La violenza: una modalità di comportamento trascurata

dal libro "Sopravvivere", di Bruno Bettelheim

 

Un tributo a Bruno Bettelheim


Parlare di questo personaggio la cui vita e pensiero mi hanno toccato così profondamente non è facile, non è facile parlare degli uomini troppo più grandi di se stessi. Il compito che mi sono prefissato però è di far conoscere la sua grandezza attraverso le sue stesse parole.

Bruno Bettelheim (1903-1990) è stato un "sopravvissuto" ma non nel senso che un giovane dei nostri giorni potrebbe dare a questo termine ormai collegato a catastrofi nucleari e fantascienza; B. è un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Da notare quanto sia preoccupante tanta confusione circa il primo significato di questo termine a favore del secondo!
La cosa che più mi ha colpito di questo grande testimone della storia e della cultura, oltre che eminente psichiatra, è il suo suicidio. Sembra un fulmine a ciel sereno, dopo essere sopravvissuto a tali e tante atrocità che ha tenuto per sè anni prima di poterle descrivere nei suoi saggi.
Un prigioniero che non aveva carta e penna per appuntarsi prove storiche, documenti, casi clinici sulle atrocità che stava vivendo: li imparava a memoria e se li ripeteva come una preghiera tutti i giorni per non dimenticare, consapevole che i posteri non l'avrebbero potuto credere fino in fondo. La spiegazione di questo suo gesto è da ricercare nel suo senso di colpa proprio per essere un sopravvissuto:

La nostra esperienza ci ha insegnato che, per disgraziato che sia il mondo in cui viviamo, la differenza che esiste tra di esso e il mondo dei campi di concentramento è grande come quella tra la notte e il giorno, tra l'inferno e il paradiso, tra la morte e la vita. Ci ha insegnato che la vita ha un senso, per quanto sia difficile trovarlo, e che il suo significato è molto più profondo di quanto pensassimo prima di essere sopravvissuti ai campi. E in tale significato ha una parte centrale il nostro senso di colpa per la fortuna che abbiamo avuto di sopravvivere a quell'inferno, testimonianza di un'umanità che neppure le atrocità dei campì di concentramento possono distruggere.

Non riporterò brani collegati al nazismo, alle SS e ai campi di concentramento, darei spazio a tanti esaltati ovunque nel mondo, o magari semplicemente a quelli che hanno apprezzato il film Pasqualino settebbellezze di Lina Wertmuller (rimando alla lettura del saggio "Sopravvivere" dal libro omonimo, di Bruno Bettelheim).
Credo sia un dovere di tutti acquistare un libro così importante.
Di seguito riporto integralmente un saggio tratto dal libro Sopravvivere sulla violenza, su come controllarla, su come possa essere facilmente appresa nei bambini - argomento ben noto oggi ai pubblicitari che se ne servono per inculcare i concetti - e come reindirizzarla in senso positivo.
L'ultima nota su questo straordinario autore è di carattere stilistico: la perfezione della sua logica e dei periodi, unita ad una prosa chiara e distaccata, ne rendono particolaramente facile la lettura.

Alessandro Formiconi


La violenza: una modalità di comportamento trascurata(*)

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dal libro "Sopravvivere" di Bruno Bettelheim


Questi violenti piaceri hanno conclusioni violente.
W. SHAKESPEARE, Romeo e Giulietta

