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Da Munari a Seneca, considerazioni
sul design - di Alessandro Formiconi
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Bruno Munari
nasce a Milano nel 1907 e scompare qualche anno fa. Tra i designer
italiani più noti al mondo, ha pubblicato libri di grande successo tra
cui "Arte come mestiere (1966), "Design e comunicazione visiva" (1968),
"Artista e designer" (1971), "Fantasia. Invenzioni creatività e immaginazione
nelle comunicazioni visive" (1979).
Cosa c'entra Bruno Munari con la programmazione dei computer?
Bisogna sfatare il luogo comune che programmare sia solo una questione
tecnica; i linguaggi di programmazione si evolvono oltre che sulla base
dei progressi tecnici dell'hardware, anche sulla base delle best practices
cioè le "scelte migliori", che sono la cultura accumulata
dai programmatori negli anni di uso e di test su un progetto o una funzione.
I progressi del software sono legati a ciò che si vorrebbe far
fare al software; esso si evolve nello stesso modo in cui progredisce
e si muove la società e la cultura. Ad esempio: l'avvento di Internet
ha condizionato la nostra società, e il progredire di certi linguaggi
di programmazione - a discapito di altri - nello stesso modo in cui questi
ultimi hanno condizionato e condizioneranno il futuro di Internet e della
società.
Tutto questo c'entra con Bruno Munari.
Questo breve discorso su Munari e il design industriale, il disegno del
software, gli insegnamenti di un'epistola di Seneca e le riflessioni di
Junichiro Tanizachi sul tokonoma di una casa giapponese, può
essere di aiuto nel considerare la progettazione in generale, sia del
software che degli oggetti più semplici, come qualcosa in cui tecnica
e cultura non possono separarsi.
Qui praticamente la complessità delle esperienze si traduce nella
semplicità delle forme.
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Tratto DA COSA NASCE COSA di Bruno
Munari - edizioni Laterza - 1981.
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Saper
progettare
Progettare
è facile quando si sa come si fa. Tutto diventa facile quando si
conosce il modo di procedere per giungere alla soluzione di qualche problema,
e i problemi che si presentano nella vita sono infiniti: problemi semplici
che sembrano difficili perché non si conoscono e problemi che sembrano
impossibili da risolvere.
Se si impara ad affrontare piccoli problemi si può pensare anche
di risolvere poi problemi più grandi. Il metodo progettuale non
cambia molto, cambiano solo le competenze: invece di risolvere il problema
da solo, nel caso di un grande progetto occorrerà aumentare il
numero dei competenti e dei collaboratori (= componenti n.d.t.)
e adattare il metodo alla nuova situazione.
In questo libro sulla metodologia progettuale sono presentati alcuni piccoli
problemi ed altri più complessi, sempre sotto l'aspetto di come
si fa a risolverli (...).
Un
problema comune a tutti è per esempio come metter su una casa(...).
Quanta gente non sa quali sono i mobili giusti, non sa che cosa le occorre
veramente, non sa come si risolve il problema dell'illuminazione di un
appartamento, secondo gli scopi. Non sa quali sono i colori giusti per
un ambiente; non sa come utilizzare senza spreco lo spazio abitabile.
Non sa riconoscere un oggetto giusto da una sbagliato per una determinata
funzione.
La conoscenza del
metodo progettuale, del come si fa a fare e conoscere le cose è
un valore liberatorio: è un "fai da te" te stesso.
>>>
link to Bruno Munari
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Design in un attrezzo per vetrinista
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Attrezzo per vetrinista
Produttori: vari.
Autore: ignoto.
Dimensioni: come una comune tenaglia.
Materiale: acciaio cromato.
Tecnica: due pezzi realizzati a stampo e uniti con un perno.
Costo: giusto.
Peso: 400 grammi.
Imballaggio : senza imballaggio.
Uso dichiarato: attrezzo per allestitori e vetrinisti.
Funzionalità: l'oggetto è una sintesi tra vari strumenti
che servono al vetrinista il quale dovendo a volte entrare in piccole
vetrine per allestirle, non può portare con sé la cassetta
dei ferri e così, con questo arnese può avere il martello,
la scure, la tenaglia, il cacciavite e il levachiodi. Ergonomicamente
parlando, l'oggetto potrebbe essere più studiato e più texturizzato.
