezzo della nuova lndia benestante, colta e hi-tech. Anche questa durezza tradisce le nuove ambizioni globali del paese. Gareggiare con la Cina non è una passeggiata. Cina e India saranno i "major global players", i protagonisti globali entro il 2020: questo è il verdetto della Cia. In un rapporto di 120 pagine intitolato Mapping the Global Future, l'agenzia di intelligence americana paragona «l'ascesa di Cina e India all'emergere degli Stati Uniti come potenza mondiale un secolo fa». Aggiunge che «le due grandi nazioni asiatiche dotate di armi nucleari trasformeranno il paesaggio geopolitico del pianeta per effetto della loro crescita economica, del loro rafforzamento militare, e delle loro immense popolazioni». La rivalità tra Cina e India è eterna quanto le loro due civiltà le più antiche nella storia umana, che si sono combattute, amate e influenzate per millenni. La loro più recente storia repubblicana è già stata segnata da una guerra in piena regola, nel 1962-63, vinta dai cinesi che si sono annessi un pezzo della regione dell'Himalaya, e poi seguita da trent' anni di tensioni militari e politiche, incluso il dossier scottante del Tibet (è in India che hanno trovato rifugio il Dalai Lama e i suoi seguaci). Oggi il clima è molto più disteso, il dialogo diplomatico progredisce da anni. Tuttavìa ognuno dei due attori percepisce l'altro come un rivale. Pechino fa tutto quel che può per impedire che New Delhi ottenga un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. E quando l'Esercito di liberazione popolare cinese è stato impegnato negli aiuti umanitari nelle aree dello tsunami, New Delhi ha subito mobilitato la sua flotta militare per indicare "a chi appartiene" l'Oceano Indiano.
Negli ultimi anni la vera rivalità si è spostata però sul terreno economico. Cina e India sono i due pesi massimi protagonisti del nuovo miracolo asiatico. Entrambi fanno notizia per i loro sorprendenti progressi tecnologici. Per lo spettacolare aumento del benessere in larghe fasce della popolazione. Per l'imbattibile concorrenza che fanno ai paesi industrializzati su molti mercati. E infine perché sono la mèta delle famigerate "defocalizzazioni", i trasferimenti di posti di lavoro dall'Occidente ricco e costoso. Ma ì due giganti non sono campioni a pari merito. La stessa Cia nel suo scenario vede la possibilità che gli Stati Uniti siano sorpassati entro pochi decenni dalla Cina, non dall'India. Partita dalla miseria degli anni della Rivoluzione culturale maoista, in un quarto di secolo la Cina è cresciuta fino a diventare la quarta o la seconda economia mondiale (dipende da come si calcola il Pil). L'India ha affrancato dalla fame 210 milioni di abitanti in vent'anni ma è rimasta più indietro, la sua economia produce annualmente un terzo della ricchezza cinese. Questo si riflette nel tenore di vita. Il reddito pro capite dei cinesi è mille dollari all'anno, quello degli indiani la metà. La diffusione di segni del benessere come l'automobile, il telefonino e le vacanze all'estero, vede Shanghai ben più avanti di Bombay. La Cina l'anno scorso ha attirato un afflusso record di investimenti stranieri, oltre 60 miliardi di dollari, l'India ne ha ricevuti a stento un decimo. Gli economisti di New Delhi parlano con autoironia del "ritmo di crescita indù", alludendo al fatto che l'aumento medio del loro Pil negli ultimi decenni si aggira attorno al 5%: un risultato invidiabile eppure inadeguato per tenere il passo con Pechino dove il Pil cresce del 9% l'anno.
Gli indiani sanno quali sono i loro handicap. «Il peso dell'agricoltura è ancora eccessivo», spiega il ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaran, per cui basta una cattiva stagione dei monsoni a toglierci il 2% del Pil». Rispetto alla Cina la modernizzazione delle infrastrutture autostrade, aeroporti, porti, energia, è rimasta indietro. «Per ogni abitante cinese il governo di Pechino spende 24 dollari pro capite nella costruzione di nuove strade; è dodici volte quello che investiamo noi indiani» spiega il presidente della pianificazione di New Delhi Montek Ahluwalia. A nome delle multinazionali straniere James Goodnight dell'India Economìe Summit dice che l'India è penalizzata «da una burocrazia soffocante e leggi troppo complicate». Il regime comunista cinese è sorprendentemente più efficace nel promuovere la deregulation, le privatizzazioni, e un ambiente più accogliente per gli investitori stranieri. L'India conosce anche i suoi vantaggi. Grazie all'eredità coloniale ha due "rendite" naturali: la conoscenza dell'inglese molto diffusa e un sistema giudiziario di qualità. Inoltre i Politecnici indiani sfornano nove volte più laureati in ingegneria, matematica e fisica, rispetto alle università cinesi. Mentre la Cina è irresistibile nello "hardware" - in tutti i mestieri di produzione industriale - l'india la batte nel "software", nelle attività di servizio che impegnano più talentì intellettuali. Come osserva l'esperto Andy Mukherjee, «Intel ha scelto la Cina per fabbricare semiconduttori, Google ha scelto l'India per il suo centro di ricerca al di fuori dalla California». L'eccellenza scientifica degli indiani spazia dalla programmazione informatica fino alla ricerca farmaceutica e biogenetica.
La differenza maggiore tra la Cina e l'India è un'altra: a New Delhi ha sede la più grande democrazia pluralista del pianeta, mentre Pechino è governata da un partito unico che controlla l'informazione e non ammette alternative al suo monopolio del potere. Finora il capitalismo globale ha "votato" per il modello cinese, prediletto dalle multinazionali per quel mix di autoritarismo e mercato che consente di fare affari senza render conto a sindacati, magistratura, associazioni dei consumatori, partiti d'opposizione, stampa indipendente.
Il presidente di un'azienda di punta dell'alta tecnologia indiana, Narayana Murthy della Infosys, descrive con lucidità la differenza: «In India le riforme economiche sono più lente, la liberalizzazione procede a un ritmo incerto. Il governo deve dare il giusto peso a un'agenda sociale e alla giustizia distributiva». Nonostante l'operazione shock effettuata a Bombay con l'evacuazione violenta del popolo dei bassifondi, le autorità indiane devono pur sempre rispondere a un'opinione pubblica, affrontare il verdetto degli elettori. Non a caso l'indice di diseguaglianza sociale - la distanza assoluta tra i più ricchi e i più poveri - oggi è più alto nella "comunista" Cina. La mancanza di democrazia rende il governo di Pechino più veloce, decisionista, efficiente. Nell'arco di mezzo secolo, però, includendovi le tragedie del Grande Balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, la rigidità politica della Cina ha rivelato i suoi punti deboli: senza opposizione il sistema fa fatica a correggere i suoi errori, l'accumularsi delle tensioni sociali può sfociare in crisi violente. Nella gara tra i due giganti asiatici è ancora presto per il verdetto finale.