L'uomo e la società sono figli della violenza come della collaborazione amichevole; trascurare l'una delle due rende vani i nostri sforzi per migliorare i rapporti tra gli uomini. L'aggressività e la violenza sono concetti cosi strettamente connessi da riuscire intercambiabili, e se vogliamo veramente comprendere l'aggressività e il suo ruolo nella società dobbiamo partire dalla analisi del desiderio di commettere violenze. Il buon frate di Shakespeare sapeva bene che i piaceri violenti sfociano nella violenza. Ma se questi piaceri non ci allettassero, non avremmo difficoltà a evitarli, dato che tutti sappiamo che conducono alla catastrofe.
Alcuni anni or sono Robert Warshaw scrisse un libro in difesa del western classico, in cui sosteneva che il pistolero di questi film è un eroe morale(1). È una tesi che ci lascia sorpresi, perché pochi tra noi sarebbero disposti a considerare il cowboy dei film western il nostro modello spirituale o una sparatoria tra pistoleri il modo ideale di risolvere problemi morali. Ma non dobbiamo dimenticare come Achille dalla lunga lancia rappresenti l'eroe morale agli albori della civiltà occidentale. La grande distanza temporale, la diversità del contesto e la nostra ammirazione per il poema omerico ci impediscono di riconoscere che, come ha rilevato Simone Weil, l'Iliade è in realtà un poema della violenza(2) Fin dai primi versi apprendiamo che è l'ira di Achille a causare immani distruzioni, a scagliare verso la loro morte innumerevoli eroi, i cui cadaveri verranno dilaniati dai cani.
La violenza esisteva anche prima di Omero. Con lui fece la sua comparsa il nuovo spirito greco, umanistico, che informa tutto il poema. Pur senza fornire una soluzione, Omero fa della violenza il problema centrale di un mondo che lotta per diventare civilizzato. Diversi secoli dopo, nella sua Orestea, il primo grande poeta tragico greco, Eschilo, accenna a una soluzione indicando come origine della civiltà ateniese la conclusione di una tragica sequela di vendette, conclusione raggiunta grazie all'attenta valutazione di tutti i suoi aspetti in uno spirito di giustizia e di umanità. L'idea che da quel momento e per tutti i secoli a venire la violenza sfrenata, per esempio le falde familiari, sarebbe stata condannata e sostituita dalla giustizia della collettività, fu, secondo il poeta, il fondamento di tutte le grandi conquiste della cultura ateniese.
Già l'Iliade aveva dimostrato che dalla violenza non può scaturire nulla di buono. Paride, che distrusse la pace della casa di Menelao, fu destinato a morire, e cosi pure il grande Achille, che si era unito all'esercito vendicatore, e Agamennone, che l'aveva guidato.
La razza umana non viene divisa nell'Iliade in eroi vittoriosi e vittime. Se esistessero eroi vittoriosi, la violenza potrebbe sembrare giustificata, almeno agli occhi dei conquistatori. Ma per tutto il poema ogni vittoria è annullata dalla sconfitta che la segue, e alla fine sia Ettore sia Achille muoiono. Non c'è in tutto il poema un solo eroe che non debba, prima o poi, piegarsi di fronte alla forza brutale. L'idea che l'uso della violenza porta con quasi geometrico rigore a una pena violenta è un tema centrale del pensiero greco, e anima tutta l'Iliade. La prima opera epica della nostra storia, dunque, ci ammonisce a considerare con profonda attenzione gli atteggiamenti interiori ed esteriori che dovremmo avere verso la violenza.
Queste considerazioni possono aiutarci a spiegare come mai il pistolero dei film western fa cosi tanta presa sulla nostra immaginazione di massa. I western, secondo Warshaw, "inquadrano il problema della violenza con una puntualità che è difficile trovare in altre espressioni della nostra cultura. Una delle più evidenti caratteristiche del modo di pensare civilizzato di oggi è il rifiuto di riconoscere il valore della violenza... Ci addestriamo a farci scandalizzare o annoiare dalle immagini di violenza che ci offre la cultura, e persino il nostro concetto di eroismo tende a essere di tipo passivo: i giovani valorosi che uccidono schiere dei nostri nemici ci attraggono meno degli eroici prigionieri che sopportano la tortura senza cedere".
Quello che cerchiamo nei western è "l'immagine di un uomo, solo, con la pistola alla cintura. La pistola ci dice che vive in un mondo di violenza, e persino che quell'uomo 'crede nella violenza'. Ma la sua forza drammatica deriva dal suo autocontrollo: il momento della violenza deve arrivare al tempo giusto e secondo le sue leggi ben precise, altrimenti non ha significato... In realtà non è affatto la violenza 'la morale' del film western [classico], bensi una certa immagine di uomo, uno stile, che si manifesta più chiaramente nella violenza".
L'eroe dei western ci fa capire che "neppure quando uccidiamo o siamo uccisi siamo liberi dalla necessità di definire modelli soddisfacenti di comportamento". Trovare modelli soddisfacenti di comportamento, questo è diventato oggi il nostro problema. Il pistolero del western l'ha risolto a suo modo, e anche se la sua soluzione non può essere la nostra, se non altro la sua condotta serve a ricordarci, come rileva Warshaw, che il problema va affrontato seriamente.
Oggigiorno, i genitori vengono ripetutamente ammoniti di accettare i desideri primitivi dei figli per quel che riguarda la nutrizione e l'evacuazione. C'è persino la tendenza a essere più comprensivi nei riguardi del comportamento sessuale e più tolleranti nei nostri atteggiamenti emotivi. Che cosa facciamo, invece, per aiutare i nostri bambini a padroneggiare meglio gli scompensi che derivano dalla nostra innata tendenza al comportamento aggressivo? Le altre pulsioni istintuali cerchiamo di soddisfarle entro limiti accettabili, o comunque di incanalarle in direzioni meno pericolose, in modo che non possano ingenerare una pressione cosi forte da provocare dannose esplosioni o la paralisi dell'intera personalità. Nel caso della violenza, invece, non sembra che si compiano sforzi altrettanto ragionevoli, si tende anzi a negarne implicitamente l'esistenza.
Disapproviamo i nostri figli quando giocano alla guerra, o ai cowboy e agli indiani, quasi che facessero per davvero. Se volessimo essere coerenti, dovremmo allora mettere fuori legge anche il gioco degli scacchi, che è indubbiamente un gioco bellico, il cui scopo è di annientare il Re dell'avversario. Ma non lo facciamo, perché a noi adulti piace giocare, a nostro modo, alla guerra e ad altri giochi fortemente competitivi. È come se dicessimo che quegli stessi giochi, in forma puerile, sono inaccettabili; vietato ai minori di diciotto anni!