Finiture :
sufficienti per l'uso.
La manovrabilità non è, naturalmente, paragonabile ai singoli
strumenti di cui è composto l'attrezzo, ma, dato il servizio che
deve fare, si può dire che ha una manovrabilità sufficiente,
anche perché non viene usato per molto tempo. Può essere
infilato nella cintura dei pantaloni, e così lo si ha sempre a
portata di mano.
Durata: illimitata.
Estetica: l'estetica potrebbe essere migliorata raccordando meglio
le parti.
L'oggetto facilita il lavoro del vetrinista.
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Diagramma UML dell'attrezzo da vetrinista.
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Sono
sempre stato affascinato dalle attrezzature di ferramenta ed in particolare
dall'attrezzo da vetrinista che Bruno Munari ha messo sulla copertina del
suo libro Da cosa nasce cosa, tanto da volerlo rappresentare in un
diagramma UML insieme agli altri attrezzi da lavoro che esso brillantemente
sintetizza. |
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...tutto sommato credo che per i prossimi diagrammi sarà
meglio servirmi di un tool ...appunto. |
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...è così infatti che appaiono le classi del progetto Vetrinista
(circa due mesi dopo il loro disegno) disegnate da ArgoUML, un
software open-source realizzato dall' Università della California.
(circa l'utilizzo di Unified Modeling Language rigoroso come questo per
il disegno di applicazioni "gestionali" ho molte perplessità
- ma questa è un'altra storia).
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Sedia
a sdraio da spiaggia |
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Sedia
a sdraio da spiaggia
Autore ignoto.
Produttori vari.
Dimensioni: cm 53x125, spessore 4, chiusa.
Legno naturale e tela.
Peso circa 4 kg.
Tecnica: listelli assemblati a incastro e snodo.
Costo: limitato.
Senza imballaggio.
Uso dichiarato: sedia a sdraio da riposo.
Funzionalità buona.
Ergonomia migliorabile.
Finiture quanto basta, per la funzione e il costo.
Manovrabilità buona, l'ingombro si riduce al massimo.
L'inclinazione è regolabile in tre o quattro posizioni.
La tela è facilmente sfilabile per la pulitura e il lavaggio, con
una semplice manovra.
La durata dipende da come la si usa e da chi la usa.
L'estetica è quella della logica progettuale del minimo costo e
della massima funzionalità. L'unica decorazione possibile è
nel colore della tela, in tinta unita o a righe.
Per la sua essenzialità vale per tutti. I ricchi se la fanno fare
di mogano laccato con la tela decorata (inutilmente) da un famoso pittore
alla moda. Costa naturalmente molto di più, ma la funzione resta
quella della sedia a costo limitato.
Precedenti: le vecchie sedie a sdraio avevano la tela
attaccata ai legni orizzontali con una serie di chiodini. Ogni volta che
si doveva lavare o cambiare la tela (che si rompeva spesso perché
appoggiava sullo spigolo del listello dove era inchiodata) bisognava togliere
i chiodi e poi rimetterli per fissare la tela nuova. Col sistema dell'orlo
fatto alle due estremità della tela, e infilando un bastone a sezione
rotonda, si fissa la tela senza chiodi e la si toglie facilmente.
Osservazioni: si potrebbe migliorarne la funzione smussando lo spigolo
interno dei due listelli lunghi diagonali, dove si può appoggiare
la testa quando si è seduti. Altro miglioramento si potrebbe ottenere
mettendo una tela leggermente elastica (tipo lastex).
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il lusso non è un problema
di design
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Per terminare
questo breve escursus sul design di Munari è impossibile non citare
questa pagina che sta alla base della nascita stessa del design.
II lusso è la manifestazione della ricchezza incivile che vuole
impressionare chi è rimasto povero. È la manifestazione
dell'importanza che viene data all'esteriorità e rivela la mancanza
di interesse per tutto ciò che è elevazione culturale. È
il trionfo dell'apparenza sulla sostanza.
Il lusso è una necessità per tanta gente che vuole avere
una sensazione di dominio sugli altri. Ma gli altri se sono persone civili
sanno che il lusso è finzione, se sono ignoranti ammireranno e
magari invidieranno chi vive nel lusso. Ma a chi interessa l'ammirazione
degli ignoranti? Forse agli stupidi. Infatti il lusso è una manifestazione
di stupidità. Per esempio: a che cosa servono i rubinetti d'oro?
