Piccola storia del mondo di Alexander Demandt:
piccolo capolavoro.

Nel 1919 Emile Gautier aveva osservato: «Per arrischiarsi alla sintesi storica, non bisogna avere alcuna reputazione di storico da perdere». Quest'osservazione non è stata presa in considerazione dagli uomini della casa editrice Beck,, quando mi hanno convinto a intraprendere l'avventura intellettuale di questa piccola storia del mondo. Il tutto è avvenuto l'il maggio 2001, nel giardino di castagni del Dahle-mer Dorfkmgs. Sebbene in quel momento avessi ancora la testa persa tra gli alberi, ho accettato; a quella reputazione di storico, che ora è in gioco, Monaco ha dunque contribuito in maniera rilevante.

Alexander Demandt


Dal presente verso il futuro

Gesù sedeva sul Monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e gli chiesero di parlare loro della fine del mondo. Egli rispose: «Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cìelo e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24, 36). In ogni tempo gli uomini hanno costruito delle rappresentazioni su ciò che sarà in futuro; e noi dovremmo conoscere tali rappresentazioni per comprendere ì comportamenti degli uomini che dì esse sono gli inventori. Per divenire consapevoli di noi stessi, è certamente sensato non nasconderei quelle che invece sono le nostre aspettative.
Le previsioni si formulano in base all'esperienza; esse però rimangono affette, per quanto concerne la loro precisione e ampiezza, dall'ignoranza, e alterate, per quanto concerne la loro affidabilità, dalla paura e dalla speranza. Queste ultime possono essere limitate attraverso una più attenta disciplina delle emozioni, le prime attraverso l'ampliarsi della conoscenza. Una modalità essenziale per ampliare le conoscenze è quella di fare tesoro delle previsioni sbagliate, che sono quotidiane nella politica, inevitabili nell'economia e certamente non rare anche nella vita privata. Di regola esse riposano su una mancanza di capacità osservativa. Cos'è che non si è profetizzato! ~L'imperium sine fine, il ritorno del Figlio dell'uomo sulle nuvole del ciclo, il Regno millenario del chilia-smo, l'età dello spirito santo, la vittoria della ragione e dell'umanità, la società senza classi, il tramonto dell'Occidente, il Brave New World e lo stato totalitario dì 1984. Così noi abbiamo sperato, con Kant, nella pace perpetua di una confederazione repubblicana di popoli.