Di fronte ai giochi con le armi dei nostri bambini reagiamo come se il gioco fosse realtà. Ma il gioco infantile è parente delle fantasticherie e dei sogni. Quando vogliamo inibire le fantasie aggressive che si esprimono nel gioco, ci comportiamo come se persino i pensieri e i sogni riguardanti la violenza fossero male. Questo atteggiamento impedisce al bambino di arrivare a una chiara comprensione dell'enorme differenza che esiste tra le fantasie di violenza e le azioni violente. Se al bambino non viene data la possibilità di chiarirsi da piccolo in che cosa consiste questa differenza (o per usare le parole di Warshaw, se non gli è stata data la possibilità di definire modalità di comportamento soddisfacenti riguardo alla violenza), può darsi che da adulto non sia in grado di tracciare la linea di demarcazione tra le fantasie di violenza e le azioni violente.
Condannando recisamente le fantasie di violenza del bambino, neghiamo un dato di realtà che Platone stesso aveva riconosciuto: che la differenza tra l'uomo buono e l'uomo cattivo consiste nel fatto che il primo si limita a sognare le cattive azioni, mentre il secondo le compie. Gli antichi greci sapevano, cioè, che la differenza decisiva tra il bene e il male non consiste in una differenza di contenuti fantasmatici (e il gioco infantile non è altro che il modo in cui il bambino da forma ed espressione alle sue fantasie infantili), bensi nell'eventualità o meno che le fantasie rimangano tali, o siano invece realizzate, con conseguenze reali.
Si ripete ai bambini di non dire parolacce ai compagni e di non picchiarli. Si pretende che non rompano i loro giocattoli e altri oggetti. E fin qui, tutto bene. Ma a questo punto dobbiamo chiederci quali altri canali per scaricare la violenza forniamo ai nostri figli. È del tutto assurdo, ma basta che un genitore si imbatta in un atto di violenza da parte del figlio, ed ecco che, novanta su cento, gli darà un ceffone o gli farà un'urlataccia, dimostrando cosi che la violenza va benissimo se chi la usa è più grande e più forte, e se ha la scusa di volerla reprimere. Finiamo dunque per usare la violenza per reprimere la violenza, e in questo modo insegniamo ai nostri figli che, secondo noi, non esiste un altro modo, ragionevole e intelligente, per affrontarla. Eppure, quello stesso genitore, in un altro momento, sarà il primo ad ammettere che la repressione è il modo peggiore di far fronte agli istinti.
A differenza di F. Wertham, che lancia il suo appello in difesa degli innocenti che vengono sedotti, per esempio, dai fumetti(3) io sono convinto che né i fumetti e neppure la televisione seducano degli innocenti. È tempo che il mito del peccato originale, come anche il suo contrario, il mito .dell'innocenza originale, siano rispediti nel paese degli unicorni. L'innocenza non rappresenta né una caratteristica innata, né un'efficace protezione o difesa; il più delle volte assomiglia molto all'ignoranza, a cui ci si aggrappa per mantenere una (falsa) sicurezza. I fumetti tenderanno a rinforzare le tendenze delinquenziali e a insegnare nuovi comportamenti antisociali solo a coloro che hanno già nella loro struttura costitutiva tali tendenze.
Semmai, la prevalenza di immagini di violenza al cinema e sullo schermo televisivo incoraggia la scarica della violenza alla cieca, aumentandone al tempo stesso la paura, senza minimamente aiutare a comprendere la natura della violenza stessa. Quello che dobbiamo imparare è quali misure prendere per contenere, controllare e incanalare in direzioni più costruttive l'energia che viene scaricata con la violenza. Come accennavamo prima, quello che manca al nostro sistema educativo e ai mezzi di comunicazione di massa è la capacità di proporre e favorire "modalità di comportamento soddisfacenti" riguardo alla violenza.
Il problema di fondo rimane però la presenza in noi di tendenze delinquenziali e aggressive, e non la loro espressione nei fumetti, nei film e alla televisione; è abbastanza irrilevante persino decidere se questi alimentino tali tendenze o ne rendano più difficile il controllo. Il comportamento dei bambini e degli adolescenti rispetto alla violenza non fa che riflettere il modello prevalente tra gli adulti. Se agli adulti non piacesse vedere la violenza dipinta nei mezzi di comunicazione di massa, questi non la descriverebbero con tante sfumature e con tanto rilievo, e i bambini avrebbero meno occasioni di osservarla e di esserne influenzati.
L'ignoranza non offre nessuna protezione, men che meno di fronte alla violenza. Come ho già cercato di mettere in evidenza altrove, l'ignoranza della natura della violenza, come durante il nazismo, non ha condotto alla beatitudine, bensi alla morte. Quanti sotto Hitler vollero a tutti i costi credere, nonostante le persecuzioni nazista, che tutti gli uomini sono buoni, e che la violenza esiste soltanto in pochi di essi, che sono anormali, non furono in grado di proteggersi in mode adeguato e in molti, troppi, trovarono la morte. La violenza esiste, esiste certamente, e ciascuno di noi nasce con il proprio potenziale di violenza. Ma ciascuno nasce anche con il suo contrario, e queste altre potenzialità vanno coltivate con la più grande cura, se vogliamo che possano controbilanciare le tendenze che ci spingono a commettere azioni violente. Per fare questo, tuttavia, bisogna prima conoscere a fondo il nemico, e non si può arrivare a conoscerlo se se ne nega l'esistenza.
Quando affermiamo che nella nostra dotazione naturale la violenza non ha posto, o non dovrebbe averlo, non facciamo che evadere il problema di come imparare a controllare le nostre tendenze aggressive Se non insegniamo all'individuo a controllare o a neutralizzare la tendenza alla violenza, e non gli forniamo sbocchi alternativi nella società lo obblighiamo di fatto a reprimerla. Perciò tante persone cercano d soddisfare almeno a livello di fantasia tali tendenze con le immagini di violenza offerte dai mezzi di comunicazione di massa.
Il fatto che tali immagini siano diventate sempre più prevalenti persino nei resoconti presumibilmente obiettivi dei notiziari, sta ad indicare quanto sia diffuso il fascino della violenza e quanto sia sentite
il bisogno di scaricarla a livello di fantasia. Quello che è molto negativo, invece, è il fatto che i servizi di cronaca che concedono tanto spazio alla violenza non controbilancino tutto questo dando altrettanto spazio e altrettanta prominenza alla descrizione di avvenimenti pacifici e di solidarietà (che sono altrettanto frequenti e molto più importante per il benessere della società degli episodi di violenza). Da questo reportage unilaterale si trae l'impressione che solo la violenza sia interessante ed esaltante.
In molte trasmissioni che descrivono scontri violenti, non si noti quasi differenza tra il comportamento dei criminali e quello dei difensori della legge. La conclusione che si è portati a trarne è che non esista un modo soddisfacente di controllare la violenza. La richiesta parentale di reprimere l'aggressività, sommata alla paura indotta da un violenza che è sempre descritta come onnipresente e controllabile solo attraverso altra violenza, e allo stimolo ad agire in modo violento proposto dai mezzi di comunicazione di massa, porta, in certe persone all'intensificarsi delle tendenze violente a un livello tale che queste non possono più essere negate né controllate. Si possono avere allora scoppi improvvisi e isolati di violenza esplosiva.