Se da quei rubinetti d'oro esce un'acqua inquinata non è più
intelligente, con la stessa spesa mettere un depuratore d'acqua e tenere
i rubinetti normali? Il lusso è quindi l'uso sbagliato di materiali
costosi che non migliora le funzioni. Quindi è una stupidaggine.
Naturalmente il lusso è legato all'arroganza e al dominio sugli
altri. È legato a un falso senso di autorità. In antico
l'autorità era lo stregone che aveva abbellimenti e oggetti che
lui solo poteva avere. I re e i potenti erano vestiti con costosissimi
tessuti e pellicce. Più il popolo era tenuto nell'ignoranza e più
l'autorità si mostrava paludata di ricchezze.
ancora oggi in molte nazioni si verificano queste manifestazioni di apparenze
miracolose. Contemporaneamente però nella gente sana si fa strada
la conoscenza della realtà delle cose e non dell'apparenza. Il
modello non è più il lusso e la ricchezza, non è
più tanto l'avere quanto l'essere (per dirla con Erich Fromm).
Man mano che l'analfabetismo diminuisce l'autorità apparente cade
e al posto dell'autorità imposta si considera l'autorità
riconosciuta. Un cretino seduto su un grande trono poteva forse suggestionare
in un tempo passato ma oggi, e soprattutto domani, si spera che non sia
più così. Spariranno i troni e le poltrone di lusso per
i dirigenti imposti, gli arredi speciali per i capi, le cattedre di lusso
alzate su pedane di mogano, i paludamenti, i gradi, e tutto ciò
che serviva per suggestionare.
Insomma, voglio dire che il lusso non è un problema di design.
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Il lusso: i grandi uomini non lo
ricercano - Epistulae ad Lucilium n. 86
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Un'altra bordata all'inutile ed il superfluo per mano
questa volta di Seneca, brano tratto da Epistulae morales ad Lucilium
(62 - 65) - epistola 86.
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Ho visitato
la villa (villa di Scipione l'Africano n.d.t.), costruita di pietre
quadrate, il parco recinto da un muro; le due torri che si ergono, una
da una parte, una dall'altra, a difesa della villa; la cisterna nascosta
fra gli edifici e le piante, che potrebbe bastare alle esigenze di un
intero esercito; e una piccola stanza da bagno, oscura, secondo l'uso
antico. Pareva ai nostri antenati che la stanza non potesse riscaldarsi,
se non era buia. Con grande piacere mi sono messo a fare il confronto
fra i costumi di Scipione e i nostri. In questo cantuccio quel grande,
che fu «il terrore di Cartagine»(1), e a cui Roma deve se
solo una volta fu occupata dai nemici, ristorava nel bagno le membra stanche
dei lavori campestri. Infatti si esercitava, secondo l'uso antico, a lavorare
di sua mano la terra. Egli stette in questa stanza così meschina,
e calpestò questo pavimento così rozzo. Ai nostri giorni
chi si adatterebbe a prendervi il bagno? Gli sembrerebbe di essere povero
e senza gusto, se alle pareti non risplendessero grandi specchi circolari;
se il marmo alessandrino non si combinasse con incrostature di marmo numidico;
se questi marmi non fossero adorni da ogni parte di artistici mosaici
e vari disegni; se il soffitto non fosse di vetro, se il marmo di Taso,
che un tempo si poteva ammirare, e di rado, solo nei templi, non circondasse
le sue vasche, in cui abbandoniamo il corpo estenuato dall'abbondante
sudore; se l'acqua non sgorgasse da rubinetti d'argento. Ma questi sono
bagni plebei. Che dovrei dire passando alle stanze da bagno dei libertini?
Quante statue! quante colonne che non hanno funzione di sostegno, ma
son poste solo a scopo ornamentale e per ostentazione di ricchezza!
Che abbondanza di acqua che scorre giù dai gradini con fragore!
Siamo tanto esigenti che non sappiamo posare i piedi se non sopra pietre
preziose.