1. Cosmopoli.

Le affermazioni sul futuro dell'homo sapiens si basano sull'assunto che questi rimanga quell'essere razionale che è adesso. Già Tucidide riteneva vero tale assunto, riconoscendo però che la ragione, più che mostrare la via, si pone come fine e viene soppiantata nelle situazioni eccezionali da invariabili istinti. Tra questi, Tucidide annoverava il desiderio di gloria (philotimia)., la cupidigia (pleonexia), come anche l'ambizione (philoneikia), che genera la paura (deos). Questa attitudine conduce alla competizione, che può esser decisa in maniera pacifica o bellicosa; ìn ogni caso essa impedisce, a lungo andare, la creazione di stabili relazioni. Nel dialogo tra Ateniesi e Meli (V, 84 sgg.) Tucidide applica il diritto del più forte, che vige in natura, alla politica. La lotta per la sopravvivenza, quale principio della storia, viene tematizzata anche da Charles Darwin nel 1871. Le previsioni pacifiche non è detto che siano più favorevoli. Nel 1872 Jacob Burckhardt identificava l'immagine del futuro con la caserma, nella quale il lavoro inizia al rullo del tamburo; nel 1787 Goethe si immaginava un grande ospedale, nel quale ognuno diviene l'infermiere dell'altro.
Le visioni del XIX secolo sull' intensificarsi delle relazioni tra i popoli del mondo si sono realizzate nel XX, sebbene in maniera diversa rispetto a quelle che erano le attese. La comunicazione si è potenziata e velocizzata, estendendosi su scala mondiale. Uomini, merci e pensieri modificano i continenti. L'integrazione dell'economia, soprattutto nel mercato finanziario, è prossima alla perfezione. Il capitale si concentra, attraverso fusioni tra giganti, in multinazionali, Influenzando le decisioni dei politici. Allo stesso modo, anche la criminalità si globalizza; essa è in espansione dal 1945, le sue attività principali sono: truffe sulle sovvenzioni e riciclaggio di denaro sporco, furti d'auto e contrabbando d'opere d'arte, traffico di stupefacenti e traffico d'armi, commercio d'uomini, prostitute e profughi. La minaccia più grande è rappresentata dal terrorismo internazionale, di cui ancora non si conosce la guida centrale. Gli Stati Uniti sono la nazione più esposta alla minaccia terroristica.
L'odierna posizione degli Stati Uniti è il risultato di un processo di concentrazione di potere su scala mondiale, che è in corso dall'inizio della modernità. Il palcoscenico della grande politica è andato progressivamente svuotandosi. Le autorità più alte, il basileus di Bisanzio, il papa e l'imperatore, hanno perso la loro importanza nel XVI secolo; sempre nel XVI secolo hanno perso il loro ruolo politico la Polonia, Venezia e l'Ungheria. Il XVII secolo ha visto il tramonto dei Paesi Bassi, della Svezia e della Spagna. Il XVIII secolo ha segnato il tramonto dell'impero ottomano. La pentarchia del 1815, con la Russia, l'Inghilterra, la Francia, la Prussia e l'Austria, è durata, con leggere modificazioni, fino al 1918. Il tentativo della Germania di divenire una grande potenza è fallito nel 1945, l'Europa nel complesso si è ridimensionata. Gli Stati Uniti, in qualità di alleati di Francia e Inghilterra, hanno assunto la guida dell'alleanza atlantica e lottato contro il Giappone per l'egemonia nel Pacifico. La supremazia nel continente eurasiatico è stata dell'Unione Sovietica, insieme ai colossi dormienti Cina e India. Con il crollo del blocco comunista nel 1990 è rimasta soltanto una superpotenza, un fatto nuovo sulla scena della storia mondiale. Solamente un'alleanza dell'Europa con la Cina e il Giappone avrebbe potuto controbilanciare questa situazione.
La superiorità degli Stati Uniti impedisce la costituzione di un ordine federale mondiale, formato da Stati liberi e con gli stessi diritti, come era stato pensato da Kant e come volevano realizzare la Società delle Nazioni e l'Onu
. Un'alleanza con un leone, una societas leonina, non è, secondo i principi del diritto romano (Digesto XVII, 2, 29), propriamente un'«alleanza».
Washington ha utilizzato l'Onu come forum per una battaglia contro il nemico del mondo, che ha più volte modificato la sua collocazione - e sempre più velocemente. Tutte le battaglie sono parte di un unico conflitto mondiale, riteneva Franklin Delano Roosevelt nel 1941. Gli Stati Uniti ritengono, in nome del progresso dei diritti umani, di dover affermare la democrazia e, in nome del benessere, di dover incentivare il capitalismo. La politica della «sicurezza», ritenuta un elemento di difesa indispensabile contro «l'asse del male», si è estesa, in base al principio dei cerchi concentrici, dal panamericanismo della dottrina Monroe del 1823 all'Europa nel 1917, per ampliarsi poi a tutto l'emisfero occidentale nel 1945 e includere il mondo intero nel 1990. Nel frattempo il Pentagono ha installato in tutto il mondo 65 grandi basi militari e posti d'intercettazione, anche nelle «tranquille» isole del Pacifico. Quasi trenta paesi ospitano sul loro territorio soldati americani; in Germania ce ne sono ben 60 000.
Questa missione universale è funzionale anche allo sviluppo dell'economia interna.
Il 27 settembre del 1993 il governo statunitense dichiarò di sentirsi obbligato all'intervento armato ovunque sia in gioco «la sicurezza dell'accesso illimitato ai mercati chiave, alle riserve energetiche e alle risorse strategiche». La Carta delle Nazioni Unite e
il diritto dei popoli vengono in tal modo formalmente subordinati alla Pax Americana.
Questa strategia è stata messa in pratica con la reazione ai tragici eventi dell'I 1 settembre 2001. L'umiliazione subita ha convinto il governo statunitense a mostrare la forza. Dopo una prima resa dei conti con i talebani, è iniziata, nel 2002, una campagna mediatica, costruita su false documentazioni, contro l'Iraq di Saddam Hussein, che, come molti altri dittatori, ha perseguitato le minoranze e governato in maniera dispotica, senza per questo dover necessariamente aver preso parte all'attacco dell'11 settembre; senza per questo minacciare il mondo con armi di distruzione di massa. Esse sono in possesso degli amici dell'America. All'inizio della primavera del 2003 George W. Bush aprì la «crociata contro gli Stati canaglia» (il concetto fu comato da Clinton nel 1993) con un attacco preventivo, unilaterale e non provocato. Il Congresso gli ha concesso di avviare, a sua discrezione, la più grande macchina da guerra della storia. Anche questa è democrazia.
Secondo la dottrina Bush la guerra è la prosecuzione della morale con altri mezzi. La tecnica dell'intimidazione dovrebbe allontanare possibili pericoli e mettere in chiaro la superiorità di una strategia globale. La fiducia dell'America nella propria forza militare assicura un irrinunciabile afflusso di capitali stranieri, che compensa la bilancia commerciale negativa - nel 2000 i debiti degli Stati Uniti avevano raggiunto quasi i 450 miliardi di dollari. Alla luce della crescente necessità dell'importazione petrolifera, si è proceduto inoltre alla conquista delle riserve di petrolio irachene, le seconde al mondo per ampiezza. L'ideologia della liberazione è certamente ben fondata, la fede in una trasformazione dell'Iraq è invece arrischiata. Dopo la distruzione del regime militare iracheno, solamente un'attenta politica coloniale è in grado di limitare le pretese dei mullah. La democrazia gestita dall'alto non sempre arriva con facilità in basso.