Si tratta di esplosioni vistose, che, proprio per la loro natura spettacolare, fanno nascere l'impressione che stiamo vivendo in un'era di violenza. Perciò chiediamo a gran voce una repressione ancora più decisa, anche di scoppi di violenza marginali, che potrebbero fungere da valvole di sicurezza, in quanto darebbero sfogo a piccole quantità di aggressività, lasciando residui che l'individuo sarebbe in grado di assimilare. Persino tra gli psicoanalisti, l'istinto di morte o di distruzione freudiano è visto con sospetto, perché abbiamo decretato che ciò che non ha diritto di esistere non può e non deve esistere; le prove in contrario vengono semplicemente ignorate, o liquidate con qualche spiegazione più accettabile, per esempio con la teoria che la violenza sia frutto esclusivamente della frustrazione.4
Occorre invece un'esplorazione intelligente della "natura della Bestia". Finché non saremo disposti a vedere la violenza come parte della natura umana, non saremo mai in grado di farvi fronte in maniera efficace. Una volta accettata questa idea, e una volta imparato ad assumerci la necessità di addomesticare le nostre tendenze aggressive, allora, attraverso un lento e precario processo, potremo forse riuscire a domarle, innanzitutto in noi stessi, e poi, partendo di li, anche nella società. Non ci riusciremo mai, invece, se partiamo dall'assunto che, per il fatto che la violenza non dovrebbe esistere, possiamo fare come se non esistesse.
L'azione violenta è un modo sbrigativo per raggiungere un obiettivo. La sua natura è cosi primitiva che di solito non è un modo idoneo per farci conseguire soddisfazioni di tipo più raffinato. Perciò troviamo la violenza all'origine stessa del processo evolutivo che trasformerà l'uomo in un essere umano socializzato. Le saghe epiche che segnalano l'ingresso dell'uomo in un mondo più civile e più umano sono dominate dal tema della violenza; la violenza è anche il tema caratteristico dell'ingresso nel mondo di ciascuno di noi. I violenti scoppi d'ira dei bambini sono spesso istruttivi da questo punto di vista, in quanto esprimono sia il fatto che la nostra capacità di padroneggiare le pulsioni interne e di far fronte in modo costruttivo alle inevitabili frustrazioni imposte dal mondo esterno è sempre preceduta da esplosioni violente e distruttive, sia la necessità di conseguire tale padronanza per continuare a evolverci.
L'osservazione di quello che succede, per esempio, durante la festa per il compleanno di un bambino perfettamente normale e felice ci insegna quanto sia universale questa tendenza, nonostante la nostra riluttanza ad ammetterlo. Il festeggiato, spinto dal naturale desiderio di vedere subito l'agognato regalo, strapperà furiosamente l'involucro del pacchetto, e se l'involucro fa parte del regalo, tanto peggio. Il desiderio, dunque, produce violenza, e la violenza può distruggere l'oggetto del desiderio. In questo senso la violenza è al tempo stesso naturale e inefficace: raramente consegue il suo fine, e se lo consegue, nello stesso istante lo distrugge. È vero che la scarica della violenza è essa stessa un fine; ma poi, una volta sfogata la nostra rabbia, non ci chiediamo più che cosa l'aveva causata, né ci preoccupiamo di elaborare un metodo migliore per intervenire sulle sue cause. Nulla impedisce allora che la cosa che ci aveva fatto arrabbiare si ripresenti di nuovo, spingendoci a un nuovo scoppio di rabbia.
Non ci interessa in questa sede enumerare i danni della violenza. Quello che importa è stabilire se i nostri atteggiamenti nei confronti della violenza sono ragionevoli, tenuto conto del nostro fine, che è di contenerla, e trovare dei sistemi che ci aiutino a conseguire tale fine in maniera più efficace.
Quando si parla di violenza, si tende a non vedere quello che è più evidente: il ricorso o meno alla violenza dipende dalle soluzioni alternative a disposizione della persona che si trova di fronte alla scelta. Eschilo l'aveva capito, e perciò ho citato la sua trilogia. Nell'Orestea, Atena offre agli uomini un'alternativa all'antico istituto della vendetta, che è meglio di un altro assassinio. La violenza è il modello di comportamento di chi non è in grado di visualizzare un'altra soluzione al problema che lo affligge, come si vede con particolare chiarezza nelle guerriglie tra bande rivali.
Oggi veniamo costantemente bombardati da immagini della "bella vita" del possesso e del consumo, ma per la maggior parte della gente le probabilità di "consumare" sono molto scarse. Questo vale soprattutto per ì giovani prima che abbiano trovato il loro posto nel nostro sistema economico e sociale, specialmente se provengono da ambienti emarginati. Questi giovani sentono acutamente la propria impotenza a procurarsi persino quel minimo di soddisfazione di bisogni che noi stessi abbiamo indotto in loro. Perciò non vedono altra alternativa, per raggiungere i loro scopi, che l'uso della violenza, e le pressioni della frustrazione, unite alla possibilità molto reale di farla franca, non fanno che intensificare la tentazione. La loro educazione non gli ha fornito gli strumenti per contenere la violenza, perché durante tutta la loro vita la sua esistenza è sempre stata negata.
Yablonsky, nella sua analisi delle bande giovanili delinquenziali,5 osserva con amara ironia che le idee e gli atteggiamenti dei membri di una banda non fanno che riflettere, come in uno specchio da incubo, l'etica ufficiale. Il fine della violenza per i giovani delle bande è il conseguimento di quelli che sono i valori principali della società "per bene": il successo e il prestigio di fronte ai pari. Cosi spiega le sue azioni un giovane accusato di omicidio: "Nessuno deve essere più bravo di me e fregarmi la reputazione... Quando andiamo a fare un pestaggio, io pesto e rompo le costole e do coltellate più forte di tutti."
Secondo Yablonsky, il fatto stesso che la forma di violenza più rispettata dalla banda sia quella gratuita e non premeditata dimostra quale sia per questi ragazzi la funzione della violenza. Disperando di trovare soluzioni alternative, o, bisognerebbe forse dire, convinti che per loro non esistano alternative, questi giovani vedono nella violenza la strada più breve, e quasi magica, verso il potere e il prestigio. Con un singolo gesto di gratuita intensità, che non ha altro scopo oltre a quello di dimostrare a se stessi e agli altri di essere capaci di compierlo, essi cercano di dare un senso alla propria esistenza e con questo di convincere a forza gli altri della propria potenza.