In questo bagno di Scipione, in luogo delle finestre, ci sono, aperte
nel muro di pietra, piccole fessure; così può entrare la
luce e non si danneggia la stabilità dell'edificio. Ormai, invece,
chiamiamo topaie le stanze da bagno se non sono costruite in modo tale
che il sole penetri dalle finestre per tutto il giorno: se, mentre ci
si bagna, non ci si abbronza; se dalla vasca non si può godere
il panorama della campagna e del mare. Perciò quelle costruzioni
balneari che al momento dell'inaugurazione conobbero un gran concorso
di folla entusiasta, ora che il lusso è attratto da altri miraggi,
sono ricacciate fra le anticaglie. Una volta i bagni pubblici erano pochi
e senza lussuosi ornamenti; e perché si sarebbe dovuto abbellire
una costruzione di poco valore, destinata all'uso pratico, e non al piacere?
L'acqua non scaturiva dal basso, né sgorgava sempre nuova come
da una sorgente calda, né si riteneva importante che fosse limpidissima
per liberarsi dalla sporcizia. Ma, per Giove! non ti piacerebbe entrare
in questi bagni oscuri e, rozzamente intonacati, se li sapessi sistemati
di propria mano da un edile come Catone, o come Fabio Massimo, o come
uno degli Scipioni? Era anche questa una funzione di quegli illustri edili:
essi visitavano i luoghi a cui il popolo aveva accesso per sorvegliare
che tutto fosse in ordine e che la temperatura fosse regolare e sana:
non questa a cui siamo abituati, un calore d'incendio, più adatto
come pena per uno schiavo reo confesso di un delitto. Ormai non si fa
più differenza fra l'acqua del bagno calda o bollente. C'è
chi non apprezza le rustiche abitudini di Scipione: la stanza da bagno
non riceveva luce da ampie vetrate, ed egli né si arrostiva al
sole, né faceva la digestione nel bagno. Povero diavolo, non sapeva
vivere! Si lavava con acqua non filtrata, ma spesso torbida e, se c'era
stato un temporale, anche con acqua fangosa. Ma questo aveva poca importanza:
egli veniva a detergersi il sudore, non gli olii profumati. Puoi immaginare
quello che direbbe qualcuno dei nostri contemporanei: «Non invidio
affatto Scipione; la sua era propria una vita da esiliato, se faceva il
bagno in tal modo». Sappi, anzi, che c'era di peggio; non faceva
il bagno tutti i giorni. Secondo la testimonianza di coloro che ci hanno
tramandato i costumi di Roma antica, ci si lavava ogni giorno braccia
e gambe, che s'insudiciavano col lavoro, ma il resto del corpo lo si lavava
ogni settimana. A questo punto qualcuno dirà: «Evidentemente
erano molto sudici». E che odore mandavano, secondo te? Era odore
di vita militare, di fatica, di uomo. Dopo l'invenzione di questi bagni
così puliti, l'uomo è più sporco. Quando Orazio vuoi
delinearci la figura di un uomo malfamato per le sue raffinatezze sensuali,
cosa dice? «Buccillo odora di pastiglio.» Ma ora di un Buccillo
si direbbe che puzza di capra; prenderebbe il posto di quel Gargonio che
Grazio gli contrappone. Non ci si cosparge di profumo una sola volta,
ma due o tre volte al giorno, per paura che il profumo svanisca. E sì
vantano di quest'odore come se emanasse dal loro corpo.
Se queste mie considerazioni ti sembrano noiose, danne la colpa alla villa
di Scipione (...)
Testo integrale
Lucio
Anneo Seneca. Vita e opere
Articoli e
Rassegne stampe.
1. Lucrezio, De rerum natura
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La stanza da bagno: design e materiali - da "Libro
d'ombra" - Junichiro Tanizachi -
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Quanto sia
importante la penombra e i materiali, ai tempi di Seneca come ai tempi
nostri lo descrive in modi ineguagliabili Junichiro
Tanizachi in questo e nel prossimo brano che riporto, tratti
dalla sua nota opera "Libro d'ombra". Anche qui
si parla di gabinetti.
Sempre, quando, in visita ai monasteri di Kyoto o di Nara, chiedo a qualcuno
di indicarmi i gabinetti - e sono gabinetti all'antica, affogati nella
penombra, meticolosamente netti tuttavia un senso di riconoscenza profonda
mi prende per quel che di unico v'è nell'architettura giapponese.
Amabile cosa è il "soggiorno" delle nostre case — lo
cha no ma —, ma solo il gabinetto giapponese è interamente
concepito per il riposo dello spirito. Discosti dall'edificio principale,
i gabinetti stanno accucciati sotto minuscoli cespi selvosi, da cui viene
odore di verde di foglie, e di borraccina. È bello, là,
accovacciarsi nel lucore che filtra dallo shóji, e fantasticare,
e guardare il giardino. Tra i sommi piaceri dell'esistenza Natsume Soseki
annoverava le evacuazioni mattutine: piacere fisiologico, che solo nel
gabinetto alla giapponese, fra lisce pareti di legno dalle sottili venature,
mirando l'azzurro del ciclo e il verde della vegetazione, si può
assaporare sino in fondo. Insisto: sono necessari una lieve penombra nessuna
fulgidezza, la pulizia più accurata, e un silenzio così
profondo che sia possibile udire lontano un volo di zanzare. Senza tali
requisiti non si da gabinetto ideale.
Quando mi trovo in un simile luogo molto mi piace udire la pioggia che
cade con dolcezza uniforme. Questo piacere è specialmente raffinato
nei gabinetti della regione di Tokyo, dove, per facilitare le pulizie,
è consuetudine praticare rasoterra lunghe aperture orizzontali.
Consentono, questi spiragli, di percepire vicinissimo il rumore, così
acquietante, delle gocciole che lente si staccano dall'orlo della grondaia
o dalle foglie, rimbalzano sul basamento in pietra di un lampione, spruzzano
il muschio che cresce fra i ciottoli del sentiero, sono bevute dalla terra.
Qui conviene, più che altrove, tendere l'orecchio a stridii di
insetti o a canti di uccelli, e godere del chiaro dì luna; qui
è delizioso gustare melanconicamente i segni fuggitivi delle quattro
stagioni. Quanti autori di haiku devono aver trovato, alla latrina,
il tema dei loro versi! Non sembri azzardato affermare che, nella costruzione
dei gabinetti, l'architettura giapponese ha toccato il sommo della raffinatezza.
I nostri avi, per cui ogni realtà era degna di elaborazione estetica,
riuscirono a trasformare il luogo della casa che, per sua destinazione,
avrebbe dovuto essere più sordido, in una cella consacrata all'elezione
e alla squisitezza del gusto, immersa nella natura, avvolta da una
bruma di immagini e reminisceqze delicate. Al contrario, gli Occidentali
hanno deliberato una volta per tutte che il gabinetto è sconveniente,
e in società si astengono persino dal nominarlo. Quanto più
savio è il nostro atteggiamento, o almeno più vicino all'intima
verità delle cose! Tuttavia, se proprio qualcuno insistesse, finirei
per confessare che almeno un inconveniente, nel gabinetto giapponese,
io ce lo trovo: la lontananza dalla casa. Non è comodo andarci
di notte, e nei mesi freddi si rischia di buscare un raffreddore. È
anche vero che, secondo una sentenza del poeta Saito Ryoku.u, "l'eleganza
è fredda", e dunque la temperatura dei gabinetti, pressappoco
uguale a quella esterna, potrebbe essere intesa come un tocco di raffinatezza
in più. Una cosa è certa: negli alberghi, il riscaldamento
centrale immerge le latrine all'occidentale in un clima caldoumido, opprimente
e sgradevole .
Fra coloro che amano l'architettura tradizionale, chi non opterebbe per
un gabinetto alla giapponese? Nei monasteri, dove vasti edifici accolgono
una popolazione rarefatta, e non mancano gli addetti alle pulizie, esso
non pone problema alcuno, ma in una civile abitazione può risultare
arduo mantenervi la lindura auspicabile. Certi schizzi indelicati facilmente
risaltano su un pavimento di legno o stuoie, anche se gli utenti sono
persone controllate, e ogni giorno viene passato lo strofinaccio. Così,
prima o poi, ecco fare il loro ingresso nelle nostre dimore le piastrelle
bianche, e la tazza con lo scarico dell'acqua. Ora c'è più
igiene, e si risparmia fatica, però eleganza e contatto con la
natura sono svaniti. Sotto una luce crudele, fra quattro mura di abbagliante
candore, è difficile abbandonarsi a quel "piacere fisiologico"
di cui parlava Natsume Soseki. Chi oserebbe dubitare che tanta bianchezza
sia indizio di pulizia ineccepibile? E tuttavia, ci si può chiedere
se sia opportuno illuminare a giorno la cosa bruna che il nostro corpo
espelle. Sarebbe disdicevole, anche per una fanciulla bellissima e madreperlacea,
sbandierare natiche e cosce. Non diversamente, mi pare disdicevole che
un chiarore meridiano e corrusco colmi i luoghi di cui vado parlando.