Ma le bande giovanili sono solo un prodotto esasperato di una situazione che alimenta la violenza anche tra esseri umani normali e decenti. Ne troviamo una conferma, oltre che in migliaia di situazioni analoghe in tutti gli Stati Uniti, nel romanzo di Oscar Lewis, The Children of Sanchez(6) ambientato a Città del Messico. Jesus Sanchez racconta la storia della propria vita, la storia di un uomo profondamente legato ai vecchi costumi del villaggio natio, ma disperatamente deciso a dare ai suoi figli una vita migliore nella grande città industriale. Assistiamo una dopo l'altra alla caduta di tutte le sue aspirazioni. Jesus Sanchez continua a lottare, sostenuto dal desiderio di vedere almeno i suoi figli premiati dal successo in un mondo che lo affascina con le sue tentazioni ma che lo respinge inesorabilmente. Alla fine, annientati dalle frustrazioni e incapaci di vedere altra via d'uscita, Sanchez e i suoi figli ricorrono alla violenza.
La sensazione di non avere alternative, di non avere vie d'uscita, non è tipica soltanto delle bande giovanili dei ghetti, o dei figli di Sànchez. È una sensazione che sembra attanagliare tutta la società. Tempo fa c'era uno slogan, "O rosso o morto", che sottintendeva che se non ci fossimo preparati alla violenza definitiva con la messa a punto di armamenti sempre più letali, non avremmo avuto altra scelta che arrenderci senza opporre resistenza al comunismo alle porte. Questa angoscia circa le scelte irreparabili si estende a macchia d'olio, giù giù fino all'atteggiamento verso gli esami e i voti, e pervade tutta la nostra vita.
La nostra non è affatto un'epoca più violenta di altre; anzi. Prova ne sia la quasi totale abolizione della pena capitale, e il fatto, per esempio, che la gente non assiste più alle pubbliche impiccagioni come a uno spettacolo. Anzi, le occasioni per scaricare le nostre tendenze violente in modi socialmente approvati e, se non altro, per interposta persona, sono oggi cosi drasticamente ridotte che non è più possibile scaricarle periodicamente e senza pericolo.
Gli interrogativi di fondo che dobbiamo proporci sono dunque i seguenti: Come si può fare saggio uso della violenza? Come la si può scaricare in modi che risultino, se non socialmente utili, almeno relativamente innocui? La vita rurale offriva ai bambini numerose occasioni per la scarica vicariante della violenza; in Austria, dove sono nato, l'annuale uccisione del maiale costituiva un momento molto pregnante della vita dei figli dei contadini. Altre occasioni di sfogo socialmente utili e necessarie per la sopravvivenza della famiglia erano date dal tagliare la legna e da analoghe forme di manipolazione aggressiva della natura. Ed erano sbocchi che non comportavano pericoli; che non suscitavano aggressività reattiva da parte della vittima.
Gli sport competitivi non rappresentano un vero surrogato, perché, in primo luogo, suscitano nei contendenti e negli spettatori sentimenti competitivi e aggressivi a livelli esplosivi. E, secondariamente, ogni volta che c'è un vincitore, ci deve essere anche un perdente; e la sconfitta accumula nel giocatore più aggressività di quanta ne può avere scaricata durante la partita o l'incontro.
Forse, se il nostro sistema scolastico si decidesse a riconoscere l'esistenza dell'aggressività, i nostri bambini non starebbero incollati al televisore per vedere un po' di violenza. Secondo la nostra esperienza all' Orthogenic School, i bambini vogliono imparare a conoscere l'aggressività, non solo scaricarla, anche se questo naturalmente è importante. I libri di lettura in uso oggi nelle scuole, per esempio, non contengono mai episodi di aggressività; non c'è mai nessun bambino che ne picchia un altro, che si arrabbia, che in un impeto d'ira fa a pezzi un giocattolo. Al massimo fanno le boccacce o prendono in giro la sorellina. Si direbbe che abitino tutti in via della Bontà, Città dell'Amicizia.
Forse c'era una certa saggezza psicologica nei libri di lettura di una volta, in cui si ribadiva continuamente quale fato crudele attende i malvagi. Anche se quei racconti mettevano paura ai bambini, se non altro davano spazio alla scarica vicariante dell'ostilità. Liberatisi in qualche misura dell'ostilità, i bambini potevano dedicare le proprie energie positive al processo dell'apprendimento. Ma si potrebbe fare di meglio: si potrebbe insegnare ai bambini, attraverso i racconti dei libri di lettura, che, anche se a volte le persone si arrabbiano e litigano, poi possono fare la pace, e se la fanno vivono meglio.
È un tratto tipico ed esclusivo della nostra cultura la tendenza a incoraggiare un atteggiamento estremamente competitivo dando valore a quelle emozioni aggressive che sostengono la competitività, mentre l'aggressività in quanto tale diviene un tabù. Proponiamo continuamente ai bambini esperienze che suscitano una collera violenta, ma poi pretendiamo che non la esprimano.
C'era un ragazzo all'Orthogenic School, che dalla nascita era passato da un orfanotrofio all'altro, dove l'avevano sempre trattato male. Era incapace di imparare, e dovette ripetere la prima elementare tre volte. Alla fine arrivò nel nostro istituto, ma neppure lì riusciva a imparare a leggere una semplice frase come, "vieni con me"; in effetti, nessuno l'aveva mai voluto con sé, nessuno gli aveva mai detto "vieni con me". Ma quando riconoscemmo la validità della sua rabbia e dei suoi sentimenti violenti, visto qual era stata la sua esperienza di vita, imparò con facilità a leggere e a scrivere parole complicate come combattimento, soldato, sottomarino, pompiere, tutti termini, come si vede, in sintonia con i suoi sentimenti dominanti. Le prime due parole avevano evidentemente a che fare con il suo desiderio di combattere un mondo che l'aveva sempre maltrattato e con la professione preposta alla conduzione della guerra. La terza parola rifletteva il suo desiderio di starsene nascosto, ed essere quindi al sicuro, mentre sferrava il suo attacco a coloro che avevano la vita facile, su nel mondo, quando lui si era sempre sentito un clandestino. La quarta parola fa pensare che, una volta scaricata a livello di fantasia la sua rabbia violenta, ora si sentiva pronto a lasciare che il fuoco del suo furore venisse estinto da una persona esperta in questo campo.
Se offriamo ai bambini la possibilità di imparare le cose che stanno in cima ai loro pensieri, o per meglio dire che stanno nascoste dietro i loro pensieri, allora noteremo che imparano alla svelta,7 come i bambini maori del romanzo autobiografico di Sylvia Ashton-Warner, Spinster (8). La protagonista del libro è una maestra che ha capito che i suoi piccoli allievi maori sono capaci di scrivere bellissime storie inventate da loro; solo che stonerebbero in raccolte intitolate "Divertirsi imparando" o simili. Eccone una:

Scappai di casa
e corsi nel capanno
di nascosto da mia madre
nel capanno della legna
e quando tornai a casa
presi un sacco di legnate.

Dopo averla letta, la maestra apre il libro di lettura, alla lezione di quel giorno. Ecco che cosa avrebbero dovuto imparare a leggere i suoi allievi:

La mamma entrò nel negozio.
Voglio un berretto, disse
Voglio un berretto per Giannino.
Vide un berretto marrone.
Vide un berretto blu.
Voglio il berretto blu, disse.

Dopo aver chiesto come si scrivono diverse parole, un'altra piccola allieva di sei anni si mette a scrivere con grande impegno. Alla fine consegna alla maestra il suo foglio:

Mia mamma dice a mio papa
dammi quei soldi altrimenti ti riempio di botte.
Mio papa sacramenta
Mio papa da i soldi a mia mamma.
Abbiamo fatto una festa.
Mio papa ha bevuto tutta la birra lui da solo.
Mio papa era ubriaco.

Sul libro di lettura la maestra trova questo raccontino sul Babbo e la Mamma:

Ecco il giardino.
Il Babbo è in giardino.
Anche al Babbo piace stare in giardino.
Ecco la Mamma.
E' in giardino.
La Mamma ci guarda.
Corriamole incontro.

Il confronto parla da sé. La Ashton-Warner spiega che per riuscire a interessare i suoi bambini maori e potergli insegnare a leggere e a scrivere, dovette trovare certe "parole chiave".
Molto prima che uscisse il suo libro, i bambini dell'Orthogenic School ci avevano obbligato a giungere alle medesime conclusioni. Se volevamo che imparassero, dovevamo convincerli che leggere e scrivere gli sarebbero stati di aiuto nelle cose che più gli stavano a cuore. Se riuscivamo a dimostrarglielo, ragazzi che per anni erano stati impervi a qualunque didattica, che non erano riusciti a imparare a leggere sui libri che dipingevano la vita tutta di rose e fiorì, mentre il loro mondo era pieno di rabbia e di violenza, improvvisamente mostravano una gran voglia di leggere. Ragazzi che per anni non erano stati capaci di compitare una parola, in un paio di settimane imparavano a riconoscere, a leggere e a scrivere correttamente un centinaio di parole.
Quando ci parve che fossero pronti, vale a dire, quando ci parve che il risentimento accumulato contro la scuola fosse svanito,, incominciammo, con poche e facili parole, a introdurre l'idea che a volte ci si sente meglio quando si descrivono i propri sentimenti violenti, e scriverne non fa male a nessuno. Gli dicevamo che la cosa più difficile, e quindi il problema più grosso nella vita e nella scuola, ma anche il più importante, è padroneggiare i pensieri che ci fanno paura. Sapere le parole che ci possono servire a tenere distinto l'episodio pauroso dai nostri pensieri circa quell'episodio è di grande aiuto. Questo succede perché gli eventi paurosi che accadono nella realtà sono schiaccianti, mentre il processo di pensarci soltanto, o di parlarne, o leggerne, non lo è. In questo modo, gli spiegavamo, si arriva a capire e a far fronte alle cose che ci fanno paura.
Dopo questa spiegazione, tre dei ragazzi scelsero come parole da imparare, paura, fuoco e colpire. A mio avviso, senza saperlo, con quelle tre parole quei bambini avevano delineato il percorso da compiere per far fronte alle tendenze distruttive, almeno in una situazione di apprendimento scolastico. Colpire si riferisce alla violenza; fuoco è qualcosa che distrugge; e paura è il risultato dell'aggressività e della distrutti vità.
Se permettiamo ai bambini di parlare apertamente delle loro tendenze aggressive, potranno arrivare a riconoscere il carattere pauroso di tali tendenze. Solo attraverso questo tipo.di riconoscimento si può arrivare a soluzioni che non siano, da un lato, la negazione e la repressione, dall'altro, l'esplosione in azioni violente. La scuola può dunque contribuire a far nascere la convinzione che, per autodifesa e per evitare esperienze paurose, bisogna far fronte in maniera costruttiva alle tendenze verso la violenza, le proprie come quelle altrui.
Un breve elenco delle parole dotate di alta carica emotiva che i ragazzi dell'Orthogenic School di solito imparavano a leggere dopo averle viste una sola volta e a scrivere dopo averle copiate pochissime volte: fuoco, coltello, taglio, scontro, sparo, uccidere, colpire, morso, denti, piangere, combattimento, prigione, urlare. Si pensi a quanta aggressività rivelano queste parole, e a come i ragazzi volessero impararle.
È molto istruttivo notare la coincidenza tra le parole scelte da questi bambini americani con gravi problemi emotivi e quelle scelte da bambini maori normali: "Rangi, che vive di amore e di baci e di frustate e di lotte e di paura della polizia, ci mise quattro mesi a imparare a leggere guarda, vieni, sia; quattro minuti per imparare coltello da macellaio, galera, polizia, cantare, piangere, bacio, Papa, Mamma, Rangi, lotta".
Ciascun bambino dell' Orthogenic School scelse parole diverse da imparare a scrivere, perché quello che aveva un significato emotivo per l'uno non lo aveva per l'altro. Ma il dato interessante è che tutti finirono per imparare tutte le parole dotate di carica emotiva, anche quelle non particolarmente significative per ciascuno individualmente, perché avevano capito che erano parole importanti per i compagni. Condividevano, cioè, non solo l'esperienza dell'apprendere, ma anche le emozioni l'uno dell'altro.
Via via che mettevamo a punto il nostro metodo di insegnamento, ci rendevamo conto che certe parole a volte suscitavano emozioni troppo intense. Pensammo allora di dividere le parole in tante categorie, in modo che ciascun bambino potesse scegliere quelle che preferiva: c'erano le parole rabbiose, le parole paurose, le parole poco simpatiche, le parole simpatiche, le parole calde e le parole fredde.
Tra le parole simpatiche Ì bambini misero -aranciata, latte, giocare e panino con la salsiccia. Questo ci insegna qualcosa sul tipo di esperienze gratificanti di cui i bambini hanno bisogno per controbilanciare la violenza. Visto che i libri di lettura concentrano l'interesse su quelle che noi avremmo definito parole simpatiche, può essere interessante sottolineare che i bambini tendono a imparare più in fretta e in modo più permanente le parole poco simpatiche e le parole paurose che non quelle simpatiche, anche se scelte da loro. Sono le parole poco simpatiche che vogliono imparare a leggere e a scrivere, perché sono quelle che servono per esprimere dei sentimenti importanti, che gli adulti vorrebbero che non provassero, vale a dire che vorrebbero che i bambini negassero e reprimessero. Lo si vede anche da quello che scrivono spontaneamente di nascosto i ragazzi sui muri, sui marciapiedi, sulle pareti dei gabinetti pubblici. Scrivono queste parole sui muri non solo perché non gli è permesso di scriverle in posti più rispettabili, ma anche per affermare i propri reali interessi, e soprattutto per contrapporsi agli adulti, per affermare il bisogno di agire autonomamente, anche in opposizione alle pretese degli adulti. È questo bisogno che può in seguito esplodere in gestì di violenza.
Un altro confronto tra apprendimento automotivato e apprendimento "normale", imposto dall'adulto: i nostri bambini non riuscivano, a differenza di Rangi, a imparare dieci parole in quattro minuti, però ci fu un ragazzo che, mentre era riuscito a stento a imparare quattro parole simpatiche in una giornata, nello stesso giorno ne aveva imparate dieci rabbiose, da lui stesso scelte, tra le quali anche parole difficili come strega, temporale e combattimento. Questo dimostra che il desiderio di esprimere e di padroneggiare le cose che per noi contano è una potente motivazione all'apprendimento, che ci consente di imparare a leggere e a capire le parole e con esse il fenomeno che designano, anche se spiacevole. Capire i problemi più grossi e più pressanti, nostri e altrui, comporta anche di capire le nostre emozioni, compresa la violenza: in che cosa consiste esattamente, quali ne sono le cause, quali le (deplorabili) conseguenze, come queste possano essere evitate. La negazione e la repressione non portano a nulla di buono; la capacità di padroneggiarle attraverso la ragione rimane il migliore strumento che possiamo fornire ai nostri figli per far fronte alle loro emozioni problematiche e distruttive, di cui la violenza è quella che crea i problemi più gravi per loro stessi e per la società. Un fisico britannico, riflettendo su quale dovrà essere la prossima tappa evolutiva dell'uomo, è giunto alla conclusione che solo quando le nostre azioni falliscono lo scopo, facciamo ricorso al pensiero per trovare la soluzione di un problema(9) "II pensiero è figlio del fallimento. Solo quando l'azione non riesce a soddisfare il bisogno umano c'è spazio per il pensiero. Dedicare attenzione a un problema equivale a confessare una incapacità di adattamento su cui è giocoforza riflettere. E quanto più grande è il fallimento, tanto più penetrante deve essere il pensiero".
Freud parla del pensiero come della capacità, posseduta unicamente dall'uomo, di intraprendere un'azione con il massimo risparmio di energia e il minimo rischio possibile.
Perciò, invece di limitarci a condannare la violenza, dovremmo riflettere su di essa con grande impegno fin dall'infanzia e per tutta la vita; riflettere sulle cause della violenza che vediamo in noi stessi e negli altri, sulle misure da prendere per impedire il verificarsi di tali cause o il loro sfociare in atti violenti; sulla possibilità di incanalare verso comportamenti costruttivi l'energia attivata dagli stimoli che evocano sentimenti aggressivi; o, se niente di tutto questo fosse realizzabile, su come controllare la violenza senza alimentare incessantemente il desiderio di commettere nuove violenze. Per fare questo è indispensabile accettare profondamente il fatto che la propensione alla violenza fa parte della natura umana, e nel frattempo dedicare tutta la nostra attenzione a educare, raffinare, in altri termini a sublimare, quelle energie emotive che potrebbero altrimenti sfociare nella violenza. Bisogna, cioè, fare esattamente il contrario di quello che abbiamo fatto finora, che è stato di ribadire che le tendenze aggressive non hanno diritto di esistere, o non sono universali; e di reprimere i pensieri e le fantasie di violenza per paura che possano sfociare in atti violenti. Se abbandoneremo le facili ma inefficaci soluzioni della negazione e della repressione, forse allora impareremo a far fronte in ogni momento in modo razionale ai nostri impulsi. In tal modo le occasioni di insuccesso si ridurranno, e potremo imparare a fronteggiare la violenza con il pensiero; vale a dire, con il minor pericolo per noi stessi e per gli altri.