Più impeccabile e lindo è quanto si vede, più siamo
inclini a immaginare ripugnante e sozzo quanto resta celato. Non vai meglio
che la penombra regni, e sia labile il confine tra il pulito e lo sporco?
Dopo lunga ponderazione ho scelto per la mia casa "sanitari"
moderni, ma al pavimento di piastrelle mi sono strenuamente opposto. Di
legno di canfora l'ho voluto: almeno mi ricorda, un po', l'ambiente tradizionale.
Altri problemi li ho avuti con la tazza. Quelle all'occidentale sono di
porcellana bianca, con guarnizioni di metallo cromato. Io le preferisco
di legno, sia nella versione per uomini, sia in quella per donne. Ideale
sarebbe il legno tirato a cera, ma anche quello al naturale acquista col
tempo opache tonalità, e quel fascino della stagionatura che placa
inesplicabilmente i nervi agitati. D'altronde, per quietare i nervi, la
cosa più acconcia sarebbe la tazza a forma di fiore che chiamano
"Campanula": è di legno, e deve essere riempita con freschi
rametti di cedro, profumati, belli a vedersi, utili ad attutire gli scrosci.
Un lusso simile neanche potevo sognarlo. Mi sarebbe bastata una tazza
disegnata a mio gusto, cui fosse possibile adattare lo sciacquone; Tuttavia,
per la fabbricazione di un simile oggetto, che appariva stravagantissimo,
mi furono richieste cifre esorbitanti. Fui costretto a rinunciare. Niente
ho contro gli agi della civiltà moderna (elettricità, impianti
igienici o di riscaldamento...), ma una cosa non so capire: perché
ci rassegnamo ad abbandonare tutti i nostri usi? perché rinunciamo
ai nostri gusti? perché non tentiamo di conciliare il nuovo con
la nostra sensibilità?
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l'importanza
del toko no ma nella casa giapponese - da "Libro
d'ombra" - Junichiro Tanizachi -
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Nel design
va tenuto conto della luce che deve essere modulata in modo raffinato
e perfetto.
Una precisione quasi maniacale sta alla base delle opere più riuscite.
Riporto qui sotto due brani molto poetici tratti da "Libro
d'ombra" di Junichiro Tanizachi sulla funzione estetica e
meditativa del tokonoma: un oggetto fatto semplicemente di luce o, come
lo definisce l'autore "una
nicchia colma di nulla".
V'è, nella stanza principale delle case giapponesi, una nicchia
(il tokonoma) in cui, volta per volta, si usa esporre un quadro,
o qualche fiore. Tali oggetti non mirano tanto a ravvivare l'ambiente,
quanto ad aggiungere, al buio, una dimensione cava. Prima di appendere
il quadro, lungamente riflettiamo sul toko utsuri, sull'armonia, cioè,
fra il quadro stesso e i muri del toko no ma. Grande importanza ha il
passe-partout, generalmente di seta; esso può valere quanto il
quadro, o il calligramma. Se il passe-partout non si accorda con la tonalità
della nicchia, anche un'opera d'arte insigne perde di pregio, almeno come
oggetto da toko no ma. Invece, un quadro o un calligramma, anche dì
qualità mediocre, possono, quando si intonino delicatamente al
luogo in cui sono esposti, trasmettere tutt'intorno un'aura e una nobiltà
inattese. Molte cose contribuiscono a questa trasfigurazione: l'aspetto
antico della carta, lo sbiadimento dell'inchiostro, i tessuti lisi del
passe-partout... Queste sfumature della vetustà si armonizzano
con le tenebre della nicchia, e con quelle circostanti. (...)
L'inchiostro di china acquarellato (il sumi e) è, tra i
generi della pittura, quello a cui vorrei paragonare la stanza giapponese.