(*) Ristampato con modifiche e aggiunte dagli "Annals of the American Academy of Political and Social Science", 364, 1966, pp. 50-59.
1 ROBERT WARSHAT, Thè Immediate Experiettce, Doubleday, Gatden Qty, New York 1962.
(2) SIMONE WEIL, L'Iliade e il poema della forca, in La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974.
(3) F. WEKTHAM, Seduction of thè Innocent, Rinehart, New York 1953.
4 E vero, naturalmente, che quando non riusciamo a ottenere quello che vogliamo ci sentiamo frustrati e a volte questo ci riempie di collera; a volte, in tal caso, cerchiamo di ottenerlo a tutti i costi, con la violenza. Ma il più delle volte la frustrazione dei desideri da luogo alla rinuncia passiva. Tutto dipende da come siamo fatti, se abbiamo la tendenza a ricorrere a mezzi violenti per ottenere i nostri scopi, o se invece tendiamo a rassegnarci e a rinunciare. Va inoltre tenuto presente che spesso le frustrazioni più penose non sono causate dagli altri, o da una situazione esterna; sono la conseguenza di un'intima insoddisfazione per non riuscire ad essere la persona che vorremmo essere. Solo chi manchi totalmente di autocontrollo e possieda una forte tendenza a proiettare le difficoltà ulteriori su figure esterne scaricherà sugli altri con esplosioni di violenza la delusione che prova nei propri confronti.
(5) L. YABLONSKY, The Viole"! Gang, in "Commentary", 30, agosto I960.
(6) OSCAR LEWIS, The Children of Sanchez, Random House, New York 1961.
7 II modo di dire anglosassone "imparare in fretta e furia" mostra come si sia sempre saputo che si impara in fretta e bene quando nell'apprendimento si può anche dare sfogo alla nostra furia; lo stesso riconoscimento è espresso dalla frase "affrontare un problema'1.
(8) SYI.VIA ASHTON-WARNER, Sptnster, Simon and Shuster, New York 1958.
(9) L. L. WHITE, The Next Devetopment in Man, New American Library, New York 1930.