Dove l'inchiostro sfuma, là è lo shòji dove sì
addensa, là è il toko no ma. Ogni volta che mi accade di
vedere un toko no ma di particolare eleganza, mi meraviglia la dimestichezza
che i Giapponesi hanno con i segreti dell'ombra. Con quanta raffinatezza
sono state distribuite luce e oscurità! Niente di manierato e di
artificioso: solo uno spaziò spoglio, la semplicità del
legno, la nudità delle pareti, i raggi luminosi che vi penetrano
provocano, ora in questo, ora in quell'angolo, il raggrumarsi dell'ombra.
Osservate come minuscolamente annotti dietro i travicelli, o tra i fiori,
o sotto una mensola. Non è altro che ombra, comunissima ombra;
e tuttavia, com'è alto il silenzio nelle anfrattuosita dell'aria,
e com'è inalterabile la quiete! Non sarà forse condensata,
in quelle chiazze taciturne, la cosa che gli Occidentali chiamano: "il
mistero dell'Oriente"? Anch'io, da bambino, ero percorso da un brivido,
quando il mio sguardo si sviava in quegli angoli del soggiorno, o del
salotto, dove la luce non giungeva mai.
In verità, non esistono né segreti, né misteri: tutto
è magia dell'ombra. Se snidassimo l'ombra da ogni cantuccio del
toko no ma, non resterebbe che un vuoto spazio disadorno. Tale beltà
il genio dei nostri avi seppe conferire a una nicchia colma di nulla e
di buio, da rendere inutile, e troppo inferiore, ogni altro ornamento,
o affresco. Qualcuno potrebbe obiettare: fu un lampo di genio! una mera
trovata! Non è così. Gli elementi curvilinei della finestra
laterale, la collocazione dei travicelli, la profondità della nicchia
e la sua altezza da terra sono frutto di ricerche meticolose. Tutto è
ammirevole, nel toko no ma.
Più di ogni altra cosa mi incanta, tuttavia, la luce opalescente
che entra, filtrata dalla carta bianca dello shoji (1), dalla finestra
a fianco della nicchia. Ho spesso sostato, davanti a quella luminescenza
arcana, dimenticando il passare del tempo. In origine, la finestra detta
shoin, o "finestra dell'angolo dello studioso , era destinata a rischiarare
un luogo per letture appartate; più tardi, la si conservò
perché illuminasse, con il suo fioco riverbero, il toko no ma.
Ma illuminare è la parola giusta? La sua vera funzione non è
forse quella di filtrare ogni luce che ven-;ga dall'esterno, di soffocarla,
di spossarla?
Ve qualcosa di trasognato
e doloroso nel debole, e smorto riflesso che ne trapela. La luce viva
ha dovuto attraversare ombre di spioventi e verande, prima di raggiungere
il suo scialbo filtro di carta stremata ora, languente, e senza più
forza di illuminare, si limita a disegnare su un fondo buio i vaghi contorni
dello shóji. Quante volte, immobile davanti a una di queste finestre,
ho meditato sull'enigma di una luce senza bagliore!
Più laborioso ancora il percorso della luce diurna sino alle grandi
sale dei monasteri. Là l'opaco biancore dello shoij non muta mai,
che i sia estate o inverno, bel tempo o nuvolo, mattina, pomeriggio o
sera. Dai minuscoli riquadri i del telaio di legno spiovono, sin negli
angoli più lontani, impercettibili velature dell'ombra che sembrano
polvere depositata da epoche lontanissime. Così irreale è
questo pulviscolo di sogno, che una bruma sembra insinuarsi sotto le palpebre,
e costringerle ad abbassarsi. Incapaci di vincere l'oscurità del
toko no ma, le particelle di chiarore si amalgamano con le tenebre, svelando
un universo ambiguo, e senza più confini tra luce e ombra.
Non è mai accaduto, a voi che mi leggete, di penetrare in una di
queste sale? Non avete mai avvertito la qualità strana, densa e
fantomatica del lucore che vi stagnava, e che sembrava separare il luogo
in cui vi trovavate da tutta la restante realtà? Non avete avuto
paura di venire trascinati giù, attraverso sconosciuti spessori
di tempo, e che, forse, uscendo da quelle vaste sale, vi sareste accorti,
con sorpresa, di essere diventati vecchi, e di avere capelli improvvisamente
canuti?
(1) tramezzo scorrevole con riquadri di carta bianca che lascia passare
la luce ma non lo sguardo.
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